Di cosa parliamo quando parliamo di sostenibilità

Ogni giorno sentiamo parlare di sostenibilità e sviluppo sostenibile – dai media, dai politici e dalle aziende, in ambiti divulgativi o per il marketing. Ma sappiamo veramente di cosa parliamo quando parliamo di sostenibilità? (Fig. 1).

Fig. 1 (fonte: globalgoals.org)

Secondo il Rapporto Brundtland – “Our common future” –, pubblicato nel 1987 dalla Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite, la sostenibilità è la condizione in cui è possibile soddisfare i bisogni delle generazioni presenti senza pregiudicare quelli delle generazioni future. Possiamo quindi parlare di sviluppo sostenibile ogni qualvolta questa definizione viene rispettata.

In tal senso, si parla di sviluppo e non di crescita, ponendo la distanza da un paradigma che considera semplicemente l’incremento della ricchezza economica, misurabile mediante indici come il PIL, spostando il focus verso la ricerca di un miglioramento generale del benessere collettivo di tutti quanti.

Il programma ambiente dell’ONU (UNEP, 1991) aggiunse poi il concetto di carrying capacity, che rappresenta la capacità portante degli ecosistemi del nostro pianeta da non superare per mantenersi all’interno di uno sviluppo sostenibile.

La sostenibilità riguarda tre componenti fondamentali: ambiente, società ed economia. Per fare in modo che si abbia uno sviluppo sostenibile devono infatti essere tenute in considerazione tutte e tre queste sfere, in quanto intimamente interconnesse e fondamentali per il benessere dell’uomo.

La rappresentazione grafica classica della sostenibilità (Fig. 2a) è infatti quella di tre cerchi che si intersecano parzialmente tra di loro, con ogni cerchio che rappresenta una delle tre componenti, dove l’intersezione tra le tre circonferenze va a formare l’area in cui esiste uno sviluppo sostenibile. Una rappresentazione che invece tiene conto del principio della carrying capacity (Fig. 2b) e che stabilisce una sorta di gerarchia tra le tre componenti fondamentali è quella dei tre cerchi concentrici, dove il cerchio più grande rappresenta l’ambiente, che contiene al suo interno la società che a sua volta contiene al suo interno l’economia.

Fig. 2: Rappresentazioni grafiche della sostenibilità

Secondo Herman Daly, economista americano tra i primi a porre l’attenzione su studi riguardanti lo sviluppo sostenibile, i principi della sostenibilità sono tre:

  1. Principio del rendimento sostenibile: le risorse rinnovabili devono essere consumate ad una velocità tale da permettere alla natura di ripristinarle.
  2. Principio della capacità di assorbimento: gli scarti e i rifiuti devono essere prodotti ad una velocità tale da permettere agli ecosistemi di assorbirli senza effetti di accumulo.
  3. Principio di quasi sostenibilità: l’uso quasi sostenibile di risorse non rinnovabili richiede un bilanciamento compensativo in un sostituto rinnovabile.

Possiamo poi distinguere una sostenibilità debole da una sostenibilità forte. La sostenibilità debole considera il capitale naturale alla stregua delle altre forme di capitale, con la possibilità di sostituirle arbitrariamente. La sostenibilità forte, invece, rifiuta qualsiasi sostituzione tra i beni naturali e gli altri beni prodotti dall’uomo, in quanto l’ambiente non ha delle alternative valide nel nostro pianeta.

Una delle problematiche legata al concetto di sostenibilità e sviluppo sostenibile è che non sono delle grandezze direttamente misurabili. Per farci un’idea di quanto un processo produttivo o una nazione intera sia vicina alla sostenibilità vengono infatti usati degli indicatori. Gli indicatori di sostenibilità si pongono come obiettivo quello di descrivere numericamente lo sviluppo sostenibile sintetizzando una grande quantità di dati, producendo un risultato intuitivo e facile da comprendere e comunicare. Alcuni esempi di indicatori di sostenibilità sono quelli appartenenti alla “footprint family”, come l’ecological footprint o la carbon footprint, ma esistono anche indici che si propongono l’ambizioso obiettivo di sostituire il PIL come misura del progresso di una nazione, come i Genuine Progress Indicators (GPI).

Uno dei momenti chiave in cui è emersa la volontà di una transizione verso uno sviluppo più sostenibile è stato nel 1992, durante il Summit sulla Terra di Rio de Janeiro. In quella occasione fu pubblicata l’Agenda 21, un programma dettagliato con l’obiettivo di tracciare i punti fondamentali da seguire lungo il XXI secolo per un futuro in cui realizzare un aumento di sostenibilità generale, a livello mondiale, nazionale e locale.

L’ultimo grande passo, cronologicamente parlando, riguarda la successiva Agenda 2030, sottoscritta nel 2015 da tutti e 193 i paesi facenti parte delle Nazioni Unite. In questo accordo sono stati stabiliti 17 obiettivi o Sustainable Development Goals (SDGs) e 169 sotto-obiettivi interconnessi tra di loro per un futuro migliore e più sostenibile per tutti. Negli SDGs si parla di tutela ambientale, di povertà, di salute, di modelli di produzione e consumo, di uguaglianza e di giustizia. L’andamento della situazione viene monitorata mediante una serie di indicatori scelti da un gruppo di esperti, l’Inter Agency Expert Group on SDGs (IAEG-SDGs).

Fig. 3 (fonte: un.org)

Fonti:

  • Brundtland, G. H. (1987). Our common future—Call for action. Environmental Conservation14(4), 291-294.
  • Daly, H. E. (1992). Sustainable development is possible only if we forgo growth’. Earth Island Journal7(2), 12-12.
  • Lanza, A. (2006). Lo sviluppo sostenibile. Il mulino.
  • Pulselli, F. M. (2011). La soglia della sostenibilità ovvero quello che il Pil non dice. Donzelli Editore.
  • United Nations Environment Programme: report of the Governing Council on the work of its 16th session, 20-31 May 1991.
  • asvis.it
  • sdgs.un.org
  • Treccani.it

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