COP 26

COP 26: L’inizio delle grandi promesse

COP26

Introduzione

La 26esima Conferenza ONU delle parti sui cambiamenti climatici (26th UN Climate Change Conference of the Parties), meglio conosciuta con la sua abbreviazione COP26, si è riunita a Glasgow alla fine di ottobre e si è conclusa venerdì 12 novembre 2021. Oltre 40.000 partecipanti, tra cui circa 120 capi di stato e rappresentanti nazionali, si sono riuniti per delineare i loro impegni sul clima.

La conferenza si è conclusa con ampio disaccordo sul suo grado di successo. Dalle nazioni, ai media alle ONG, tutti hanno interpreto e analizzato a fondo ciò che è stato concordato durante le due settimane in Scozia, misurando la giustizia o gli errori dei concordati internazionali, i progressi, cosa significa tutto questo per l’economia, cosa significa per le ormai 8 miliardi di persone sulla terra. Ma come altri accadimenti, tutto dipende dalle proprie prospettive, dalla conoscenza e dal rapporto con ciò a cui tutti hanno assistito. Di sicuro questa è stata l’edizione con il maggior interessamento mediatico della storia, e questo è un bene. Le cause sono molteplici, e tra queste si ricorda il clima di tensione internazionale, i nuovi movimenti giovanili ambientali, l’entrata in vigore di diverse legislazioni a tutela del clima e dell’ambiente, la consapevolezza della fragilità dell’uomo a fronte dei fenomeni naturali (come la pandemia da Covid-2019, che senza lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali probabilmente sarebbe stata evitata).

La COP26 ha prodotto una serie di accordi e coalizioni di varie dimensioni che hanno sancito nobili obiettivi per porre fine alla deforestazione, ridurre le emissioni di metano e l’utilizzo di energia derivante dal carbone, per citarne alcuni. Dopo sei anni di negoziati, un altro risultato è stato il completamento del Paris Rulebook, una serie di linee guida su come viene attuato l’accordo di Parigi. L’articolo 6 dell’accordo di Parigi, che prevede la definizione dello scambio di crediti di carbonio attraverso la UN Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) come meccanismo per ridurre le emissioni, è stato però il pezzo mancante dell’accordo. Il vertice ha anche visto la Cina e gli Stati Uniti (i due maggiori emettitori al mondo di gas serra) annunciare che rafforzeranno la cooperazione sull’azione per il clima. Ci sono state poi notevoli promesse di finanziamento delle azioni per il clima del valore complessivo di 130 trilioni di dollari per trasformare l’economia globale a zero emissioni nette.

Secondo alcune stime, sono stati presi oltre 300.000 diversi impegni durante la conferenza. Ma per districarsi tra tutte queste informazioni, viene qui fatta luce sui principali e più emblematici sviluppi della conferenza, a partire dalle negoziazioni concluse con il cosiddetto Glasgow Climate Pact.

Glasgow climate pact, promesse net-zero e sviluppo sostenibile

151 paesi hanno presentato i propri piani climatici (Nationally Determined Contributions, NDCs) utili a ridurre le emissioni entro il 2030. Per mantenere l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi rispetto ai valori pre-industriali, è stata sancita la necessità di ridurre le emissioni globali della metà entro la fine di questo decennio. Le nazioni sono incoraggiate ad revisionare i propri NDCs prima della COP27 del 2022 a Sharm El-Sheikh in Egitto, mentre in precedenza si prevedeva che gli stessi piani sarebbero stati aggiornati solo entro il 2025.

Vengono così introdotti 31 nuovi NDC aggiornati, in particolare quelli dell’Arabia Saudita, membri non-G20 e Cina, a cui si aggiunge la tanto discussa e discutibile promessa da parte dell’India di raggiungere net-zero emission entro il 2070 (sebbene l’India abbia ancora presentato formalmente un NDC aggiornato). Ma secondo le Nazioni Unite, questi piani così come sono mettono il mondo sulla strada per un riscaldamento di circa 2,4 – 2,5 gradi entro la fine del secolo: una traiettoria migliore del mondo prima dell’accordo di Parigi (4 gradi) ma comunque pericolosa.

