Adolescenti e giovani adulti: come “escono” dalla pandemia?

Non sono stati raccontati o, se raccontati, sono stati raccontati male.

Stiamo uscendo dalla pandemia o almeno questo è quello che ci auguriamo con la fine dello stato di emergenza il 31 marzo, sicuramente stiamo progressivamente tentando di tornare alla normalità. Merita allora una riflessione una delle categorie più ignorate durante questi tre anni; come escono dalla pandemia gli adolescenti e i giovani adulti?

Degli adolescenti e dei giovani adulti durante la pandemia non si è parlato, dimenticati dalla politica e dalle autorità, dalla scuola. Se descritti sono stati descritti male: annoiati, nullafacenti, attaccati ai cellulari e ai computer, definiti nella migliore delle possibilità come fragili; e non di quella fragilità di cui prendersi cura, meritevole di attenzione, ma fragili che insomma… “la fragilità è per chi non ce l’ha fatta, per chi ha fallito.”

La loro voce è rimasta muta, o al massimo un rumore di fondo a cui non dare tanta importanza, presi da faccende di ben altra portata.

L’adolescenza è una fase cruciale per lo sviluppo dell’identità, è la fase della sperimentazione, dell’esplorazione di sé stessi e del mondo circostante. Le certezze dell’infanzia vengono messe in discussione, ci si inizia a sperimentare nel duplice ruolo del dare e ricevere cure invece che limitarsi a fruirne come avviene durante la prima fase di vita nel rapporto con le figure genitoriali. Si inizia a dare priorità al gruppo dei pari. Date queste premesse è facile immaginare il forte impatto che il distanziamento sociale, la necessità di stare chiusi in casa con i genitori proprio nel periodo in cui dovrebbero conquistare l’indipendenza, la chiusura delle scuole, l’impossibilità di socializzazione hanno avuto su adolescenti e giovani adulti: la solitudine, la noia, la frustrazione, l’insicurezza, la tristezza, la rabbia hanno preso il sopravvento.

Gli ultimi anni hanno visto crescere la diffusione di disturbi comportamentali e della sfera emotiva, in particolare la depressione, i cui casi sono raddoppiati rispetto al periodo pre-pandemico. Aumentati gli accessi al pronto soccorso, i gesti autolesionistici, fino ad arrivare ai tentativi di suicidio. D’altra parte la richiesta di aiuto di adolescenti e giovani adulti ha trovato ad accoglierla un sistema spesso impreparato: i servizi di psichiatria e gli ospedali spesso non sono riusciti a rispondere alle tante richieste e mancano anche i servizi sul territorio (servizi sociali, servizi di accoglienza, centri di ascolto) per offrire adeguato supporto. Non è da sottovalutare l’impatto anche sul lungo tempo dei disturbi dell’umore: è stato infatti dimostrato che soffrire di depressione durante l’infanzia e l’adolescenza si associa da adulti a una salute peggiore, mentale e non solo, e a maggiori difficoltà nelle relazioni e nella vita in generale. Questo è vero soprattutto per chi ha sofferto in maniera persistente di sintomi depressivi.

Questa panoramica può già essere sufficiente per rispondere alla domanda su come stiano effettivamente i giovani. Bisognerà andare a guardare più da vicino per trovare ancora altre realtà più nascoste ma proprio per questo non meno preoccupanti: casi in cui non si hanno manifestazioni lampanti ma una silenziosa riduzione di motivazione, perdita di interesse. Adolescenti e giovani hanno vissuto la prima ondata con giudizio e responsabilità, adesso invece hanno perso fiducia, speranza nel futuro, percepiscono una situazione di blocco e la parola che sembra riassumere la loro condizione è: rassegnazione. Un recente studio condotto dall’Università di Siena ha infatti mostrato che gli adolescenti ad oggi escono meno e praticano meno attività sportiva rispetto a prima della pandemia; allo stesso modo sono preoccupanti i dati riguardanti la scuola, uno studio condotto da Save The Children ha mostrato che sono molti di più i ragazzi a rischio dispersione scolastica in Italia.

Un altro, più coraggioso, punto di vista: la psicoterapeuta Stefania Andreoli ci offre un altro punto di vista, il loro, quello degli adolescenti: “…Chiunque volesse attribuire il profondo malessere dei nostri ragazzi o il suo recente e documentato peggioramento all’avvento del covid, temo che non starebbe facendo altro che la solita, vecchia operazione della ricerca del capro espiatorio: se è colpa del covid, intanto non è colpa nostra. Se è colpa del covid, nessuno può farci niente…”. Serve una dose in più di coraggio per mettersi in discussione e chiedersi se piuttosto che la pandemia, dato oggettivo, non sia stata l’incapacità degli adulti di gestire la stessa a provocare il profondo malessere delle classi più giovani. Per riallinearsi con adolescenti e giovani adulti occorre vederli, esserci, stare con il loro malessere senza cercare di sminuirlo, senza entrare in competizione su quali siano i problemi più importanti, senza fornire soluzioni preconfezionate.

Ascoltarli e legittimare il loro malessere è un primo, ma non scontato, passo; è riconoscere il loro “diritto al disagio”.

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