Diffamazione online

Un grande classico del ventunesimo secolo: la diffamazione online. Quotidianamente migliaia di persone approfittano della protezione dello schermo per rivolgere critiche ed offese a conoscenti e non. Molti credono di essere immuni da eventuali conseguenze legali in quanto tale comportamento avviene in via telematica, ma, in realtà (e per fortuna), non è così.

Il delitto di diffamazione è un reato a forma libera previsto dall’art. 595 c.p., il quale prevede la reclusione fino a un anno o la multa fino a € 1.032,00, per chiunque <<comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione>>. Tale fattispecie risulta aggravata nel caso in cui l’offesa sia effettuata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico (comma 3) ed è prevista la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a € 516,00.

Ad oggi, dottrina e giurisprudenza risultano essere concordi sul fatto che il reato di diffamazione possa essere realizzato anche attraverso strumenti telematici (in primis, social network), in particolare, tenendo conto anche della loro incontestata capacità di diffondere ampiamente e velocemente i materiali pubblicati.

La Corte di Cassazione (Ex multis Cass. pen., sez. V, 16 ottobre 2012, n. 44980), con riferimento a contenuti diffamatori diffusi mediante pubblicazione su siti websocial network o altri spazi aperti al pubblico virtuale, ha affermato che <<il mezzo di trasmissione-comunicazione adoperato (appunto internet), certamente consente, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa, ma il messaggio è diretto ad una cerchia talmente vasta di fruitori, che l’addebito lesivo si colloca in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore e offeso>>.

Oltre al profilo penalistico, la diffamazione può dar vita anche ad un cospicuo risarcimento del danno ex art. 2043 c.c. che viene quantificato in base a vari parametri e soprattutto distinguendo tra:

  1. il danno patrimoniale: esistente in concreto, ma di difficile dimostrazione. Infatti, il danno emergente o il lucro cessante collegato alla diffusione della notizia diffamatoria, sfuggono alla semplice verifica. Questo si spiega perché la diffamazione, tranne per esplicite ammissioni, non può essere certamente collegata alla perdita di una chance o al vanificarsi di una possibilità che si sarebbe avverata;
  2. il danno non patrimoniale: questo riguarda il danno alla persona ed il più riconosciuto è quello legato al turbamento, al disagio intesi, genericamente, come quelli legati alla sofferenza interiore patita ed eziologicamente legato alla notizia. La relativa prova si raggiunge con la dimostrazione dell’esistenza di un fatto potenzialmente lesivo e della sua effettiva ripercussione nociva nella vita del soggetto.
Fonte articolo: Diritto.it

Pubblicato da Lorenzo Pelagatti

24 anni. Attualmente: praticante avvocato abilitato. Laureato in giurisprudenza (2020). Tutor didattico Unifi Giurisprudenza (2020). Tutor per l'orientamento Unifi (2019 - 2020).

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