Morire di freddo in Europa: le cause della crisi migratoria in Bosnia

A refugee walks through the Lipa camp in northwestern Bosnia, near the border with Croatia [Kemal Softic/AP Photo]
Un rifugiato nei pressi dei resti del campo di Lipa in Bosnia-Erzegovina, vicino al confine con la Croazia [Kemal Softic/AP Photo]

A inizio dicembre 2020 cominciavano a circolare le prime immagini di persone accampate in una bufera di neve vicino al confine tra la Bosnia e la Croazia nei Balcani Occidentali, immagini familiari ai nostri occhi. Oggi quelle immagini non sono cambiate, ma la situazione è peggiorata rispetto alla situazione inziale. Quello che succede in quell’area infatti è un processo in atto già da anni, costellato dall’incapacità di agire di un instabile governo bosniaco troppo burocratico e dalla volontà delle autorità locali e dei governi dell’Unione Europea di tenere i migranti fuori dalle loro responsabilità. Ma quanti migranti? A partire dal gennaio 2018, si stima che circa 70000 migranti siano arrivati in Bosnia e solo una piccola parte di essi ha fatto richiesta di asilo. La maggioranza dei migranti entrava poi in Europa dopo aver varcato il confine croato. Entrava, appunto, perché con l’arrivo della pandemia si sono intensificati i violenti respingimenti e i confini esterni dell’UE sono stati sottoposti a controlli più rigidi.

Ad oggi, circa 3000 migranti si trovano in campi profughi o in rifugi di fortuna nell’altopiano nord-occidentale di Una Sana. Il più noto è il campo di Lipa, con una capacità massima di 1000 persone, aperto ad aprile 2020 con lo sforzo congiunto di autorità locali e UE che, però, non hanno trovato un accordo sulla durata del campo: Bruxelles lo vedeva come una soluzione temporanea fuori città ma la gente del posto, desiderosa di allontanare i migranti dai loro centri cittadini, lo vedeva come una soluzione permanente. Ma è stato con l’arrivo dell’inverno che la situazione si è fatta più critica a causa dell’assenza di acqua potabile, elettricità e riscaldamento all’interno del campo. La situazione insostenibile è stata denunciata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) che il 23 dicembre ha minacciato di ritirarsi dalla gestione della struttura per protesta, incolpando le autorità locali di indifferenza e inadempienza. Così, senza un posto sicuro dove andare e abbandonati a sé stessi, i migranti hanno acceso fuochi di fortuna bruciando la legna della foresta mentre altri hanno cercato rifugio nella foresta o in case abbandonate e ad oggi la situazione non sembra evolversi.
Alla domanda su chi fosse responsabile della situazione dei migranti, l’ambasciatore dell’UE in Bosnia Johann Sattler, ha affermato che si tratta di “una crisi umanitaria artificiale”.

Quindi, se è un problema creato dall’uomo, quali sono i fattori che lo hanno causato?

Innanzitutto, le divisioni tra gli enti locali e nazionali della Bosnia. Per anni infatti, le autorità locali della cittadina di Bihać hanno combattuto contro Sarajevo (la capitale della Bosnia-Erzegovina) nel tentativo di mantenere i rifugi per migranti in campagna e fuori dai centri urbani. Se Bihać preferiva il campo rurale di Lipa, le autorità nazionali invece volevano la riapertura di un ex centro per migranti nel centro della città: il campo di Bira, una ex fabbrica di frigoriferi riconvertita in un rifugio per migranti nel 2018 e che, secondo l’OIM, è costato all’UE 25000 euro al mese di affitto fino a settembre 2020, quando è stato chiuso.
Gli abitanti di Bihać si sono opposti contro la volontà del governo di riaprire Bira, protestando regolarmente fuori dai suoi cancelli: “Per tre anni abbiamo mostrato umanità e continueremo a farlo, va bene aiutarli ad avere un tetto sulla testa e del cibo. Ma non va bene non lasciarli liberi di vagare senza documenti in ogni momento, irrompere nelle case della nostra gente, rubare, danneggiare o aggredire i cittadini per le strade”, ha detto Adnan Habibija, un ex membro del consiglio comunale di Bihać, durante una manifestazione.
Il ministero dell’interno della regione ha affermato che dopo la chiusura di Bira, il tasso di criminalità è sceso. Non si può dire lo stesso per il tasso di disumanità delle istituzioni.

