I campi di concentramento nazisti, Dachau e il darwinismo sociale.

Non appena Hitler sale al potere mette insieme un sistema concentrazionario, che continuerà ad esistere fino al 1945, mutando nel tempo a seconda delle esigenze del regime. Gli obiettivi sono quelli di allontanare, sfruttare, eliminare coloro che sono considerati “diversi”: chiunque non rientra nei parametri nazisti di comportamento, ideologia e razza.

Quando parliamo dei campi nazisti è opportuno fare una differenza tra campi di concentramento e campi di sterminio, in cui la morte era il destino comune per le persone che vi entravano, ideati ed attuati nel corso della Seconda guerra mondiale. Per agevolare la “Soluzione Finale” (il genocidio o distruzione in massa degli ebrei) i Nazisti realizzarono diversi campi di sterminio, progettati con l’obiettivo di creare una potente macchina per l’omicidio di massa. Se i “campi della morte” erano quasi esclusivamente vere e proprie “fabbriche di morte”, i campi di concentramento, invece, servivano principalmente come campi di detenzione e di lavoro e per imprigionare nemici e oppositori politici. Talvolta, tuttavia, in particolare nei grandi campi di concentramento, le due dimensioni si intrecciarono, sia con la costruzione di aree specifiche deputate allo sterminio, sia perché lo stesso sfruttamento tramite il lavoro venne finalizzato alla morte dei prigionieri. Spesso situati nelle periferie delle grandi città, i campi di concentramento erano un indicatore molto visibile della volontà del regime nazista di usare la violenza e il terrore e servivano a intimidire e a mettere a tacere ogni possibile opposizione. I reclusi nei campi di concentramento erano tenuti in condizioni disumane e sottoposti a torture, fame e, in alcuni campi, anche a sperimentazione medica. Lavoravano per circa 10/12 ore al giorno con una breve pausa per il pranzo; il cibo era nettamente insufficiente (ca. 600 kcal/giorno); gli strumenti erano inadatti al lavoro e gli abiti al clima; l’igiene, sia personale che ambientale, era scarsa e le cure approssimative; i prigionieri, infine, venivano puniti per ogni errore, dimenticanza o ritardo. Ogni campo di concentramento principale aveva una rete di sotto-campi e uno degli scopi principali delle forze naziste era quello di far lavorare i deportati per favorire le imprese tedesche, statali e private. Nel primo periodo del regime nazista la maggior parte dei prigionieri era costituita da cittadini tedeschi: comunisti, socialisti, social-democratici, Rom, omosessuali, testimoni di Geova e persone accusate di comportamenti asociali.

I deportati per motivi politici (comunisti, socialdemocratici, cristiano-sociali, partigiani, oppositori, scioperanti etc.), cioè tutti coloro che manifestavano idee contrarie al regime, erano contrassegnati dal triangolo rosso; dal triangolo verde, invece, i criminali abituali; il viola era utilizzato per i testimoni di Geova; il blu per gli emigranti (oppositori tedeschi arrestati all’estero, esuli, fuoriusciti, repubblicani spagnoli); il rosa per gli omosessuali, sessualmente “devianti”; infine, gli “asociali” o anti-sociali (disoccupati, senzatetto, beneficiari di assistenza sociale, prostitute, mendicanti, alcolisti, tossicodipendenti) erano contrassegnati dal triangolo nero.

Il primo di questi campi fu aperto nel marzo 1933 a Dachau, vicino a Monaco in Baviera.

Esso fu pubblicizzato come un progetto pubblico di grande rilevanza e segnò l’iniziò per Dachau di un periodo drammatico che vide legato indissolubilmente il nome della città al campo di concentramento. Dachau rappresenta uno specifico interesse perché al suo interno racchiude tutta la storia del sistema concentrazionario. A lungo campo di prigionia e concentramento, nell’ultima fase vide la costruzione fuori dal reticolato originario di un’area destinata allo sterminio, con la costruzione di camere a gas. Il campo di Dachau fu quindi dotato di due ingressi; ad uno di questi ingressi arrivavano i treni, identificati come “trasporto per disabili”. I prigionieri scendevano a gruppi ed entravano nella prima stanza, dove veniva spiegato loro dove erano arrivati, cosa sarebbe successo e che ci sarebbe stata una doccia comune prima di entrare nel campo. Dare spiegazioni chiare ed esaurienti ai prigionieri era una delle tecniche naziste per evitare scene di panico generale. Passavano poi in un’altra stanza, dove veniva dato loro l’occorrente per fare la doccia. Convinti di fare una doccia comune, entravano poi in una stanza dal soffitto più basso: dalle bocchette, però, veniva fuori il gas proveniente dall’esterno del campo, che uccideva in venti minuti.

Il campo era circondato da un filo spinato e percorso da corrente elettrica e da un fossato, profondo circa 3 metri e mezzo e largo 3 metri; saltarlo era impossibile, soprattutto se si pensa alle condizioni terribili in cui si trovavano i prigionieri, sottoposti anche ad un clima rigido. Una striscia di verde, invece, era importante: il prigioniero che si trovava su questa striscia sapeva di essere in pericolo perché dalle torrette gli avrebbero sparato. Inoltre, il prato verde era importante: la cura del verde nei vari campi nazisti era pura propaganda. I nazisti curavano i fiori, gli alberi e i prati del campo e la musica risuonava per tutta la giornata. Ogni campo di concentramento aveva infatti un’orchestra, che suonava dalla mattina alla sera: i paesi vicini si facevano quindi un’idea del campo del tutto errata. I prigionieri che sapevano leggere, scrivere, suonare uno strumento facevano un lavoro migliore rispetto agli altri e venivano trattati meglio, perché servivano al sistema nazista. Si parla quindi di “lavoro buono” per distinguerlo dal “lavoro cattivo”, in riferimento a tutti coloro che venivano obbligati a lavorare la terra o fare lavori più duri. Fra i campi, quello di Dachau era uno di quelli che racchiudeva il numero maggiore di detenuti, ma come punti di controllo c’erano soltanto sette torrette; su ogni torretta stava un militare. I prigionieri erano in netta maggioranza, ma non si ribellavano mai, a causa del terrore, della sete e della fame diffuse. Essi erano gestiti dai kapò: prigionieri, scelti dalla categoria dei criminali ai quali era affidata la responsabilità delle singole baracche con potere di vita e di morte nei confronti dei compagni presenti al suo interno; inoltre, questa figura possedeva dei piccoli privilegi (cibo abbondante, residenze migliori…) che favorivano l’attaccamento al ruolo. Infine, i prigionieri venivano spesso puniti gratuitamente e sulla base di pretesti inutili da parte dei nazisti.

