I referendum popolari sulla giustizia del 12 giugno

Il 12 giugno, dalle 7 alle 23, la cittadinanza italiana sarà chiamata a esprimersi su cinque quesiti referendari, promossi da Lega e Radicali, che puntano a modificare parte dell’ordinamento del sistema giudiziario italiano

Fac-simile di uno dei quesiti che saranno sottoposti al voto popolare il 12 giugno 2022

Partiamo dai quesiti: sono cinque, sono lunghi e sono abrogativi, cioè servono per abrogare (abolire) del tutto o in parte il testo di una legge, e sono soprattutto quesiti tecnici (i testi integrali sono consultabili qui). Affinché l’esito del voto per ogni singolo quesito sia valido, secondo quanto richiede la Costituzione, è necessario prima di tutto che si raggiunga il quorum – cioè devono aver partecipato al voto almeno la metà + 1 degli aventi diritto al voto – e, affinché la norma sia abrogata, la maggioranza dei voti validi deve essere per il “sì”.

Primo quesito: abrogazione della legge Severino
In base alla legge Severino (che prende il nome dalla già Ministra della Giustizia Paola Severino), non possono essere candidati o decadono dalla carica di deputato, senatore o parlamentare europeo le persone condannate in via definitiva per reati particolarmente gravi, come mafia o terrorismo; per reati contro la pubblica amministrazione, come peculato, corruzione o concussione; e per delitti non colposi per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore a quattro anni. In particolare, soltanto per gli amministratori locali (come i sindaci), la legge prevede, per la durata massima di un anno e sei mesi, la sospensione del mandato anche in caso di condanna non definitiva.
Sebbene sia quest’ultima particolarità e disparità di trattamento ad aver portato alla volontà di abrogare la norma, il quesito così com’è stato pensato porterebbe ad una abrogazione totale della legge Severino e, quindi, anche i condannati in via definitiva potrebbero candidarsi o continuare il proprio mandato.

Secondo quesito: imitazione delle misure cautelari
Le misure cautelari sono le azioni preventive che un giudice può disporre su richiesta del pubblico ministero verso un individuo non ancora condannato in via definitiva allo scopo di prevenire esiti negativi dalla mancata azione. Gli arresti domiciliari e la custodia cautelare in carcere sono esempi di misure cautelari.
Se la modifica proposta dal quesito venisse approvata, un giudice potrebbe disporre la misura cautelare solo se ritenesse concreto e attuale il pericolo che l’indagato commetta reati “con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata” mentre non sarebbe più valida una misura cautelare, per reati meno gravi, con la motivazione del pericolo di reiterazione (ripetizione) del reato “della stessa specie di quello per cui si procede”.
È da notare che l’articolo 274 del codice penale, ad oggi, stabilisce già dei limiti all’applicazione delle misure cautelari per il caso che il quesito del referendum chiede di abrogare. Infatti vi si specifica che la custodia cautelare per pericolo di reiterazione può essere disposta solo in caso di crimini che prevedano la pena di una reclusione di quattro o più anni oppure di 5 o più anni per la custodia in carcere.  

Terzo quesito: separazione delle carriere dei magistrati
I magistrati (i funzionari pubblici investiti di poteri giudiziari) si dividono in giudicanti e requirenti: i giudicanti sono giudici mentre i requirenti sono pubblici ministeri. Le cariche possono essere assunte in modo intercambiabile fino ad un massimo di quattro volte nell’arco della carriera lavorativa dell’individuo e questo cambio di carriera è ciò che il quesito punta a cancellare stabilendo che il passaggio da una funzione all’altra non sia possibile. Da notare che anche la riforma del Consiglio superiore della magistratura (Csm), ora in discussione in Commissione Giustizia al Senato dopo la già avvenuta approvazione alla Camera, stabilisce che il passaggio dalle funzioni di giudice a quelle di requirente possa essere chiesto dai magistrati solo una volta nel corso della propria carriera.

Quarto quesito: valutazione della professionalità dei magistrati
Ogni quattro anni i magistrati sono valutati per il loro operato riguardo la professionalità con una scala di giudizio dal “positiva” al “non positiva” e infine “negativa” espressa su una serie di parametri. Queste valutazioni sono compito dei consigli giudiziari, organi del Consiglio superiore della magistratura composti da membri “togati” (magistrati eletti sul territorio, presidente della Corte d’appello e procuratore generale) e “laici” (avvocati e professori universitari), solo i membri togati però hanno il diritto di valutare attivamente i magistrati. Questa particolarità è ciò che il quesito referendario punta a modificare, rendendo tutti i componenti dei consigli giudiziari partecipanti attivi alla valutazione dei magistrati. Come il quesito precedente, anche questo si intreccia con la riforma del Csm in corso d’opera che cambierebbe il sistema ora in vigore con la creazione di un fascicolo di valutazione che raccolga i dati sulle attività di ogni singolo magistrato.

Quinto quesito: la raccolta firme per candidarsi al Consiglio superiore della magistratura
Attualmente, per potersi candidare al Csm, i magistrati interessati devono presentare una candidatura sottoscritta da un minimo di 25 e un massimo di 50 raccolte tra altri magistrati. Il quesito referendario richiede di abolire questa raccolta e di tornare alla situazione del 1958 quando ogni singolo magistrato interessato presentava la propria candidatura in autonomia. L’obiettivo, in questo caso, sarebbe la riduzione del peso delle “correnti” politiche interne alla magistratura nella presentazione delle candidature. Va però sottolineato che la forza delle “correnti” non sarebbe certo influenzata con questo espediente in quanto le votazioni andrebbero comunque in favore dei candidati rappresentanti di una corrente o di un’altra. D’altronde è la stessa Costituzione a riconoscere la libertà di associarsi in “partiti”, che svolgono una funzione di necessaria mediazione e, nella magistratura, questa funzione di mediazione era e continuerà ad essere svolta dalle “correnti”.

Pubblicato da Lorenzo Stefani

Giovane, italiano ed europeo. Appassionato di tecnologia, politica internazionale e natura.

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