Impatto degli allevamenti intensivi sulla salute umana

Gli allevamenti intensivi contribuiscono fino al 50% del prodotto interno lordo agricolo globale (Herrero et al., 2016) e sostiene il fabbisogno alimentare di quasi 1,3 miliardi di persone nei paesi in via di sviluppo (FAO, 2017). Pertanto, la dimensione effettiva della produzione animale è il risultato della dieta umana che consuma più prodotti animali all’aumentare del loro reddito. Infatti, circa 65 miliardi di polli, 1,5 miliardi di suini, 1 miliardi di ovini e circa 330 milioni di bovini vengono allevati ogni giorno per la produzione di carne (FAOSTAT, 2016).

Di conseguenza, il settore zootecnico risulta essere un importante utilizzatore di risorse naturali, con un’influenza significativa sulla qualità dell’aria, del suolo e dell’acqua (Leip et al., 2015). Ad esempio, gli effluenti del bestiame hanno un alto contenuto di materia organica, solidi sospesi, nutrienti, metalli e composti farmaceutici, i quali possono avere un effetto devastante nelle acque sotterranee e superficiali, percolando nel suolo (Almeida et al., 2017; Girard et al., 2014; Hooda et al., 2000; Martinez, 2009).

Secondo la FAO (2006), gli allevamenti intensivi impattano, attraverso il pascolo e la produzione di colture foraggere, fino a 3,9 miliardi di ettari di terra, ovvero il 30% della superficie terrestre del pianeta. La produzione di carne, uova e latticini è quindi tra le più ecologicamente dannose di tutte le attività antropiche (Tilman & Clark, 2014). Inoltre, la costante ed esponenziale richiesta di proteine animali aumenta ulteriormente il divario tra ricchi e poveri sugli aspetti nutrizionali, con i paesi sviluppati che assumono circa 95 g di proteine al giorno nella loro dieta, mentre in quelli in via di sviluppo l’assunzione è solo di circa 45 g al giorno (Abassi et al., 2016).

La sfida è allora quella di produrre più cibo con un minore stress per l’ecosistema e la popolazione umana, tentando di trovare un bilanciamento tra la necessità alimentare e l’impiego di energia che serve per soddisfarla (Pimentel & Pimentel, 2003, 2008; Steinfeld et al., 2006).

Come già parzialmente accennato, l’impatto ambientale degli allevamenti intensivi si esplica su tre livelli: aria, acqua e suolo. In atmosfera, le attività del settore zootecnico contribuiscono all’emissione di NH3, che è il più impattante tra i principali gas serra (GHG) (Taussef et al., 2013; Erisman et al., 2008). I ruminanti rilasciano circa il 15% delle emissioni globali di GHG tramite la fermentazione enterica e la decomposizione del letame (Gerssen-Gondelach et al., 2017; Tullo et al., 2019), contribuendo alla diffusione dell’azoto sotto forma di particolato secondario e ozono troposferico, i quali provocano gravi danni alla qualità dell’aria (Tilman & Clark, 2014). Infatti, la deposizione reattiva di NH3 e N2O riduce la ricchezza delle specie attraverso l’eutrofizzazione, l’acidificazione e impatti fogliari diretti (Leip et al., 2015). Anche al livello del suolo i nitrati hanno delle conseguenze significative sulle caratteristiche dell’ecosistema. Per ovviare al problema l’UE ha introdotto, nel 1991, la Direttiva Nitrati (Direttiva 91/676/CEE), volta a ridurre l’inquinamento del terreno e delle acque superficiali tramite l’utilizzo di fertilizzanti e letame (Martinez et al., 2009; Van Grinsven et al., 2012).

Oltre all’azoto, anche il fosforo è regolamentato al fine di limitare la sua dispersione nell’ambiente (Tullo et al., 2019). Quest’ultimo nuoce gravemente al deterioramento ecologico delle falde acquifere. Il bestiame espelle dal 60% all’80% del fosforo consumato, che tende poi ad accumularsi nel suolo (Knowlton et al., 2004). Non esiste però una normativa a livello europeo per controllarne le perdite, quindi ogni paese dell’unione tenta di controllare le perdite di fosforo tramite una legislazione nazionale o regionale (Loyon et al., 2016; Amery & Schoumans, 2014). Infine, a questi composti chimici si aggiunge l’uso degli antibiotici. Le industrie agricole utilizzano spesso farmici come promotori della crescita a scopo terapeutico (Zhao et al., 2017), i quali però quando raggiungono il suolo tramite urine e feci, favoriscono la proliferazione di batteri, che alterano la struttura organica e le funzioni ecologiche del terreno (Sukul et al., 2009; Li et al., 2018).

Si comprende allora come ci sia la necessità di applicare pratiche zootecniche più sostenibili. Il concetto di “sostenibilità” applicato agli allevamenti intensivi significa che i livelli di produzione devono essere mantenuti entro i limiti biotici dell’ecosistema che sostiene il settore, soddisfando le esigenze del presente senza compromettere il benessere delle generazioni future (Duro & Therond, 2015).

Per rendere tutto ciò possibile, le ultime ricerche nella così detta “agroecology” propongono due soluzioni: i) la Precision Livestock Farming (PLF), ii) i “Miniallevamenti”. Per PLF s’intende l’applicazione dei principi e delle tecniche d’ingegneria di processo all’allevamento per monitorare, modellare e gestire automaticamente la produzione animale (Tullo et al., 2019).  L’obiettivo è quello di rendere la zootecnia più resiliente dal punto di vista economico, sociale ed ambientale. Può essere applicata per monitorare individualmente l’animale, la resa del prodotto, la diffusione di malattie e l’ambiente fisico degli stabili (Fournel et al., 2017).

Mentre la parola “Miniallevamenti” sta ad indicare l’uso di organismi di piccole dimensioni, in particolare insetti, che possono essere allevati e consumati dagli esseri umani, al posto del bestiame convenzionale come pollame e bovini (Abassi et al., 2016; Premalatha et al., 2011). Secondo alcuni studi, la consumazione di invertebrati, come le termiti, ridurrebbe drasticamente le ingenti emissioni GHG, bilanciando di netto l’impatto dei cambiamenti climatici (Blackwell & d’Errico, 2001; van Huis, 2003).

Comunque, per affrontare l’impatto ambientale degli allevamenti intensivi dovrebbero essere adottate delle strategie di mitigazione, volte a migliorare, in particolare, l’efficienza produttiva e il benessere animale, che possono garantire pratiche di riciclo e recupero dei nutrienti (Kaufmann, 2015).

Referenze

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