Siamo sicuri che sia smart working?

A partire dall’inizio dell’emergenza Covid-19 una delle parole più usate (o forse addirittura abusate) è proprio “smart working“, ma forse non tutti sanno che quello che molte aziende praticano non è smart working, ma telelavoro. Vediamo brevemente le differenze.

Per smart working (o lavoro agile) si intende una modalità lavorativa di rapporto di lavoro subordinato in cui vi è un’assenza di vincoli, in particolar modo, a livello di orario e di spazio. Il termine anglosassone “smart” si riferisce all’obiettivo di migliorare produttività del lavoratore grazie alla conciliazione dei tempi di vita e lavoro ed, invero, molti studi dimostrano che un corretto utilizzo di questo strumento sia in grado di migliorare la vita dei lavoratori e la loro capacità produttiva.

Tale forma di lavoro è regolata all’interno del nostro ordinamento dalla L. 22 maggio 2017 n. 81.

Fra le varie disposizioni contenute all’interno della suddetta legge possono essere individuati alcuni aspetti significativi tra cui:

  • la responsabilità del datore di lavoro sulla sicurezza del lavoratore;
  • le regole per gli accordi tra le parti;
  • la parità di trattamento economico e normativo tra chi lavora in modalità agile e chi svolge le sue mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda;
  • il potere di controllo del datore di lavoro sulla prestazione resa dal lavoratore;
  • l’obbligo per il datore di lavoro di presentazione dell’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro;
  • le regole sulla copertura assicurativa del lavoratore.

Differentemente, per telelavoro si intende un lavoro che si svolge a distanza rispetto alla sede centrale. Con l’Accordo Quadro del 2004, il telelavoro deve seguire normative precise, come l’obbligo da parte del datore di eseguire ispezioni in modo da assicurarsi la regolarità dello svolgimento del lavoro.

La differenza principale tra lavoro agile e telelavoro è che il secondo è basato sul fatto che il lavoratore ha una postazione fissa collocata in un luogo diverso da quello dell’azienda.

Tale forma di lavoro, oltre ad avere una maggiore rigidità dal punto di vista del luogo di lavoro, presenta una differenza anche per quanto riguarda l’orario. Difatti, nel caso del telelavoro gli orari sono più rigidi e, di norma, ricalcano quelli stabiliti per il personale che svolge le stesse mansioni all’interno dell’azienda. Inoltre, è previsto il riposo obbligatorio per 11 ore consecutive ogni 24 con astensione lavorativa dalla mezzanotte alle 5.

Come appare evidente da sopra, le differenze tra queste due modalità di lavoro sono molte, ma il fatto che in entrambe il lavoratore svolga la propria attività a distanza porta a “fare di tutta l’erba un fascio” ed a considerare il lavoro fuori dalla sede, in ogni caso, come smart working (forse anche per “moda”). In realtà, molte aziende continuano a controllare i propri dipendenti anche a distanza ed in particolar modo con riferimento agli orari di lavoro, mentre una delle principali caratteristiche dello smart working dovrebbe essere proprio la flessibilità dell’orario.

Fonte: informazionefiscale.it; quifinanza.it.

Pubblicato da Lorenzo Pelagatti

24 anni. Attualmente: praticante avvocato abilitato. Laureato in giurisprudenza (2020). Tutor didattico Unifi Giurisprudenza (2020). Tutor per l'orientamento Unifi (2019 - 2020).

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