La crisi dei microchip

Automobili, elettrodomestici, telefoni, i produttori di dispositivi elettronici sono sempre più a corto di microchip, i “cervelli” elettronici che permettono l’elaborazione delle informazioni, e le motivazioni sanitarie ma anche politiche.

La carenza di chip, il “cervello” di ogni dispositivo elettronico nel mondo, è peggiorata costantemente dall’anno scorso.

Tutto è iniziato con dei semplici ritardi delle forniture dovuti alla chiusura delle fabbriche in seguito alla prima ondata di contagi da coronavirus, ma la carenza si è poi ampliata con l’aumento vertiginoso della domanda di semiconduttori causata dalle nuove abitudini di telelavoro e non solo. Inoltre, un incendio di una fabbrica di microchip in Giappone, il blocco attività di due grosse fabbriche in Texas a causa di una tempesta di neve e, soprattutto, la politica della guerra dei dazi commerciali tra gli Stati Uniti e la Cina, hanno contribuito ad aggravare le condizioni e generali. Così, produzione ridotta e domanda aumentata hanno causato una tempesta perfetta, una crisi senza precedenti in molti settori che potrebbe arrivare presto ad un punto di rottura.

Tutti i settori stanno risentendo di questa scarsità di componenti fondamentali, dal mercato in espansione dei veicoli elettrici ad alto contenuto tecnologico, al settore dei televisori, dei computer e degli smartphone. La stessa Apple, l’azienda statunitense che spende 58 miliardi di dollari all’anno in acquisti di semiconduttori e la più grande acquirente in assoluto, lo scorso anno ha dovuto ritardare di due mesi il lancio del suo ultimo smartphone per via della scarsità di chip. Anche le grandi aziende del settore delle console, Sony e Microsoft, hanno previsto che la ridotta disponibilità dei loro prodotti più recenti persisterà con molta probabilità almeno fino alla fine del primo semestre 2021 (se avete già una PS5 in casa siete tra i pochi fortunati).

Anche la sudcoreana Samsung, colosso della telefonia, delle TV e degli elettrodomestici nonché il secondo più grande produttore al mondo di chip dopo la taiwanese TSMC, si è vista costretta ad annunciare all’inizio della settimana che il lancio del suo prossimo telefono top di gamma potrebbe tardare ad arrivare. Inoltre, il co-direttore generale di Samsung, Koh Dong-jin, ha sottolineato come la carenza di semiconduttori si ripercuoterà in maniera disomogenea sul mercato della domanda con i produttori di automobili che saranno gli ultimi a ricevere i chip in seguito al crollo delle vendite di veicoli.

Ma se il problema è l’eccessiva domanda, come si sta procedendo lato offerta? Al momento non c’è alcun segnale che l’offerta possa raggiungere la domanda in tempi recenti, almeno non prima di due anni e di grossi investimenti in nuovi impianti di produzione oltre a quelli dei due unici colossi attuali, TSMC e Samsung.

I governi dei vari Stati, lato loro, stanno cercando di correre ai ripari. L’Unione Europea, non intenzionata ad essere danneggiata dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, ha previsto un’alleanza europea di Stati e aziende per favorire una autonoma e indipendente produzione di chip, da basare sulle “piccole” eccellenze del settore già attive nei Paesi Bassi e in Germania. Da parte loro, gli Stati Uniti prevedono un investimento di 37 miliardi di dollari nel settore dei microchip e una revisione completa della catena delle forniture, mentre in Cina l’industria dei microchip è sussidiata e sostenuta già da anni, anche per questioni di indipendenza tecnologica.

Questo squilibrio nel lungo periodo non potrà non avere conseguenze sul mercato del consumo e questo è già evidente oggigiorno: i chip costano di più, i costi nella catena di produzione aumentano e così aumenta anche il prezzo del prodotto finito. Insomma, il vostro prossimo telefono molto probabilmente ci sarà ma potrebbe costarvi sensibilmente di più.

Fonte Fonte Fonte

Pubblicato da Lorenzo Stefani

Giovane, italiano ed europeo. Appassionato di tecnologia, politica internazionale e natura.

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