Il campo venne liberato il 29 aprile 1945.

Il progetto complessivo nazista prevedeva dunque la riorganizzazione della società tramite l’eliminazione di chi era ritenuto fuori da determinati parametri sociali, razzisti e comportamentali, quindi di tutti coloro che non erano allineati ideologicamente (oppositori reali o presunti del regime), di tutti coloro che erano ritenuti dannosi per la popolazione (“asociali”, “devianti” sociali, criminali abituali, portatori di tare fisiche o mentali) e, infine, gli inferiori per “razza” (ebrei, rom, sinti).

A proposito di razza, quella tedesca – “ariana” – veniva ritenuta superiore a tutte le altre. Il regime nazista dal ’33 al ’45 fu caratterizzato, come ben si sa, da un’immane violenza. Quale fu la genealogia di così tanta violenza? Per alcuni aspetti, essa era già radicata nella cultura europea. Violenze immani erano state già compiute con il colonialismo e nel corso della Prima Guerra Mondiale con il genocidio verso gli Armeni compiuto dagli ottomani. Inoltre, si diffuse una serie di opinioni riguardo alle teorie elaborate da C.R. Darwin: alcune proposizioni dello scienziato furono utilizzate in modo strumentale e trasferite nella politica e nella società. Si parla, infatti, di “darwinismo sociale”, intendendo l’idea di supremazia tra razze.

Per “darwinismo sociale” si intende l’applicazione allo studio delle società umane dei principi darwiniani della lotta per l’esistenza e della selezione naturale, diffusa nella seconda metà dell’Ottocento a opera dei pensatori positivisti. La locuzione è rimasta nell’uso corrente soprattutto con significato polemico per indicare teorie razziste. La fama clamorosa che i libri di Darwin, L’origine della specie (1859) e L’origine dell’uomo (1871), produssero nei primi decenni del XX secolo, fu dovuta al fascino che esercitava su larga parte del mondo intellettuale la tesi semplicistica – estrapolata dal contesto scientifico darwiniano – della sopravvivenza del più forte. Tale idea si diffuse nei decenni successivi in Germania, andando quindi a giustificare la superiorità della “razza tedesca”. Nei primi anni del Novecento figure come Eugene Fischer contribuirono all’elaborazione di una teoria e di una pratica eugenetica. Fischer ottenne ampi fondi da Hitler per portare avanti le sue analisi sui figli dei meticci, propagandando le tesi della pura razza ariana, della sterilizzazione forzata e del divieto di incroci razziali, che si tradussero nelle leggi naziste di Norimberga del 1935, che proibivano i matrimoni tra cittadini “di puro sangue tedesco” e gli ebrei. Oltre a ciò, si inserì anche la politica dell’eutanasia dei “meno adatti”. La Germania nazionalsocialista avviò ampie campagne di sterilizzazione forzata che tra il 1933 e il 1939 portarono a sterilizzare oltre 300 mila persone tra persone giudicate affette da malattie ereditarie, in una visione distorta delle leggi dell’ereditarietà. Il medico personale di Hitler, Karl Brandt, sviluppò in quegli anni il programma noto come Aktion T4, portato avanti dal “Comitato del Reich per il rilevamento scientifico di malattie ereditarie e congenite gravi”, istituito nel 1938: il comitato aveva lo scopo di ordinare la soppressione di tutti i bambini fino ai tre anni con malformazioni fisiche e malattie mentali. Negli anni successivi questa politica fu estesa anche agli adulti. Si stima che circa 70 mila persone furono uccise attraverso i programmi di eutanasia – e in molti casi di vero e proprio sterminio di massa – del Terzo Reich. Il termine “eutanasia” va però inteso con un significato diverso da quello che diamo oggi: non prevedeva, infatti, il consenso dei pazienti, ma la soppressione contro la loro volontà. Lo scopo dell’organizzazione nazista era infatti quello di creare una società “pura” e “perfetta”, quindi redimerla: non vi trovavano posto, dunque, gli ebrei, considerati la razza semitica, portatrice di valori insani ed inferiori, handicappati, malati mentali e le categorie ritenute deboli. Tutte queste persone erano ritenute minacciose per la razza ariana e come tali dovevano essere emarginate, compiendo una vera e propria “igiene razziale”.

L’ideologia alla base del nazismo, il darwinismo sociale, non è che un aberrante fraintendimento delle teorie dell’evoluzione e dimostra come la cattiva interpretazione della scienza può arrivare a causare danni terribili nella società.

FONTI:

http://www.cittadellascienza.it/notizie/la-scienza-sbagliata-del-nazismo/

http://www.lanzone.it/Shoah/Schede/lager.htm

lezione prof. Marta Baiardi, tenuta nell’aprile 2017.

Invito alla biologia blu: dagli organismi alle cellule

https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Dachau

Visita al campo di Dachau.

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