Solitamente ricercatori tendono a concentrare i loro sforzi su tre diversi percorsi potenziali (scenari) che il mondo potrebbe intraprendere per il resto del 21° secolo, considerando la situazione odierna. Il primo di questi è riferito agli scenari politici attuali. Questi generalmente portano le emissioni globali di gas serra (Greenhouse Gassess, GHGs) a rimanere stabili o in leggero aumento nei prossimi tre decenni, prima di diminuire leggermente entro la fine del secolo. Il secondo scenario sono gli impegni per il 2030, che si concentrano su un mondo in cui i paesi soddisfano i loro NDCs nel 2030 e continuano a ridurre le emissioni a un ritmo simile per il resto del secolo, con emissioni che si dimezzano all’incirca entro il 2100 rispetto ai livelli attuali. Infine, ci sono promesse net-zero, che cercano di quantificare gli impatti degli impegni che molti paesi hanno recentemente fatto per raggiungere le emissioni nette zero entro la metà del 21° secolo.

Proiezioni dell’aumento della temperatura globale al 2100, in riferimento agli scenari descritti nel testo. Fonte: Climate Action Tracker
Proiezioni di riscaldamento globale al 2100. Vengono stimati scenari che riguardano: politiche e azioni attuali, solo gli obiettivi al 2030, obiettivi al 2030 e obiettivi vincolanti a lungo termine, un percorso ottimistico basato su obiettivi net-zero dei 140 paesi, un percorso coerente per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi (1,5°C). Fonte: Climate Action Tracker

Dai grafici si evince come ci sia una grossa forbice tra ambizioni della COP26 ed eventuali sviluppi futuri. La misura in cui saranno raggiunti i numerosi obiettivi dipenderà perciò dal fatto che gli stessi siano tradotti in impegni significativi a breve termine. Non essere in grado di piegare la curva delle emissioni verso il basso in questo decennio, mette un’enorme pressione sul bilancio del carbonio rimanente per mantenere in vita lo scenario di salvezza sancito dall’accordo di Parigi (1,5°C). Intraprendere questo percorso implica una forte dipendenza dalla rimozione della CO2 oltre il 2030, con i suoi numerosi rischi di fattibilità, tecnologici, di governance e di sostenibilità (qui non discussi).

Ciononostante, sono presenti ad oggi le promesse di azzeramento netto della CO2 in 74 paesi, che coprono almeno il 76% delle emissioni globali di gas serra. Tuttavia, ad ora solo 12 di questi si riflettono effettivamente nelle legge nazionali. Rimangono pertanto molte ambiguità sugli impegni di net-zero in termini di ciò che è incluso (ad esempio le emissioni di CO2 fossile, tutte le emissioni di CO2 o tutte le emissioni di GHG) e quali (o se) gli obiettivi intermedi saranno raggiunti.

Uno strumento vitale per realizzare gli obbiettivi net-zero è stata l’introduzione della Glasgow Financial Alliance for Net-Zero (GFANZ). Tale alleanza tra 450 società finanziarie in 45 nazioni si è posta come obiettivo di allineare le proprie attività, prestiti e investimenti con obiettivi di net-zero. Questo si traduce in una forte spinta verso il finanziamento (prezzo stimato di 150 miliardi di dollari) richiesto per mitigare i peggiori impatti del cambiamento climatico. I membri della GFANZ dovranno pertanto coinvolgere esperti climatici, la comunità delle ONG e i governi, per sviluppare “percorsi settoriali” di transizione verso un’economia a zero emissioni, con obiettivo net-zero al 2050 e obiettivi intermedi al 2030. Tale strumento è presieduto da nondimeno che Mark Carney, inviato speciale delle Nazioni Unite per l’azione e la finanza per il clima, ex governatore della banca d’Inghilterra ed ex presidente del Financial Stability Board, che insieme al miliardario Michael Bloomberg, aveva già co-fondato la Task Force on Climate-related Financial Disclosure (TCFD), le cui ripercussioni hanno contribuito a rivoluzionare il mondo della finanza rendendola sostenibile. E in linea con lo sviluppo sostenibile, è stata anche introdotta la International Sustainability Standards Board (ISSB), ovvero un nuovo organismo indipendente del settore privato che sviluppa e approva gli IFRS Sustainability Disclosure Standards (IFRS SDS), per migliorare la rendicontazione delle performance ambientali sociali e di governance (ESG) coerenti con gli obiettivi globali.

