In Libia ci sono nuovi disordini mentre il parlamento brucia

Manifestanti danno fuoco all’edificio del parlamento libico dopo le proteste contro il fallimento del governo a Tobruk, in Libia, il 1 luglio.
Immagine di picture alliance / REUTERS | Stringer ©

La sera del 1° luglio 2022, pochi giorni dopo la scadenza dei 18 mesi previsti dalle Nazioni Unite per le elezioni in Libia, i cittadini del Paese avrebbero dovuto inaugurare un nuovo governo. Invece, l’edificio del Parlamento di Tobruk, una delle città principali della Libia orientale, è bruciato mentre i libici ballavano per festeggiare. Questo non è ciò che prevedeva la roadmap delle Nazioni Unite, ma molti osservatori che hanno familiarità con il piano hanno sempre suggerito che sarebbe andata in questo modo. Simili manifestazioni hanno poi avuto luogo anche in altre città libiche con lo stesso copione: cittadini comuni, esausti e arrabbiati per l’instabilità economica e politica iniziata dopo la rivoluzione del 2011 (la caduta del regime dittatoriale di Gheddafi) che si è amplificata con l’aggravarsi delle ultime dinamiche globali tra cui Covid-19, emergenza climatica e aggressione russa contro l’Ucraina.

Quale è la situazione politica attuale? In Libia non esiste un governo, esistono i governi, due per l’esattezza. Uno istituito a marzo 2021 col supporto delle Nazioni Unite e con sede a Tripoli, nato come governo di transizione con a capo il primo ministro Abdelhamid Dbeibah che avrebbe dovuto portare il paese a elezioni il dicembre 2021, elezioni che non si sono però ancora tenute. Il governo parallelo invece ha sede a Tobruk, città nell’est del paese, e guidato da Fathi Bashagha, il premier designato dal Parlamento libico. Bashagha è l’ex ministro degli Interni nel governo riconosciuto dall’ONU e ora è invece fortemente sostenuto dal maresciallo Khalifa Haftar, capo della Libyan National Army (LNA). Due governi che spaccano un paese in due, faticando quindi a dare un governo stabile e democratico ai cittadini libici. Ma se la stabilità politica non è buona, l’economia non se la passa meglio. E questo peggiora la situazione economica del paese tanto che nel 2021 il report di ReliefWeb per l’OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari) calcolava per la Libia, a partire dal 2011, una perdita economica potenziale per pari a circa 160 miliardi di euro.  

Recentemente la situazione economica è peggiorata con la chiusura degli impianti petroliferi nell’Est del paese da parte dei sostenitori del governo di Bashagha nel tentativo di fare pressione sul governo di Dbeibah affinché si dimetta. Un danno di circa 60 milioni di dollari al giorno e una produzione che registra un -85% rispetto al periodo precedente. La mancanza di entrate per un paese fortemente dipendente da queste risorse naturali ha portato, secondo l’ONU, oltre 800mila persone ad aver bisogno di assistenza umanitaria.

Ma ci sono tante altre persone, oltre ai cittadini, che stanno subendo gravemente questa assenza di governo e di responsabilità politica: i migranti. Provenienti da oltre 40 paesi e detenuti in veri e propri lager dove migliaia di persone vivono in condizioni disumane mentre aspettano che le milizie, l’Unione Europea e le Nazioni Unite decidano il loro destino. Ufficialmente amministrati dal governo libico, in realtà sono le milizie a controllarli, torturarli e a sfruttarli come fonte di guadagno certa. La Libia è ancora un caldo inferno, politico, economico e umanitario, in cerca di una rotta verso la salvezza.  

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Pubblicato da Lorenzo Stefani

Giovane, italiano ed europeo. Appassionato di tecnologia, politica internazionale e natura.

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