Diritto, moda e sostenibilità

La parola chiave degli ultimi anni (e certamente del futuro) per il mondo della moda è (e sarà) “sostenibilità“, ma questo singolo termine, in realtà, racchiude moltissimi aspetti che richiedono attenzione da parte degli operatori del settore al fine di poter raggiungere l’obiettivo di una produzione, appunto, sostenibile.

Sostenibilità e futuro sono due parole tra loro strettamente legate e, non a caso, gli studi confermano che Millenials e Generazione Z, ovvero la popolazione del futuro, sono interessati a conoscere il processo di produzione dei beni sottoposti alla loro attenzione e vogliono ricevere corrette informazioni sull’origine e la composizione dei materiali, il tutto al fine di poter effettuare scelte consapevoli.

In altre parole, il principale driver di acquisto delle ultime generazioni è la qualità, a discapito del minor prezzo.

Cosi facendo, l’atteggiamento dei consumatori mette sotto pressione i brand della moda chiedendo un cambio nella “sostanza” e il vero lusso sarà tale solo se sostenibile. In estrema sintesi, “la sostenibilità sarà un pilastro della brand equity“.

In questo contesto giocano un ruolo fondamentale le certificazioni di qualità e di provenienza che permettono ai produttori/venditori di comunicare con rapidità e chiarezza ai consumatori le caratteristiche dei prodotti.

Il tema è molto ampio ed il seguente elenco non ha pretesa di completezza, ma di seguito si riportano le principali certificazioni utilizzate nel campo della moda:

  • Fairtrade International: organizzazione globale non-profit il cui scopo è di garantire migliori condizioni di vita per i produttori dei paesi in via di sviluppo promuovendo il commercio equo e sociale.
  • Certified B Corporation: rilasciato dall’ente non-profit statunitense B-Lab. La certificazione attesta, a fronte del superamento dei controlli di conformità dei requisiti segnalati (c.d. Business Impact Assessment), l’impegno della società richiedente verso il tema della sostenibilità sociale ed ambientale.
  • GOTS (Global Organic Textile Standard): solo i prodotti che presentano una composizione di almeno il 70% di fibre tessili coltivate biologicamente possono ricevere la certificazione GOTS “fatto con X% di materiale organico”. Sopra il 95% è definito come “prodotto biologico”.
  • Oeko-Tex International: è una associazione di ricerca e controllo nel settore dell’ecologia tessile e del cuoio ed ha elaborato due marchi ovvero STANDARD 100 (sistema di controllo e certificazione della presenza di sostanze nocive, per l’uomo e per l’ambiente nei prodotti tessili ad ogni livello di lavorazione) e STeP (marchio specifico per il settore moda con la funzione di verificare l’intero ciclo produttivo avvenga nel rispetto della regole a tutela dell’ambiente).
  • Bluesign: certificazione simile a STANDARD 100 emessa da una organizzazione (l’omonima Bluesign) che si è posta come obiettivo quello di assistere le imprese per ridurre l’impatto ambientale durante l’intero ciclo di produzione, facendo particolare attenzione all’impiego di sostanze chimiche.

All’interno di tutto questo il diritto (e quindi i giuristi) devono affiancare le aziende certificartici e gli imprenditori per tutelare ogni parte in gioco e permettere il regolare svolgimento dei processi di certificazione. In caso contrario sarebbe minata la fiducia dei consumatori.

A titolo di esempio, gli operatori del diritto devono essere in grado di prevedere forme contrattuali adeguante a far sì che l’ottenimento e l’utilizzo dei marchi relativi alle certificazioni sia adeguatamente normato secondo le esigenze di entrambe le parti in gioco.

FONTI: LANNA N., “Fashion Law. Diritto e prassi nell’industria della moda tra tradizione e innovazione“, CEDAM, Milano, 2021.

Pubblicato da Lorenzo Pelagatti

24 anni. Attualmente: praticante avvocato abilitato. Laureato in giurisprudenza (2020). Tutor didattico Unifi Giurisprudenza (2020). Tutor per l'orientamento Unifi (2019 - 2020).

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