Coltivazione di cannabis: quando è reato

Un tema da sempre molto discusso all’interno del nostro ordinamento giuridico è quello relativo alla liceità o meno della coltivazione di cannabis all’interno delle mura domestiche.

La normativa è chiara in merito in quanto l’art. 73, d.P.R. n. 309/90 prevede che “Chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’articolo 17 [ovvero una specifica autorizzazione ministeriale], coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla tabella I prevista dall’articolo 14 [tra cui la cannabis], è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000“.

Tuttavia, la pena può essere ridotta (reclusione da sei mesi a quattro anni e multa da € 1.032 a € 10.329) se, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, la condotta vietata è di lieve entità.

Detto ciò, come spesso accade, è intervenuta la Corte di Cassazione a fornire una specifica in merito all’applicazione concreta del divieto.

Difatti, con la sentenza Cass., Sez. Un., n. 12348/2020 ha fornito un’apertura rispetto alla possibilità di coltivare all’interno della propria abitazione sostanze stupefacenti. Secondo le Sezioni Unite, devono ritenersi escluse dalla punibilità in sede penale le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile e la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, risultano destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore.

Queste le parole della Suprema Corte: “il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente; devono però ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore“.

In aggiunta, la Corte di Cassazione (Cass. pen., sez. III, n. 644/2021) è tornata recentemente sul tema fornendo maggiori dettagli al fine di circoscrivere l’ambito di esclusione della rilevanza penale della coltivazione di cannabis. La sentenza stabilisce che può considerarsi per uso personale la coltivazione di stupefacenti solo laddove da questa discenda la possibilità di escludere la condotta stessa di coltivazione, la cui tipicità difetta in presenza di indici, rappresentati dalle tecniche rudimentali e da uno scarso numero di piante, che denotino la natura “domestica” della condotta.

Nel caso di specie, il numero delle piantine coltivate era quattro, ma essendo stata predisposta un serra non è stato rinvenuto l’indispensabile elemento della “coltivazione rudimentale” necessario ad escludere la responsabilità di tipo penale.

In conclusione, quindi, laddove siano simultaneamente presenti la scarsa quantità della coltivazione e l’utilizzo di tecniche rudimentali, questo può essere idoneo a classificare la condanna come non penalmente rilevante.

Tuttavia, non si può dimenticare che ciò non permette di evitare la sanzione amministrativa consistente prevista dall’art. 75 d.P.R. 309/90 nei seguenti termini:

Chiunque, per farne uso personale, illecitamente importa, esporta, acquista, riceve a qualsiasi titolo o comunque detiene sostanze stupefacenti o psicotrope è sottoposto, per un periodo da due mesi a un anno, se si tratta di sostanze stupefacenti o psicotrope comprese nelle tabelle I e III previste dall’articolo 14, e per un periodo da uno a tre mesi, se si tratta di sostanze stupefacenti o psicotrope comprese nelle tabelle II e IV previste dallo stesso articolo, a una o più delle seguenti sanzioni amministrative:

a) sospensione della patente di guida, del certificato di abilitazione professionale per la guida di motoveicoli e del certificato di idoneità alla guida di ciclomotori o divieto di conseguirli per un periodo fino a tre anni;

b) sospensione della licenza di porto d’armi o divieto di conseguirla;

c) sospensione del passaporto e di ogni altro documento equipollente o divieto di conseguirli;

d) sospensione del permesso di soggiorno per motivi di turismo o divieto di conseguirlo se cittadino extracomunitario.”

FONTI: laleggepertutti.it; altalex.com; ipsoa.it; giurisprudenzapenale.com; dirittoegiustizia.it

Pubblicato da Lorenzo Pelagatti

25 anni. Attualmente: praticante avvocato abilitato. Laureato in giurisprudenza (2020). Tutor didattico Unifi Giurisprudenza (2020). Tutor per l'orientamento Unifi (2019 - 2020).

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