Cybercondria, l’ansia da tastiera

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I motori di ricerca sono ormai uno strumento quasi essenziale per la nostra vita e, spesso, la chiave per sciogliere molti di quei piccoli dubbi che ci assalgono quotidianamente. Ricette, indicazioni stradali, meteo, notizie, salute, fitness e molto altro, sono ormai a portata di mano (o di clic) in pochi secondi.

Proprio la salute compare sempre ai primi posti tra gli argomenti più cliccati del web in tutto il globo, soprattutto nel nostro paese. Secondo una stima di “Brain & Company” del 2019, infatti, l’Italia si troverebbe al terzo posto per numero di ricerche annue per utente (circa 95) in ambito healthcare, preceduta soltanto da America e Gran Bretagna.

Circa la metà delle ricerche, era volta a ricavare informazioni su sintomi e patologie associate, verosimilmente con lo scopo di arrivare ad una sorta di “diagnosi online”. Anche se apparentemente innocuo, questo argomento è fonte di non poche preoccupazioni nel campo della sanità per vari motivi. Le informazioni online sono infatti spesso incomplete, non corrette o semplicemente impossibili da verificare con fonti ufficiali, inoltre, perché il web dà una percezione errata del processo di diagnosi. Questa, infatti, non si limita ad una semplice associazione tra sintomo e patologia, ma studia anche a livello specifico e personale ogni singolo paziente.

Oltre al serio rischio che possono determinare diagnosi e terapie fai-da-te online, questo fenomeno è preoccupante per la sua larga diffusione tra pazienti di tutte le età. Negli ultimi anni, con maggiore incidenza a partire dal 2020 a causa della pandemia di Sars-Cov-2, un numero sensibilmente maggiore di persone ha sfruttato internet come primo mezzo di informazione, a seguito di dubbi (o paure) in ambito sanitario.

Ad un primo impatto, verrebbe da pensare che si stia verificando un improvviso aumento del numero di ipocondriaci ma, in realtà, si tratta di qualcosa di diverso. Secondo il “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders”, infatti, l’Ipocondria è un disturbo psichico definito come l’infondata e persistente convinzione di essere afflitti da una grave patologia, anche a seguito di esami medici che dimostrano inconfutabilmente il contrario. Sebbene sia spesso confusa con vari disturbi legati all’ansia, la condizione dell’ipocondriaco è più subdola. Nonostante non se ne conosca l’esatta incidenza, infatti, si presume che questa si aggiri intorno al 1-5% della popolazione generale.

Parlare di ipocondria non è pertanto corretto ma, fortunatamente, la “moda” dei neologismi ci viene in aiuto. È stata quindi definita la Cybercondria, condizione che determina l’infondata ed eccessiva preoccupazione riguardo ad una sintomatologia comune, a seguito di una ricerca di quest’ultimi sul web. Le sue caratteristiche sono state delineate per la prima volta nel 2014 da McElroy e Shevlin , che hanno costruito la Cyberchondria Severity Scale (CSS), estrapolandone i 5 tratti tipici:

  1. L’ossessione riguardo al proprio stato di salute, che porta a preoccuparsi anche dei sintomi più lievi, come un mal di testa;
  2. Lo stress che scaturisce dall’idea di potersi ammalare, magari anche a causa di delicate situazioni personali come il lavoro;
  3. L’eccessiva profondità delle ricerche condotte, che non si limita all’individuare le cause comuni dei sintomi percepiti ma si sposta su patologie più gravi o rare;
  4. La sfiducia o la limitata reperibilità del proprio medico curante o del personale sanitario in generale;
  5. L’assenza di tolleranza per situazioni di incertezza, che determina una necessità di rassicurazione immediata.

Il cybercondriaco è quindi spinto da uno o più di questi motivi ad avviare la sua ricerca online, fin dai primi segnali simil-patologici. Sebbene il suo scopo iniziale sia semplicemente togliersi il dubbio o rassicurarsi, la ricerca segue spesso un iter di escalation che determina l’insorgenza di sensazioni di disagio. Se la ricerca viene, per esempio, ostacolata da risultati scarsamente attendibili, viene ritardato il raggiungimento della rassicurazione desiderata e Il paziente è quindi forzato a continuare la sua ricerca per più tempo, sottoponendosi più a lungo al disagio e allo stress. Una ricerca più lunga e approfondita raggiunge inoltre risultati meno coerenti o meno probabili, che solitamente corrispondono alle patologie più gravi o più rare. Il risultato è quindi un classico effetto da “cane che si morde la coda”, che non fa altro che alimentare ancora di più il disagio provato dal cybercondriaco.

Gli effetti della Cybercondria sembrano avere un forte impatto sia sul benessere e sulla quotidianità di molte persone, anche se ancora non viene considerata una vera e propria patologia, sono infatti molti gli studi volti a definirne ogni singolo aspetto, studiando anche eventuali terapie.

Sebbene condizioni come questa siano generalmente (ed erroneamente) viste come “problemi di nicchia”, la Cybercondria è più vicina a noi di quanto si percepisca, soprattutto da quando la paura e il disagio derivati dall’emergenza Covid19 hanno solo contribuito a peggiorare la situazione. Confusione mediatica, scarsa comunicazione, isolamento e distanziamento sociale hanno contribuito ad alimentare a tal punto questo problema che, oltre che per argomenti sanitari, il web è diventato anche fonte di disagio anche per la ricerca di notizie di attualità (come norme restrittive o numero di contagi giornalieri).

Internet è uno strumento dalle infinte possibilità, per molti è oggetto di conoscenza o sfogo, per alcuni ha rappresentato l’unica soluzione per attraversare un periodo come quello che stiamo vivendo mentre, per altri ancora, è, è stato o sarà una grande fonte di disagio. La Cybercondria è solo uno dei tanti “rovesci della medaglia” del web che interferiscono con il benessere generale, ma come tutti gli altri è opportuno prendere coscienza della sua esistenza e chiedere un consulto o un aiuto, in caso sia necessario.

Pertanto, ora che siamo a conoscenza di questa condizione, chi di noi sarà il primo a digitare “sintomi cybercondria” su Google?

FONTI: PLOS, Science Direct, Resarch Gate, NCBI, JAMA

Pubblicato da Matteo Buonamici

In una giungla di passioni che coltivo sin dall'infanzia all'insegna dell'ecletticismo più sfrenato, mi interesso di scienza, tecnologia e progresso in generale. A seguito della laurea in Biotecnologie, ho intrapreso un percorso di crescita personale e professionale, in modo da essere pronto per le sfide future.

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