Archeologia e storia dell’arte: due grandi sconosciute

Con questo articolo vogliamo fornire maggiore chiarezza su due discipline che sono viste da molti come distanti dalla loro vita quotidiana: archeologia e storia dell’arte. Queste due discipline fanno parte solo marginalmente dell’immaginario collettivo di molti di noi e spesso sono conosciute solo superficialmente e tramite mezzi d’informazione che possono fraintendere l’essenza della materia. L’archeologia è definita come “la scienza dell’antichità che mira alla ricostruzione delle civiltà antiche attraverso lo studio delle testimonianza materiali, anche mediante il concorso di eventuali fonti scritte e iconografiche”. Il fine ultimo è di ricostruire, principalmente tramite rinvenimenti materiali, gli aspetti culturali, storici, religiosi, sociali e politici delle civiltà oggi scomparse. Per capire la complessità e la vastità dell’archeologia basti dunque pensare alle varie civiltà che erano presenti in tutto il globo nelle varie epoche e agli aspetti intrinsechi di ogni società, spaziando dall’alimentazione alla religiosità, dall’urbanizzazione alla manifattura ceramica. Il denominatore comune teorico tra le varie specializzazioni nelle quali l’archeologia è suddivisa è dato dal fine: la ricostruzione di un contesto antropico (quindi i dinosauri sono esclusi, sono studiati dalla paleontologia che fa parte delle scienze naturali). La metodologia adottata dall’archeogia è comune alle varie specializzazioni ed è finalizzata all’acquisizione metodica e scientifica dei dati, che possono essere ottenuti mediante nuovi scavi o dalla riesamina di dati già esistenti.

Così come l’archeologia, anche la storia dell’arte è una materia ricca di sfumature che molto spesso ci sfuggono. Non dovremmo mai dare per scontata la densità e la complessità di questo ambito, visto che è più facile di quanto si pensi scivolare in similitudini poco calzanti e ignorare le linee di demarcazione tra figure che, pur essendo in continuo dialogo, non sono esclusive: lo storico dell’arte ha un modus operandi che lo accomuna proprio allo studioso di storia, ma non può di certo ignorare, per esempio la parte “artigianale” del fare arte. Lo storico d’arte non è un critico, men che meno un catalogatore; semplicemente, non fornisce un punto di vista sull’opera, a meno che non sia sostenuto da una documentazione accurata e comprovata.

Infatti, per definizione, la storia dell’arte è quella disciplina che si occupa di ricostruire, analizzare e giudicare lo sviluppo, il progresso, l’evoluzione, la successione di tutte le espressioni artistiche nel tempo, dalle origini del mondo fino ad oggi. A partire da questa affermazione, capiremo subito che il campo di interesse della storia dell’arte è davvero vasto, comprendendo non solo le arti che un tempo si consideravano “maggiori”, ossia pittura, scultura e architettura, ma anche le cosiddette “arti minori”, ossia, ceramografia, oreficeria, ebanisteria, arti decorative in genere. Se volessimo pensare ancora più in dettaglio al lavoro dello storico d’arte, capiremo anche che, per rendere possibile questa ricostruzione, egli dovrà adottare un metodo “analitico, filosofico ed estetico oltre che semiotico” – tenendo conto dell’epoca in cui si colloca l’opera oggetto del suo studio e quindi calandosi nel contesto e nel modo di ragionare dell’esecutore.

E’ importante, quindi, sia in archeologia che in storia dell’arte, capire tutto ciò che comporta il processo dell’opera, capire quale fosse il suo iter completo: perché ci si è espressi artisticamente in questo modo? A nome di chi? Quando? Perché, proprio nell’epoca trattata, sono stati scelte certi codici espressivi rispetto ad altri?
In un ciclo completo di scambi, l’arte ci aiuta così a capire la storia, e la storia si addensa di punti di vista, di significati umani che sentiamo più vicini a noi. Del resto, l’uomo fin da quando ha intriso le proprie mani di inchiostro minerale e ha intagliato una punta di roccia per fare uno scalpello, ha sentito una pulsione; il bisogno di esprimersi, di creare.

Elisa Del Santo, Caterina Grassi, Giuditta Versili Olmi

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