Carbone tra phase-out e phase-down

Con grande stupore del pubblico, per la prima volta nella storia si è discusso dell’energia proveniente dal carbone, che rappresenta approssimativamente il 50% delle emissioni di anidride carbonica in tutto il mondo, ed è uno dei principali responsabili dell’inquinamento atmosferico con un impatto notevole sulla salute.

Il 3 novembre, il Regno Unito ha annunciato che 190 paesi e organizzazioni si sono impegnati a eliminare gradualmente l’energia dal carbone nei prossimi 10 anni (per i paesi OCSE) e nei prossimi 20 (per i paesi non-OCSE). La coalizione comprendeva 23 paesi che assumevano questo impegno per la prima volta, tra cui Polonia, Ucraina, Vietnam, Corea del Sud e Indonesia, che in precedenza avevano mostrato pochi segni di allontanamento dal combustibile fossile. Assenti dall’accordo, tuttavia, erano i primi quattro consumatori di carbone al mondo Cina, Giappone, India e Stati Uniti che insieme rappresentano oltre il 75% del consumo globale. Così, a seguito dell’accordo congiunto Cina-Stati Uniti annunciato l’11 novembre, è stato ribadito l’impegno internazionale di abbandonare la risorsa, impegnando la Cina a ridurre gradualmente il suo consumo nei prossimi 5 anni, senza però delineare dei target tangibili. Così, sostanzialmente, tutti gli stati hanno voluto seguire i dettami delle due superpotenze, inclusa l’india, che però a negoziati conclusi ha imposto la sostituzione della frase “riduzione graduale (coal phase-down) al posto di eliminazione graduale (coal phase-out), diminuendone di fatto l’importanza e l’impegno.

Il 4 novembre, più di 20 paesi e istituzioni si sono uniti nell’impegno per porre fine ai finanziamenti pubblici internazionali diretti per carbone, petrolio e gas entro la fine del 2022 e a dare priorità al finanziamento dell’energia pulita. Tra questi figura il Canada, il principale finanziatore pubblico dei combustibili fossili. Dal lancio dell’alleanza, hanno aderito anche la maggior parte dei principali finanziatori di combustibili fossili dell’UE: Francia, Germania, Italia e Spagna. In aggiunta a ciò, il Regno Unito, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno anche annunciato finanziamenti per 8,5 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per assistere il Sudafrica nella transizione dal carbone all’energia rinnovabile. Il Sudafrica è infatti una delle nazioni più dipendenti dal carbone, con più dell’ 80% dell’energia generata dalla sua combustione, e sebbene al momento i dettagli dell’accordo siano vaghi, si tratta di uno dei primi impegni concreti dei paesi del Nord del mondo per aiutare un paese del sud del mondo a intraprendere una transizione energetica.