Il secondo fattore sono stati gli scontri tra la Bosnia e l’UE. Mentre la gente del posto diceva basta, Sarajevo riceveva pressioni da Bruxelles affinché risolvesse il problema. Per dare il suo contributo nella gestione della crisi migratoria in Bosnia, l’UE ha fornito alla Bosnia 89 milioni di euro di cui, fin da giugno 2018, 77 milioni sono stati versati direttamente all’OIM. La maggior parte di questo denaro dovrebbe essere utilizzata per preparare il paese all’adesione all’UE, andando verso cose come il rafforzamento delle istituzioni e la cooperazione transfrontaliera con altri paesi del blocco, ma viene utilizzato per affrontare i bisogni essenziali di rifugiati e migranti e coprire i costi di vari centri di accoglienza. Di fatto, ad oggi la Bosnia è ancora completamente dipendente dall’UE per la sua stabilità politica ed economica e questa dipendenza porta ad accettare quanto proposto da Bruxelles senza cercare convintamente delle soluzioni più ampie come la ridistribuzione dei migranti con legittime richieste d’asilo in altri paesi dell’Unione. Questa soluzione però, secondo quanto affermato dal rappresentante dell’OIM in Bosnia Peter Van der Auweraert, rischierebbe di renderebbe la Bosnia un magnete per tutte le rotte migratorie.
Così, nell’apparente assenza di risposte a lungo termine, Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha recentemente ricordato alla Bosnia le somme che il blocco ha già messo sul tavolo, compresi 3,5 milioni di euro per attrezzare il centro per migranti di Bira. Ha fatto notare che nonostante i soldi, il centro è stato comunque “lasciato inutilizzato”.

Un terzo fattore sono stati gli scontri tra la Bosnia e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM). Quest’ultima, poiché non era stata messa in condizioni di rendere il campo per migranti di Lipa adatto all’inverno, aveva minacciato di ritirarsi dalla sua gestione. Il giorno in cui l’OIM doveva lasciare, il 23 dicembre, il campo è stato dato alle fiamme. “Per diversi motivi, soprattutto politici, non è mai stato collegato alla rete idrica ed elettrica principale, e non è mai stato sverniciato”, ha scritto l’OIM il giorno dell’incendio. “E ora, con questo incendio, non lo sarà mai”. Ma le autorità locali, nella persona del sindaco di Bihać, Šuhret Fazlić, hanno una versione diversa degli eventi denunciando che, da giugno 2020, nessuno – né dal governo centrale né dall’OIM – si è messo in contatto con la gestione Lipa. “Abbiamo speso, insieme al governo cantonale di Una Sana, circa 250.000 euro per preparare il sito di Lipa”, ha detto. “L’UE e USAID hanno speso più di un milione di euro in più. Non ha senso che l’OIM abbia chiuso Lipa”. “Trovo offensivo il concetto che abbiamo abbandonato le persone lì. Naturalmente, avevamo un piano B”, ha risposto il responsabile Van der Auweraert. “Abbiamo aumentato la nostra assistenza umanitaria per le persone che dormono fuori, con temperature che arrivano fino a -25°C. Abbiamo avvertito e implorato le autorità per mesi, ma alla fine possiamo solo attuare ciò che le autorità decidono”. Infine, individuiamo un ultimo fattore negli scontri tra i cantoni bosniaci. La guerra del 1992-1995 ha visto tre principali fazioni etniche combattere per il controllo della Bosnia dopo la dissoluzione della Jugoslavia. Nell’accordo che ha portato alla fine delle ostilità, le fazioni etniche della Bosnia – suddivise in bosniaci musulmani, croati cristiani cattolici e serbi cristiani ortodossi – hanno accettato di dividere il paese in aree di rispettivo controllo creando così un sistema politico disfunzionale, estremamente decentralizzato e che riflette le persistenti divisioni etniche e religiose. Queste divisioni hanno portato i croati e i serbi a rifiutare di accogliere gli immigrati musulmani che, quindi, sono stati accolti dai bosniaci musulmani. Ognuno dei 10 cantoni della Bosnia ha il potere di prendere le proprie decisioni sui migranti, rendendo così estremamente complicato il loro trasferimento altrove nel paese. Il politico nazionalista Milorad Dodik – uno degli attuali presidenti della Bosnia-Erzegovina, insieme al croato bosniaco Željko Komšić e al bosniaco Šefik Džaferović – ha dichiarato più volte che non sarebbero stati aperti centri di accoglienza per migranti nella Republika Srpska, il territorio governato dai serbi di Bosnia.

In conclusione, con queste premesse è chiaro che la debole struttura statale bosniaca non sarà in grado di affrontare una crisi come questa, che per essere risolta richiede un controllo centralizzato e una condivisione di intenti tra gli apparati locali, statali ed europei che sono, ad oggi, tanto assenti quanto urgenti.

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Pubblicato da Lorenzo Stefani

Giovane, italiano ed europeo. Appassionato di tecnologia, politica internazionale e natura.

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