La Scozia e il Regno Unito, una relazione sul punto di rottura

Le radici della crisi tra Londra e Edimburgo affondano fino ai primi anni del post Seconda Guerra Mondiale, quando l’impero coloniale cominciò a sgretolarsi e con esso anche l’orgoglio del definirsi britannici andò via via scemando sostituto dall’orgoglio di una appartenenza nazional-regionale scozzese, gallese, irlandese e inglese sempre più forte nelle nuove generazioni. Oggi, secondo quando riportato da un recente sondaggio dell’agenzia YouGov, il 75 per cento degli elettori scozzesi più giovani è a favore dell’indipendenza e, allo stesso tempo, ben il 44 per cento degli inglesi sì è dichiarato “non turbato” da un’eventuale indipendenza della Scozia mentre il 17 per cento si è addirittura dichiarato favorevole.

La Brexit ha avuto un ruolo centrale in tutto ciò: l’Inghilterra ha votato per uscire dall’Unione Europea, la Scozia per rimanerci e l’unità del regno ha subito un duro colpo. Tanti sono stati convertiti alla causa dell’indipendenza da quel voto, il primo vero successo del nazionalismo inglese, che ha spinto gli scozzesi dalla parte dell’indipendenza e dell’appartenenza all’Europa: molti scozzesi desiderano essere europei più di quanto non desiderino essere britannici ma al contempo molti inglesi tendono a sentirsi trattati ingiustamente, soprattutto dal punto di vista economico e della gestione delle risorse.

L’indipendentismo scozzese, però, va da sempre oltre la mera questione della gestione delle risorse e ha origini che nascono secoli fa. La Scozia infatti ha vissuto nella prima età moderna un periodo piuttosto lungo di indipendenza, con un suo ordinamento giuridico, una sua religione, una sua monarchia e un suo parlamento. Dal 1707, l’anno dell’unione dei due regni sotto un’unica corona, gli scozzesi seppero trovare il loro posto in quell’impero in espansione, partecipando a pieno titolo all’ascesa del regno in una (quasi) totale sintonia con il governo di Londra. Oggi invece le due nazioni fanno scelte opposte e il nazionalismo inglese, che ha soffiato sul fuoco identitario per vincere il voto sulla Brexit, oggi si trova a dover impedire chi, su simili basi, chiede a sua volta indipendenza.

Sticker in Scozia con la scritta che recita “basta al governo di Londra” – pixabay

Quali opzioni ha davanti a sé il governo scozzese guidato da Nicola Sturgeon, leader dell’SNP e primo ministro scozzese dal 2014? Nel caso di una vittoria del suo partito alle elezioni del 6 maggio, la prima richiesta sarà un nuovo referendum sulla Scozia ma solo a determinate condizioni. Infatti, Boris Johnson, primo ministro del governo britannico, dal punto di vista legale ha la possibilità di negare un referendum sull’indipendenza scozzese e pertanto Sturgeon, anche se si rivolgesse ai tribunali, non otterrebbe un referendum legalmente vincolante.  Senza di questo, l’alternativa è una replica della situazione vissuta dalla Catalogna con la Spagna, con un referendum “fatto in casa” che non ha portato niente di concreto se non l’arresto dei suoi molteplici promotori e ad un duro scontro. Una estremizzazione del conflitto non gioverebbe alla Sturgeon, consapevole della presenza di anime decisamente moderate all’interno dell’SNP.

Ma anche il governo di Londra ha le sue preoccupazioni politiche che non può ignorare, i sondaggi parlano chiaro e il desiderio di indipendenza è montante: cosa potrebbe succedere nel momento in cui la maggioranza per l’indipendenza arrivasse oltre il 70 per cento di favorevoli?

Ultimamente tra i corridoi del parlamento britannico è emersa una proposta affinché Westminster accetti di permettere un nuovo referendum alla Scozia ma anche che, prima di ciò e a differenza di quanto fatto per il referendum sull’uscita dall’Unione Europea, si tengano discussioni pubbliche su tutti gli aspetti pratici e rilevanti conseguenti alla separazione. Questo, in teoria, dovrebbe essere sufficiente a far calare il sostegno all’indipendenza. Di quanto, però, non si può sapere. Ciò che si può sapere però è che manca ancora oggi un’argomentazione sufficientemente forte ed emotiva contro l’indipendenza che vada oltre gli aspetti economici. D’altronde la Brexit stessa lo ha insegnato, la visione del futuro (vera o falsa che sia) è ancora un elemento in grado di spingere le masse oltre i calcoli economici e la razionalità.

Il 6 maggio scopriremo se la visione che ha di se il Regno Unito contribuirà, per adesso, a mantenerlo tale.

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Pubblicato da Lorenzo Stefani

Giovane, italiano ed europeo. Appassionato di tecnologia, politica internazionale e natura.

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