Gas e petrolio

Durante la COP26 è stata lanciata la prima coalizione internazionale per porre fine all’estrazione di petrolio e gas, denominata Beyond Oil and Gas Alliance (BOGA). La coalizione, guidata da Costa Rica e Danimarca con a bordo 11 membri tra cui Italia e Francia, è ancora in fase embrionale. Chiede l’impegno (e un obiettivo temporale) per porre fine a nuove licenze per l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas, possibilmente in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Ma la vera pietra miliare della COP è stato l’impegno verso la riduzione del gas metano, dando vita al Global Methane Pledge. I partecipanti accettano di intraprendere azioni volontarie per contribuire a ridurre le emissioni globali di metano di almeno il 30% rispetto ai livelli del 2020 entro il 2030 (circa 8 gigatonnellate di CO2 equivalente all’anno). Ad oggi hanno siglato più di 100 paesi, che rappresentano due terzi del PIL globale e quasi il 50% delle emissioni globali di metano antropogenico, anche se nazioni quali Australia, Cina, India e Russia si sono astenute dall’adesione. L’impegno mira a catalizzare l’azione globale e rafforzare il sostegno alle iniziative internazionali esistenti di riduzione delle emissioni di metano. Si riconoscono inoltre i ruoli essenziali che il settore privato, le banche di sviluppo, le istituzioni finanziarie e la filantropia svolgono per sostenere l’attuazione dell’impegno.

Per quanto riguarda il petrolio, è stato sancito il primo accordo non vincolante per decarbonizzare la mobilità, che contribuisce per circa il 20% alle emissioni globali di gas serra. Ad ora 33 paesi hanno firmato la dichiarazione, che impone di collaborare per vendere solo auto e furgoni a zero emissioni entro il 2035 per le economie sviluppate ed entro il 2040 per le economie emergenti. I paesi sviluppati hanno inoltre concordato di offrire ai mercati emergenti finanziamento e assistenza tecnica per lanciare veicoli a emissioni zero, ed è stato chiesto alle città e ai governi regionali di mettere in atto politiche che incentivino tali modifiche. Mentre alcuni produttori di automobili, tra cui Ford, Mercedes-Benz e Volvo, si sono impegnati a azzerare le vendite entro il 2035, i proprietari di flotte aziendali come National Grid e Ikea si sono impegnati a trasformare il parco auto, in un tentativo di allineare domanda e offerta. Ciononostante, sarà possibile vendere auto a benzina e diesel fino al 2040, cosa che considerando la vita di un’auto, farà si che i mezzi continuino ad inquinare per la seconda metà del secolo. Proprio per questo la dichiarazione ha anche ricevuto feedback negativi dagli stakeholder ambientali come Greenpeace, che ha definito l’impegno “il più debole tra tutti gli accordi”, aggiungendo che molti grandi attori tra cui Renault-Nissan e Volkswagen non facevano parte dei firmatari.

Deforestazione e Foreste

Oltre 130 leader, che rappresentano oltre il 90% delle foreste mondiali, si sono impegnati a lavorare insieme per arrestare e invertire la perdita di foreste e il degrado del suolo entro il 2030 nella cosiddetta Glasgow Leaders’ Declaration on Forests and Land Use. Da notare che un simile impegno era già stato preso durante la COP del 2014, dove molti degli stessi paesi hanno concordato di fermare la deforestazione entro il 2030, ma nonostante ciò, la perdita di foreste è aumentata di oltre il 40% dall’accordo. L’attuale impegno della COP26 è meno ambizioso: i paesi mirano a porre fine alla “deforestazione netta”, il che significa che la raccolta e il disboscamento possono continuare finché la riforestazione per compensare le perdite continua. Ciò presuppone erroneamente che le nuove foreste svolgano la stessa funzione delle vecchie foreste, ma tuttavia per certi versi in termini di obiettivi globali risulta essere più realistico del precedente.

Su questa linea, i leader mondiali a Glasgow hanno finalmente riconosciuto l’importanza e il valore critico della conoscenza e della tutela delle foreste forniti dai popoli indigeni e dalle comunità locali, chiedendone una maggiore responsabilizzazione. Ma i popoli indigeni possono svolgere quel ruolo solo se pienamente supportati dai paesi tropicali e dalla comunità internazionale. Un recente studio ha rilevato che le popolazioni indigene e le comunità locali ora detengono e utilizzano terre tropicali di dimensioni quasi equivalenti agli Stati Uniti continentali, ma hanno diritti legalmente riconosciuti su meno della metà di quell’area. Per frenare il cambiamento climatico, diventa quindi fondamentale restituire le terre agli indigeni, con i diritti fondiari vigorosamente protetti dai governi. In aggiunta a ciò, oltre ad aumentarne finanziamenti per sostenerli e tutelarli, sarà fondamentale assicurarsi che siano in grado di comprendere appieno la complessità dei mercati del carbonio in arrivo, i diritti sul carbonio, il concetto di possesso e molte altre difficili questioni legali e culturali.

