Il ritorno dei Talebani e l’incubo delle donne afghane

Domenica 15 agosto 2021: Kabul è caduta, i Talebani hanno vinto una guerra mai combattuta.

La presa della capitale ha rappresentato il culmine di un’offensiva militare iniziata nel maggio 2021. Ma facciamo un passo indietro. L’Afghanistan è stato governato dai Telebani, setta fondamentalista islamica, dal 1996 fino al 2001, quando pochi mesi dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre, gli Stati Uniti e altri paesi della Nato (Italia inclusa) hanno deciso di invadere il paese per cercare il responsabile dell’attentato: Osama Bin Laden. Durante questi vent’anni di governo statunitense l’obiettivo è stato quello di instaurare un regime democratico, nonostante la continua presenza di sacche di resistenza talebane in tutto il paese. Il progetto, tuttavia, si è rivelato un totale fallimento: appena gli americani hanno lasciato il paese, i Talebani hanno riconquistato l’Afghanistan in pochissime settimane, senza incontrare alcuna resistenza. Una banda di fondamentalisti in moto ha in pochi giorni sbaragliato un intero esercito impreparato, abbandonato dai generali in fuga e dal proprio presidente, dichiarando così la rinascita dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan. L’intera popolazione ha visto vanificate, in una notte, tutte le conquiste raggiunte ed è risprofondata nella paura. Durante il loro precedente governo, infatti, i Talebani avevano applicato le rigidissime regole della Sharia (legge islamica), imponendo a tutta la popolazione la loro visione fondamentalista del mondo: gli uomini non potevano tagliare la barba, vietati radio, tv e cinema; le donne, considerate proprietà del marito, potevano uscire di casa solo completamente coperte dal burqa e solo in compagnia di uomini della famiglia; non era consentito loro  parlare o ridere davanti ad altri uomini e nemmeno fare rumore mentre camminavano. Non potevano entrare nei negozi né svolgere funzioni pubbliche. Le pene variavano dalle frustrate alla lapidazione.

È proprio sulla questione delle donne che ci vogliamo concentrare.

Si sono levate numerose grida di disperazione da parte della popolazione femminile afghana. Una drammatica testimonianza è quella di una ragazza di ventotto anni che, appena i Talebani hanno preso il controllo del Paese, ha tentato di scappare verso l’Europa:

“Fino a sabato mattina la situazione era normale, anche a Kabul: potevo indossare quello che volevo”. Poi, tutto è cambiato in ventiquattro ore: “Stare in giro faceva paura: non ci sono donne per strada, io uscivo con una lunga sciarpa per coprirmi il volto e non farmi riconoscere”.

“Molti hanno iniziato ad aprire scatole di burqa che hanno messo via vent’anni fa dopo la caduta del regime”, afferma un’altra testimone. Per altre, invece, l’acquisto del burqa rappresenterà un ostacolo anche dal punto di vista economico, tale da dover condividerlo con le proprie madri. “Se la situazione peggiora – riferisce un’altra testimone – non abbiamo niente, dovremo crearne uno usando delle lenzuola”. Pochissime donne credono che i Talebani, nonostante le loro dichiarazioni, porteranno qualche sicurezza, in quanto – afferma lei – “la sicurezza include la protezione dei diritti umani fondamentali, inclusi i diritti delle donne. Poiché i Talebani giocano con la vita e si presentano come ‘amici dell’umanità’ mentre commettono crimini fuori telecamera, non porteranno mai conforto in un paese che hanno bombardato per decenni né le donne si sentiranno mai al sicuro in loro presenza. Ricordatevi che non saranno mai la risposta alla nostra libertà”.

Nonostante le rassicurazioni del ministro della Cultura Zabiullah Mujahid, che aveva garantito la presenza delle donne nel governo, il portavoce talebano Sayed Zekrullah Hashim ha lanciato segnali inequivocabili su come diventerà la società afghana: “Una donna non può fare il ministro. È come se le mettessi sul collo un peso che non può sostenere. Non è necessario che le donne siano nel governo, loro devono fare figli”. Si tratterà, dunque, di un esecutivo esclusivamente al maschile.

Le prime vittime delle ritorsioni dei Talebani sono state le donne che avevano collaborato con il governo precedente. Emblematiche sono le parole drammatiche rilasciate il 15 agosto al sito inglese iNews, da Zarifa Ghafari, 27 anni, il più giovane sindaco dell’Afghanistan: “Sto aspettando che i Talebani vengano ad uccidermi. Sono seduta qui ad aspettare che arrivino. Non c’è nessuno che aiuti me o la mia famiglia. Sono seduta con loro e con mio marito. Non posso lasciare la mia famiglia. E comunque dove potrei andare?”.

A Firozkoh, capoluogo della provincia centrale di Ghor, un’altra donna è stata uccisa dai Talebani, in casa, davanti agli occhi dei suoi parenti. Banu Negar Masoomi, incinta all’ottavo mese, era stata agente di polizia afghana del passato governo guidato da Ashraf Ghani. Secondo la testimonianza del figlio, i killer della donna sarebbero arrivati ad estrarle il cervello dalla scatola cranica, dettaglio confermato anche dalla CNN.

