Campioni e fuggitivi: l’Italia che perde i suoi figli migliori

In Italia si formano ricercatori e ricercatrici di alto livello, però i loro meriti vengono spesso riconosciuti e premiati dai Paesi in cui emigrano, non dal sistema italiano. Perché? Perché mancano lungimiranza e una visione che vada oltre il proprio orticello.

Un’immagine del problema
Immaginate di essere un artigiano che crea utensili, a migliaia, e di questi ne realizzate di ottimi e di meno ottimi per costruire nuovi prodotti. Ora, vedete che i vostri artigiani vicini di negozio producono a loro volta utensili e prodotti ma vengono da voi, che ne avete a migliaia, e voi gli cedete con noncuranza i vostri utensili migliori con cui essi costruiranno prodotti ben migliori dei vostri e voi resterete via via con meno eccellenze. Il vostro laboratorio di chiama “Italia” e quelli vicino a voi si chiamano “Francia”, “Germania”, “Stati Unti” e così via.

Lo dicono i dati
Dal 2008 al 2019 si stimano circa 14 mila persone che hanno conseguito un dottorato di ricerca in Italia, dove erano residenti prima dell’immatricolazione all’università, e che sono emigrate permanentemente all’estero. Avendo in mente questi dati, osserviamo che a Dicembre 2020 lo European Research Council (Erc) ha pubblicato i dati sui progetti di ricerca finanziati a livello europeo e, nella classifica, le istituzioni italiane di ricerca non stanno certo in cima: solo 17 casi su 327 le vedono vincitrici. Per fare un paragone, il livello di successo è pari a quello del piccolo Israele. Se poi ci confrontiamo con altri europei, vediamo che la Spagna ne ha 22, la Francia ne ha 34 mentre Germania e Regno Unito ne hanno ben 50 a testa. In questi dati osserviamo però anche una nota molto positiva: per numero di individui che hanno vinto i fondi l’Italia è a primo posto e, di questi, la metà (23) sono donne. Seguono i tedeschi che però sono decisamente meno equilibrati, con sole 12 donne sui 45 vincitori.

Nazionalità dei centri di ricerca e cittadinanza dei vincitori dei fondi di ricerca europei. – Fonte: Editoriale Domani

Domande e risposte
È quindi evidente una forte discrepanza: vincono tanti italiani, non vincono tante istituzioni italiane. Ma perché? La risposta potrebbe sembrare banale: perché i ricercatori d’eccellenza, formatisi nelle scuole italiane, vanno all’estero se il paese che ha investito nella loro istruzione non è in grado di fornire occasioni parimenti d’eccellenza.
A che prezzo accade ciò? Roberto Sitia e Anna Rubartelli hanno stimato, in un articolo del Corriere della Sera del 3 Febbraio, che il costo per lo Stato italiano nel formare chi può vincere un progetto Erc è mediamente di 500mila euro a persona. Mezzo milione di euro che se ne va per fruttare in altri paesi più previdenti e con una visione di lungo termine che il nostro, ad oggi, non ha.

(Il)Logiche di potere
Infatti, anche i ricercatori hanno una vita professionale e personale, e per viverle bene sono necessari un orizzonte temporale sufficientemente lungo, che consenta di pianificare e realizzare progetti a lungo termine, e un minimo di sicurezza finanziaria che garantisca stabilità e non sia soggetta a logiche personalistiche dei dirigenti degli istituti di ricerca: se si valuta una persona in base ad anzianità e fedeltà al posto di qualità del lavoro e bravura, logicamente si va poco lontani (tranne il ricercatore, quello sì che ci va).

Cosa fare
È necessario ostruire per queste persone capaci gli spazi necessari, fornire i mezzi utili e saper dare tempi certi, insomma investirci sul serio. Se non lo facciamo allora continuerà a stentare lo sviluppo, economico o sociale, che a cascata andrebbe a beneficio di tutta la collettività. Poiché qua lo respingiamo, lo sviluppo e tutti i relativi benefici vanno a favore di quei Paesi che accolgono le eccellenze a costo zero, senza nemmeno aver dovuto investire per formarle, e dove uno non vale uno, ma a ognuno è riconosciuto il proprio valore.

Fonte Fonte Fonte

Pubblicato da Lorenzo Stefani

Giovane, italiano ed europeo. Appassionato di tecnologia, politica internazionale e natura.

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