Gli impegni si basano anche sui processi esistenti per ridurre la deforestazione tra cui l’implementazione dello strumento Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation (REDD+). Si tratta di un elenco di attività che i paesi possono utilizzare per rallentare, arrestare e invertire la copertura forestale e la perdita di carbonio. Finora, 54 paesi in via di sviluppo hanno presentato dati e informazioni sulla loro implementazione di REDD+, compresi i livelli di riferimento delle foreste per le valutazioni tecniche, e si sono tradotti in oltre 8 Gigatonnellate di riduzioni delle emissioni, verificate da organismi certificatori terzi. Ma nella versione finale della COP 26, la citazione di tale meccanismo è stata rimossa e si attende la COP 27 per delucidazioni.

Ma gli impegni della COP non finiscono qui. Tra i molti annunci si citano:

  • La nuova dichiarazione FACT (Forest, Agriculture and Commodity Trade), guidata congiuntamente dal Regno Unito e dall’Indonesia che mira a sostenere il commercio sostenibile tra i paesi produttori e consumatori di materie prime. La roadmap è stata un altro sviluppo chiave, che funge da quadro per disaccoppiare le catene di approvvigionamento e la deforestazione, coinvolgendo 28 paesi produttori e consumatori che rappresentano il 75% del commercio globale di materie prime.
  • La creazione della COP 26 Global Forest Finance pledge. Uno strumento finanziario che ha unito 12 paesi per fornire collettivamente 12 miliardi di dollari tra il 2021 e il 2025, a cui si aggiungono 7,2 miliardi di dollari in investimenti privati da fondi aziendali e filantropici specificatamente stanziati per contribuire agli obiettivi delle dichiarazioni Glasgow Leaders’ Declaration on Forests and Land Use.

Conclusioni

Queste sono solo alcune importanti e innovativi impegni sanciti durante questa 26esima edizione della conferenza delle parti. Molte altre discussioni e idee sono sul piatto, per cercare di trovare una soluzione a problemi complessi, che possano essere condivisa e rispettata da ogni singolo paese del mondo. In definitiva, il valore degli impegni della conferenza, per quanto riguarda le finanze pubbliche e i sussidi ai combustibili fossili, come per quelli riguardanti foreste e carbone, dipenderà dal quanto stimoleranno o meno le azioni necessarie ai governi per ridurre le emissioni e scongiurare i più catastrofici esiti del cambiamento climatico. Ci attende un lungo e difficile cammino per salvare il pianeta, ma finalmente tutti i temi spinosi sono stati messi sul tavolo delle trattative.

Sebbene i negoziatori non siano stati in grado di raggiungere una decisione finale a Glasgow per alcune delle azioni citate, l’inizio del cambiamento è finalmente giunto e si tratterà di rivedere la bozza durante la COP27 a Sharm el Sheikh nel 2022. Bisogna ricordare infatti, che come molti trattati internazionali, le azioni della COP richiedono tempo prima di prendere piede, e ognuna di queste deve essere col tempo rivista e limata a fronte della situazione globale e nazionale, per di più rimanendo aggiornati sulle nuove tecnologie disponibili. Questo con il fine ultimo di rimanere all’interno della curva di sicurezza del nostro pianeta, sancita dall’IPPC entro l’1.5°C rispetto ai livelli pre-industriali. Perché in definitiva, nessuno, inclusi i grandi lobbisti, ha intenzione di rinunciare alla propria vita e al futuro, soprattutto se, come sta succedendo, esistono dei sistemi di sviluppo alternativi, che siano sostenibili dal punto economico, sociale e ambientale.

Bibliografia

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