Un’altra questione riguarda proprio la presenza di giornalisti nel paese e le difficoltà riscontrate nel fare informazione. “Nessuno sostiene le donne giornaliste in Afghanistan. Abbiamo paura che se i Talebani ci trovano ci uccideranno sicuramente”, ha affermato una testimone. Diverso è il trattamento riservato alle giornaliste internazionali, che riescono a darci un’immagine realistica di quanto sta accadendo nel paese. Indicativo in tal senso è stato nei giorni scorsi l’incontro tra l’inviata Rai per il tg3 a Kabul, Lucia Goracci, e un combattente talebano che in quel momento era di fronte a lei, mentre lo intervistava: “ma perché non mi guarda in faccia quando mi parla?”. Il video ha fatto presto il giro del web. “Non mi è permesso parlare alle donne”, ha risposto lui. “Non mi sono spaventata”, ha commentato Goracci al Corriere della Sera, “perché l’ho visto spiazzato, più che aggressivo. Mi ha trattata con distacco sprezzante”. E poi ha aggiunto: “Mi sono allontana con tranquillità. Triste a dirsi, ma noi giornalisti internazionali siamo più protetti. C’è un doppio standard: fossi stata afghana, non me la sarei cavata con tanta facilità”.

Di donne a giro se ne vedono ben poche. Da tre settimane, Kabul è una città di soli maschi.

Questo però non ha soffocato la voce delle donne afghane che hanno organizzato proteste e sono scese in piazza a Kabul, ed in altre città, per rivendicare il loro ruolo fondamentale all’interno del paese. Nonostante le ripetute dichiarazioni favorevoli ai diritti femminili da parte dei Talebani, qualunque manifestazione dai tratti pacifici è stata aspramente repressa dalle forze di sicurezza che, in alcuni casi, ha aperto il fuoco sui partecipanti.

La resistenza e la caparbietà delle donne afghane sono state anche diplomaticamente soffocate dal divieto, emanato mercoledì 8 settembre, di organizzare e partecipare in tutto l’Afghanistan a manifestazioni non autorizzate per non recare “il disturbo della vita normale e la molestia delle persone”. Secondo il portavoce dei sedicenti studenti coranici “Le donne che protestano non rappresentano tutte le donne afghane”: una parte della popolazione femminile, infatti, ha accettato di vivere le regole della Sharia. Loro non sono meno donne delle manifestanti: hanno scelto la loro parte ed i loro diritti. Alle altre donne, quelle in strada, è stata riconosciuta solo l’appartenenza allo schieramento opposto ai Talebani, la concessione dei loro diritti non è ancora stata considerata.

Un ulteriore ambito in cui i Talebani sono pesantemente intervenuti per limitare le libertà e l’indipendenza delle donne è quello dell’istruzione. Una tenda divide l’aula in due, separa gli uomini dalle donne; sono riprese così le lezioni del nuovo anno accademico, secondo le rigide regole imposte dai Talebani. Le donne potranno continuare a frequentare le lezioni, ma a patto che indossino abaya (una lunga tunica) e niqab (un velo che copre gran parte del volto). Dovranno essere istruite soltanto da docenti dello stesso sesso e saranno costrette a terminare le lezioni cinque minuti prima degli uomini per evitare di socializzare all’esterno coi colleghi maschi. Previsti anche ingressi e uscite diversificati per gli studenti e le studentesse. Questa situazione riguarda scuole e università di tutto il paese: insegnanti e studenti delle più grandi città afghane hanno raccontato di ragazze segregate in classe, isolate e limitate negli spostamenti nel campus.

Oltre al divieto di organizzare manifestazioni non autorizzate e alle segregazioni di genere nell’università, i Talebani hanno vietano alle donne di praticare sport. Di seguito si riportano le parole del vicecapo della Commissione cultura Ahmadullah Wasiq in un’intervista all’emittente australiana SBS: “Non è necessario fare sport. L’Islam non permette che le donne siano viste così”. “Non credo che alle donne sarà consentito di giocare a cricket perché non è necessario che le donne giochino a cricket” – ha dichiarato Wasiq, spiegando che nel gioco “potrebbero dover affrontare situazioni in cui il loro o il loro corpo non siano coperti. L’Islam non permette che le donne siano viste così”. “È l’era dei media – ha aggiunto Wasiq, consapevole del rischio che le atlete finiscano sui giornali e in tv – Ci saranno foto e video, e poi la gente li guarderà. L’Islam e l’Emirato non consentono alle donne di giocare a cricket o praticare uno sport in cui vengono esposte».

Anche riguardo la sanità si è notato un netto peggioramento rispetto agli anni precedenti: secondo i medici del centro di ostetricia, neonatologia e pediatria di Anabah, sette partorienti su dieci non si recano più in ospedale per ricevere le adeguate cure mediche durante il parto.

Anche gli uomini si mostrano preoccupati per il futuro delle loro mogli e dei loro figli, specialmente quelli che hanno figlie giovani. In tutto il mondo si avverte la paura del ritorno al cosiddetto ‘Medioevo talebano’: le donne, dopo aver respirato aria di libertà, rischiano di tornare invisibili.

FONTI:

https://www.tgcom24.mediaset.it/

Pagina Instagram di Zahrawz e di Shabnamnasimi

https://www.fanpage.it/

https://www.open.online/

https://www.repubblica.it/

https://www.corriere.it/

https://tg24.sky.it/

https://edition.cnn.com/

The Guardian

Medici senza frontiere

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