Cessione (occulta) di azienda

All’interno della “vita” di un’impresa molte possono essere le operazioni che determinano mutamenti in vari aspetti dell’attività imprenditoriale quali, fra i tanti, la compagine societaria, i segni distintivi (in primis il marchio) e l’azienda.

Proprio quest’ultima (definita come “organizzazione di persone e beni economici, organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’attività d’impresa”) è spesso oggetto di cessione, totale o parziale, da parte dell’imprenditore il quale in questo modo può certamente ricavare un vantaggio economico dall’operazione.

Il suddetto vantaggio economico può derivare sia da un corrispettivo diretto versato al momento del trasferimento dell’azienda sia dalla cessione dei debiti maturati negli anni.

La normativa in merito ai debiti dell’azienda ceduta è chiara nello stabilire che «l’’alienante non è liberato dai debiti, inerenti all’esercizio dell’azienda ceduta anteriori al trasferimento, se non risulta che i creditori vi hanno consentito» e «nel trasferimento di un’azienda commerciale risponde dei debiti suddetti anche l’acquirente dell’azienda, se essi risultano dai libri contabili obbligatori» (art. 2560 c.c.).

In conseguenza, in base al dettato normativo, l’acquirente risponde dei debiti dell’azienda, se questi risultano dai libri contabili obbligatori, ma quest’ultima limitazione è stata superata in caso di cessione occulta di azienda.

È utile, se non indispensabile, ripercorrere le pronunce giurisprudenziali in merito al fine di individuare cosa si intende per cessione occulta di azienda.

Innanzitutto, la Cassazione ha affermato che per cessione di azienda deve intendersi il trasferimento di un’entità economica organizzata in maniera stabile, la quale, in occasione del trasferimento, conserva la sua identità e consenta l’esercizio di un’attività economica finalizzata al perseguimento di uno specifico obbiettivo. Al fine di un simile accertamento, occorre la valutazione complessiva di una pluralità di elementi, tra loro in rapporto di interdipendenza in relazione al tipo di impresa, consistenti nell’eventuale trasferimento di elementi materiali o immateriali e del loro valore, nell’avvenuta riassunzione in fatto della maggior parte del personale da parte della nuova impresa, nell’eventuale trasferimento della clientela, nonché nel grado di analogia tra le attività esercitate prima o dopo la cessione (Cass. civ. 21481/2009).

Sempre la Cassazione ha osservato che per configurarsi un trasferimento d’azienda è necessario analizzare se vi sia stato il passaggio di beni di non trascurabile entità, nella loro funzione unitaria e strumentale all’attività di impresa, o almeno del know how o di altri caratteri idonei a conferire autonomia operativa ad un gruppo di dipendenti (Cass. civ. 24972/2016).

Inoltre, a livello europeo, la normativa di riferimento è costituita dalla Direttiva UE 2001/23, dove, all’art. 1, par. 1, lett. b), è previsto che «è considerato come trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di un’entità economica che conserva la propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria».

Il Tribunale di Treviso, in aggiunta, ha precisato che, per costante giurisprudenza, «l’art. 2556, primo comma, cod. civ., ove prescrive la forma scritta “ad probationem” per i contratti aventi per oggetto il trasferimento della proprietà o del godimento di azienda, opera solo con riguardo alle parti contraenti e non è applicabile ai terzi, da parte dei quali la prova del trasferimento dell’azienda non è soggetta ad alcun limite (e, quindi, può essere data anche con testimonianze e presunzioni) (Cass. 6071/1987)» (cfrTribunale di Treviso, 30.11.2018, n. 2395).

Il medesimo organo giudicante ha ritenuto presunzioni, gravi, precise e concordanti dimostranti l’identità di due società apparentemente diverse: l’identità della ditta, l’identità della sede, l’esercizio di attività sostanzialmente similari, l’utilizzo dei medesimi recapiti e di un dominio internet registrato all’impresa originaria.

Chiaro, circa la responsabilità del cedente e del cessionario, è stato il Tribunale di Milano secondo cui, in caso di cessione occulta di azienda, stante il limite legale della prova scritta dei trasferimenti di azienda di cui all’art. 2556, c. 1, c.c., è da ritenersi inapplicabile il criterio formale dell’iscrizione dei debiti aziendali nelle scritture contabili del cedente ai fini della responsabilità solidale del cessionario di cui all’art. 2560, co.2, c.c., difettando, appunto, una cessione formalizzata. L’azione diretta a trasferire di fatto i singoli elementi positivi (compreso l’avviamento) del patrimonio di una società a favore di un’altra, al fine di evitare una formale cessione di azienda e di privare fraudolentemente i creditori della prima della garanzia costituita dal compendio aziendale costituisce illecito extracontrattuale di cui rispondono in solido ex art. 2043 c.c. entrambe le società (cfrTribunale di Milano, 26.09.2017).

In conclusione, appare evidente come non sia sufficiente soffermarsi sull’aspetto esteriore di una attività imprenditoriale e sull’apparente formale estraneità di due o più società che tra loro presentano molti aspetti in comune, in quanto potrebbe, in realtà, celarsi una cessione occulta di azienda con conseguente responsabilità del cessionario (ovvero chi “riceve” l’azienda) anche per eventuali debiti ulteriori rispetto a quelli risultanti dalle scritture contabili.

Fonti: ilcaso.it; ilsole24ore.it; giurisprudenzadelleimprese; altalex.com.

Pubblicato da Lorenzo Pelagatti

24 anni. Attualmente: praticante avvocato abilitato. Laureato in giurisprudenza (2020). Tutor didattico Unifi Giurisprudenza (2020). Tutor per l'orientamento Unifi (2019 - 2020).

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