L’ultima dittatura d’Europa è messa in crisi dalle donne

La Bielorussia è una dittatura de facto dal 1994, quando Alexander Lukashenko salì al potere della rinata repubblica bielorussa indipendente. Oggi una protesta guidata dalle donne sta lottando contro il regime nella speranza di un futuro migliore per la nazione.

Le donne che si oppongono al regime di Alexander Lukashenko.
Da sinistra: Veronika Tsepkalo, Svetlana Tichanovskaya e Maria Kolesnikova al comizio di Minsk del 30 luglio.
(AP Photo/Sergei Grits)

La crisi del regime bielorusso è iniziata il 9 Agosto, data delle elezioni presidenziali a cui Lukashenko si è candidato per la sesta volta mentre arrestava e rendeva inoffensivi i candidati dell’opposizione. Proprio questi arresti, però, sono stati la causa dell’imprevedibile: Svetlana Tichanovskaya, moglie di uno dei candidati arrestati, ha deciso di correre alle elezioni presidenziali promettendo nuove e libere elezioni in caso di vittoria. I risultati delle elezioni, come da copione nel regime bielorusso, hanno però riconfermato il presidente uscente Lukashenko con l’80 per cento dei voti, ma non sono stati accettati dalla Tichanovskaya, che si è dichiarata vincitrice denunciando brogli elettorali e annunciando manifestazioni di piazza.

In sostanza, Svetlana Tichanovskaya insieme a Veronika Tsepkalo, moglie dell’ex candidato Valery Tsepkalo fuggito in Russia, e a Maria Kolesnikova, insegnante e dipendente del banchiere-oppositore Viktor Babariko, sono riuscite nell’impresa che, fino ad oggi, nessuna opposizione aveva realizzato: costruire un movimento di protesta dal basso che mettesse in seria difficoltà il regime.

Questo è stato possibile perché chi ha creduto in loro, come le persone comuni disprezzate dal dittatore e dall’élite, le ha sostenute quando sia il governo che la vecchia opposizione istituzionale le consideravano, sbagliando, incapaci e inoffensive.

Dal giorno delle elezioni a Minsk, la capitale, ogni domenica più di centomila cittadini hanno manifestato per chiedere le dimissioni di Lukashenko. Le proteste poi si sono estese alle altre grandi città del paese e alle campagne circostanti, e ad esse si sono aggiunti gli scioperi di lavoratori e studenti. Nel corso delle manifestazioni sono intervenute ripetutamente le forze di polizia che, all’inizio della protesta, sono state accusate di aver ingiustamente arrestato, picchiato e torturato migliaia di cittadini e manifestanti.

La mano pesante dello Stato bielorusso ha finito per toccare anche le madrine della protesta: Tichanovskaya è dovuta fuggire nella vicina Lituania assieme ai suoi figli per timore di rappresaglie nei loro confronti, Tsepkalo si trova per gli stessi motivi in esilio nella vicina Ucraina, mentre Kolesnikova, rimasta in Bielorussia per tutta la durata della campagna e delle proteste, l’8 settembre ha resistito all’esilio forzato strappando il suo passaporto al confine per non essere espulsa in Ucraina. L’atto ha creato grande ammirazione nei bielorussi che hanno condiviso sue foto e immagini in segno di sostegno e stima.

Ad oggi non è ancora chiaro quali potrebbero essere gli sviluppi futuri, cioè se Lukashenko sarà in grado di reprimere le proteste e mantenere il potere o se la protesta avrà successo e la Bielorussia inizierà un processo di transizione democratica, ma una cosa è chiara: i bielorussi si sono svegliati dal lungo sonno postsovietico e non possono più essere ignorati.

Fonte: France24
Fonte: Cicero

Pubblicato da Lorenzo Stefani

Giovane, italiano ed europeo. Appassionato di tecnologia, politica internazionale e natura.

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