Myanmar, la democrazia perduta

La fragile democrazia che si stava faticosamente costruendo in Myanmar ha subito un duro colpo a febbraio 2021 quando l’esercito non ha riconosciuto l’esito delle elezioni e ha preso il potere. Da allora il futuro del paese è incerto.

Il 1° febbraio 2021 in Myanmar, Stato dell’Indocina stretto tra India, Cina e Thailandia noto ai più in passato col nome di Myanmar, le forze militari birmane – note col nome di Tatmadaw – prendevano il potere con un colpo di Stato a danno del governo legittimo e democraticamente eletto di Aung San Suu Kyi, leader birmana e premio Nobel per la pace. Avrete probabilmente visto anche voi il video virale di ginnastica mattutina a ritmo di colpo di stato sullo sfondo. Il giorno dopo, il 2 febbraio migliaia di cittadini nelle maggiori città del paese si sono riversati nelle strade per manifestare contro il colpo di stato, quel giorno è nato il movimento di disobbedienza civile della Birmania ed è iniziato lo scontro tra cittadini ed esercito. 

Oggi
Oggi, a più di tre mesi dal golpe militare, ci sono oltre 800 vittime riportate e sono oltre 3.500 gli arresti. Le Nazioni Unite stimano oltre 250.000 gli sfollati interni e, in seguito al peggiorare della situazione nel paese, l’Assemblea Generale dell’Onu ha valutato un embargo al commercio di armi alla giunta militare birmana chiedendo inoltre ai militari di “porre fine allo stato di emergenza” e fermare immediatamente “ogni violenza contro i manifestanti pacifici”, nonché “di rilasciare immediatamente e incondizionatamente il presidente Win Myint, la consigliera di Stato Aung San Suu Kyi” e tutti coloro che sono stati “arbitrariamente detenuti, accusati o arrestati” dal colpo di stato ad oggi. La guerra civile in Myanmar non ha coinvolto solo le tradizionali istituzioni internazionali, infatti anche in altri contesti la situazione ha ricevuto attenzione: sul palco di Miss Universo, la rappresentate birmana Thuzar Lwin, ha srotolato un cartello con la scritta “Pray for Myanmar” e, restando a tema di preghiere, durante una messa per la comunità del Myanmar in Italia, anche Papa Francesco ha rievocato la situazione nel paese e auspicato il raggiungimento della pace.

La guerra interna
L’opposizione interna non è solo da parte dei comuni cittadini che desiderano un governo democratico ma vi sono anche altri attori interni al paese che hanno deciso di opporsi con milizie auto-organizzate. Il Myanmar è infatti una nazione costituita da tanti gruppi etnici – ben 135 ufficialmente riconosciuti dallo Stato più numerosi altri non riconosciuti – e sicuramente avrete sentito parlare dei Rohingya islamici che sono stati perseguitati dall’esercito birmano nel 2017 e che hanno istituito delle milizie per opporsi all’esercito. Un altro gruppo etnico – ma meno noto – è quello dei Chin, e anch’essi si sono organizzati con un’amministrazione popolare locale nella loro città principale, Mindat, rinnegando l’autorità dell’esercito birmano. 

Se l’instabilità è contagiosa i vicini si preoccupano
Le varie forme di ribellioni e dichiarazioni di autogoverno locali, unite alla più grande e diffusa protesta civile contro il colpo di stato militare, hanno portato gli stati confinanti, e non solo quelli, a preoccuparsi della tenuta dello Stato multietnico e della possibilità di una diffusione di attività illecite internazionali (come spesso accade in territori dove non vi è uno Stato solido come le regioni ucraine occupate del Donbass o lo stato fallito della Somalia). Per questo motivo il 24 aprile dieci delegazioni degli stati membri dell’ASEAN (Associazione delle nazioni del sud-est asiatico) si sono riunite e hanno discusso della crisi in Myanmar insieme al comandante in capo delle forze armate birmane, il generale Min Aung Hlaing. Alla fine del summit si è arrivati ad un accordo che prevede cinque azioni per la risoluzione del conflitto: 

  • Cessazione immediata della violenza nel paese; 
  • Istituzione di un tavolo dialogo tra tutte le parti interessate; 
  • La mediazione di un inviato speciale ASEAN al tavolo di dialogo;
  • La fornitura di aiuti umanitari da parte degli stati membri dell’ASEAN alla società civile;
  • Una visita in loco dell’inviato speciale per incontrare le parti in lotta.

L’accordo però sembra perdere di ogni valore concreto in quanto la  giunta militare ha indicato che prenderà in considerazione l’accordo solo dopo che sarà ristabilito l’ordine nel paese ad opera delle forze armate. 

Ad oggi Unione Europea e Stati Uniti hanno condannato il colpo di stato e applicato delle sanzioni economiche alle aziende birmane controllate dall’esercito ma l’attore principale della regione, la Repubblica Popolare Cinese, se in un primo momento non ha fatto azioni a favore di una parte o dell’altra limitandosi a ribadire la necessità di “stabilità e pace”, recentemente ha iniziato a riferirsi al Gen. Min Aung Hlaing come “leader del Myanmar” e non più col suo titolo ufficiale di membro dell’esercito. Questo cambiamento potrebbe essere l’inizio di una presa di posizione da parte di Pechino ad accettare il fatto compiuto del governo golpista ma, tra una gran parte della popolazione adirata per il riconoscimento di un governo illegittimo per i più e una giunta militare che da sempre si mostra diffidente verso le intenzioni cinesi, il futuro della Cina in Myanmar sembra pieno di insidie. 

Ma soprattutto, in Birmania, il futuro più a rischio è quello della democrazia stessa.  

Fonte
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Pubblicato da Lorenzo Stefani

Giovane, italiano ed europeo. Appassionato di tecnologia, politica internazionale e natura.

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