VIOLENZA PSICOLOGICA: LE SURVIVORS HANNO DIRITTO DI VIVERE

Perché sappiamo davvero poco della violenza psicologica? Perché non se ne parla?Non per trascuratezza, non per negligenza, ma per difficoltà.

La violenza psicologica ci riguarda, anche se è un argomento faticoso e, contrariamente a quello che a volte si tende a credere, quando si ha a che fare con qualcosa che ci riguarda parlarne è molto più difficile. Spesso pensiamo che parlare di qualcosa che ci tocca da vicino sia semplice, perché lo conosciamo, perché ci siamo passati; è così se siamo riusciti a elaborare quello che abbiamo passato, a dargli un senso, una narrazione. Altrimenti, per difenderci, ci chiudiamo. L’accettazione della violenza psicologica può nascere dalle prime esperienze relazionali. Quello che sappiamo sulle relazioni, la distinzione tra relazioni buone e cattive, lo impariamo, prima che con l’altro, in famiglia ed è difficile metterlo in discussione. Le fiabe raccontano l’indicibile: la matrigna, il padre cattivo, essere abbandonati nel bosco, non avere da mangiare: sono manifestazioni di violenza e la famiglia può essere violenta. La violenza di cui parliamo non è quella conclamata, che si identifica subito, ma assume le forme della violenza psicologica.

Anche nella coppia possiamo trovare forme di violenza psicologica; spesso non è immediatamente riconoscibile, e l’idea che si porta dietro è che basti fare le cose in buona fede per essere tranquilli, qualunque cosa diventa accettabile e perdonabile: “sono geloso perché senza te non so stare” “sono geloso perché ti amo più di me stesso”.

“Finchè morte non ci separi” un’affermazione che può diventare pericolosissima, con la quale spesso il contesto sociale collima: “se l’avessi amato non saresti andato via”. Così chi viene meno a queste dinamiche è la parte colpevole, quello che non ci ha creduto abbastanza. Manca la rappresentazione sana dell’egoismo: essere capaci di dire posso amare tantissimo ma se le cose non vanno, me ne vado.

I fattori di rischio nella relazione emergono molto presto e proprio questa manifestazione precoce deve far pensare che non si tratta di qualcosa che riguarda la relazione che ancora si sta formando, ma la persona. Il rischio altrimenti è di non riconoscere il bagaglio che la persona si è portata da casa, non riconoscere qualcosa che va rispedito al mittente.

La violenza psicologica può raggiungere forme gravi, il gaslithing ne è il massimo esempio.

Gaslithing: pietrificare, mettere sempre in dubbio fino a far perdere il contatto con la realtà. È fusione, è confusione, la persona è assoggettata, è in balia, non è più in grado di fare affidamento su sè stessa.

Pur volendo, andarsene non è il primo istinto. Nel frattempo attorno alla vittima si è creato il vuoto: l’isolamento sociale.

“Solo io ti capisco, solo io ti so”, non vanno bene gli amici, i colleghi e ancora una volta il contesto troppo spesso collima e minimizza perché “ci dobbiamo fare gli affari nostri”, siamo incapaci di scomodarci.

All’isolamento sociale spesso si unisce la difficoltà economica: la dipendenza economica dall’altro fa sì che le donne non vadano via di casa perché non hanno possibilità di essere autonome economicamente.

Violenza psicologica fattori di rischio e protezione:

I fattori di rischio: sottomissione, tendenza alla dipendenza e relazione asimmetrica. Questo significa, immaginando la bolla relazionale pari a cento, non riuscire a essere padroni del proprio cinquanta per cento, che è invece fondamentale per non lasciare all’altro il potere di decidere per entrambi. Altro fattore di rischio è la tolleranza alla frustrazione perché più si sopporta meno si è a fuoco, meno si è presenti, e si ha più possibilità di restare a lungo in un rapporto che non funziona.

I fattori di protezione: autostima, fiducia in sé stessi, capacità di autoprotezione.

Revenge porn, catcalling e victim blaming

La violenza si può esprimere in moltissimi modi, più o meno “manifesti”.

Con il termine revenge porn si fa riferimento alla condivisione non consensuale di materiale intimo. Alla base di questa forma di violenza ci sono la vendetta e la possessività, ovvero la convinzione di possedere la reputazione e l’immagine dell’altra persona. L’errore è quello di tentare malamente di “giustificare” tali gesti con la goliardia, che non c’è: l’attore sa benissimo cosa sta facendo, sa benissimo quali siano le conseguenze della diffusione di materiale intimo per la donna che lo subisce.

Con il termine catcalling si fa riferimento a una gamma di comportamenti fisici e verbali che rimandano alla cultura dello stupro. Il nome viene dal verso che si fa quando si chiama il gatto. Il catcalling consiste in fischi, molestie verbali, pedinamenti, auto che suonano; tutto ciò, ovviamente, non ha niente a che fare con i complimenti. Non sono manifestazioni di piacere ed apprezzamento.

Siamo nella sfera della molestia ed il movente non è mai sessuale, bensì ricerca di potere.

Nella violenza fisica e psicologica, nel revenge porn, nel catcalling c’è una base culturale comune: la stereotipizzazione che vede un genere, quello maschile, superiore. Si evidenzia il tentativo di ristabilire dinamiche di potere. Si può trovare un’ulteriore aggravante, il victim blaming: ovvero davanti alla violenza, non si colpevolizza l’attore, ma la vittima.

Subire questi tipi di violenze porta a una conseguenza drammatica, la modificazione del quotidiano: cambiamo vestiti, cambiamo atteggiamenti, cambiamo addirittura percorsi. C’è una limitazione grave della libertà.

Le survivors

Survivor è il termine inglese con cui si indica una persona sopravvissuta, in questo caso sopravvissuta a una relazione violenta e maltrattante da un punto di vista fisico e/o psicologico. Il termine italiano con cui si traduce ovvero “sopravvissuta” però sembra dare connotazione di pena, piuttosto che di coraggio e forza, per la donna che ha subito.

Auspichiamo un’inversione di tendenza; attirare l’attenzione, parlare di quello che si è subito non è qualcosa che scredita, che allontana dallo schema della donna ideale. Al contrario invece iniziamo a pretendere di attirare l’attenzione, iniziamo a pensare di meritarla. Mettere al centro le survivors, mettere al centro la loro narrazione, il loro dolore è il solo strumento per ottenere cura, ascolto e potere.

Fonti: Diretta di Stefania Andreoli psicoterapeuta,

Articoli e dirette di Carlotta Vagnoli: autrice e attivista femminile

R. Doyle, “La donna che sbatteva nelle porte”, Guanda, 2000

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