AY.4.2

La variante AY.4.2, caratterizzata per la prima volta il 20 ottobre 2021, è la sottoclassificazione della variante AY.4 del B.1.617.2, ovvero della variante Delta.
Il nome della variante deriva dalla classificazione effettuata da PANGO lineages: un sito internazionale che raccoglie, analizza e raggruppa in alberi filogenetici i dati epidemiologici su SARS-CoV-2.

L’importanza della sottotipizzazione è data dall’insorgenza di una nuova mutazione, la Y145H, nel gene della proteina Spike in cui una tirosina viene sostituita con un’istidina. Altre mutazioni rilevanti presenti in AY.4.2, sebbene condivise con altre ramificazioni filogenetiche, sono la A222V nella proteina S e la A2529V in ORF1ab.

La maggior parte di casi di AY.4.2 è stata registrata nel Regno Unito ma la variante si sta velocemente diffondendo in altri paesi come Danimarca e Germania. Ad oggi, la AY.4.2 conta 95 sequenze depositate ufficialmente in Italia e l’andamento epidemiologico risulta in crescita.
Non ci sono dati sulla possibilità della AY.4.2 di evadere da una copertura anticorpale data dalla vaccinazione; molti laboratori stanno portando avanti test per valutarne l’infettività e la capacità vaccine escape.

Mosquirix: il primo vaccino contro la malaria per i bambini

La malaria è una malattia tutt’oggi diffusa nei Paesi compresi fra il Tropico del Cancro ed il Tropico del Capricorno e nell’Asia orientale; in particolare, l’incidenza e la mortalità più alte sono quelle registrate in Africa.
La temperatura, le precipitazioni ed il tasso di umidità delle zone tropicali e subtropicali permettono la sopravvivenza e la riproduzione delle zanzare del genere Anopheles le cui femmine sono il veicolo per protozoi parassiti del genere Plasmodium, trasmessi poi all’uomo mediante la puntura da parte di insetti infetti. Tuttavia, anche un accidentale contatto ematico diretto con sangue infetto può essere causa di contagio.

L’agente eziologico della malattia può essere considerato “multifattoriale”, poiché, nel caso della malaria, diverse specie di Plasmodium (P.falciparum, P.vivax, P.ovale, P.malariea, P.knowlesi) possono scaturire nel paziente un quadro sintomatologico simile.
Il Plasmodium, una volta cresciuto e moltiplicatosi a livello del fegato dell’organismo ospite, entra nei globuli rossi del sangue e li distrugge: è in questo stadio del ciclo vitale del protozoo che compaiono i sintomi.

La malaria si manifesta dopo un periodo di incubazione di 7-30 giorni tramite sintomi come febbre alta, mal di testa, vomito, diarrea, debolezza, sudorazione e brividi nei casi di malaria classici; nei quadri più gravi si può incorrere anche nella Malaria cerebrale, ovvero nell’insorgenza di diverse disfunzioni neurologiche, nella sindrome da distress respiratorio acuto, anemia da emolisi, insufficienza renale, acidosi ed emoglobinuria.

Per questo motivo sono necessari una valida prevenzione, una tempestiva diagnosi ed un efficiente trattamento.

Il 6 ottobre, la World Health Organization (WHO) ha raccomandato ufficialmente la somministrazione del vaccino RTS,S/AS01E (Mosquirix) per i bambini nelle aree dell’Africa sub-sahariana ed in altre zone con un rischio medio/alto di infezione da parte di P.falciparum.

Il farmaco, sviluppato da GlaxoSmithKline Biologicals (GSK), è suddiviso in due unità: un antigene liofilizzato (RTS,S) ed una sospensione contenente gli adiuvanti (AS01E). La soluzione iniettabile a livello intramuscolare viene ottenuta riunendo le due componenti del vaccino.
L’antigene RTS,S è la struttura responsabile dell’attivazione della risposta immunitaria nel paziente ed è costituito dall’insieme di due proteine, RTS ed S.
La proteina RTS è il risultato di una fusione di più unità proteiche (fusion protein) ed è suddivisa in tre regioni (R, T ed S). Le regioni R e T provengono dalla proteina circumsporozoite (CSP) espressa in P. falciparum, mentre la proteina S è l’antigene espresso dal virus dell’epatite B.
RTS e S vengono poi co-espresse in cellule di Saccharomyces cerevisiae nelle quali si aggregano spontaneamente in particelle viral-like che simulano la struttura 3D di un virus.
Dopo i successivi step di controllo e purificazione si ottiene l’antigene RTS,S.

Per quanto riguarda la composizione di AS01E, all’interno della sospensione di liposomi troviamo due stimolatori del sistema immunitario: MPL (3’- O-desacyl-4’-monophosphoryl lipid A) e QS-21 (Quillaja saponaria Molina, frazione 21).

Mosquirix è il risultato di quasi trent’anni di lavoro.
I primi studi in laboratorio sono datati 1996 e solo nel 1999 in Gambia si è potuto testare il vaccino su pazienti adulti affetti da malaria. Successivamente, nel 2004, è stata dimostrata l’efficacia anche nei bambini.
La fase 3 del progetto, l’ultima tappa prima della registrazione del farmaco, è stata avviata nel 2009 e terminata nel 2014; un anno dopo, la European Medicines Agency (EMA) ha espresso un giudizio positivo su Mosquirix tanto che, nel 2016, la WHO ha inserito il vaccino in uno studio pilota, il The malaria vaccine implementation programme, dedicato all’immunizzazione di Paesi sub-sahariani come Ghana, Kenya e Malawi.

Mosquirix è un traguardo per il team di ricerca di GSK ma non solo: il vaccino rappresenta soprattutto un notevole passo in avanti nella protezione della salute dei bambini in zone a medio/alto rischio.
Prevenire l’insorgenza della malaria, specialmente nei primi anni di vita, è importante per ridurre il tasso di mortalità associato alla malattia.

References:

Centre for Disease Control and Prevention: https://www.cdc.gov/

EpiCentro: https://www.epicentro.iss.it/

European Medicines Agency: https://www.ema.europa.eu/en

GlaxoSmithKline: https://www.gsk.com/en-gb/

World Health Organization: https://www.who.int/

Propulsione Nucleare: la chiave per l’esplorazione spaziale

Durante la scorsa estate la NASA ha annunciato l’intenzione di investire maggiormente nella propulsione nucleare, in vista dell’esplorazione e della futura auspicata colonizzazione di Marte.
La tecnologia spaziale basata sul nucleare permetterebbe infatti di tagliare i tempi di trasferimento Terra-Marte garantendo una minor esposizione degli astronauti alle radiazioni dei raggi cosmici, uno dei principali problemi di salute umana in ambiente interplanetario. Il livello di sviluppo è tuttavia ancora basso, per cui questa scelta richiede investimenti importanti e presenta diversi nodi ancora da sciogliere.

Quando si parla di propulsione nucleare, ci si riferisce alla NTP (Nuclear Thermal Propulsion) o alla NEP (Nuclear Electric Propulsion). In entrambi i casi, si utilizza un reattore nucleare per alimentare un sistema propulsivo, garantendo un apporto energetico drasticamente superiore rispetto alle comuni soluzioni. Nel primo caso, il calore della fissione nucleare viene utilizzato per accelerare un gas che effettuerà un’espansione termodinamica; il secondo invece vede l’uso del reattore per generare potenza elettrica con cui si alimenta un motore elettrico.

L’utilizzo di un reattore nucleare permette di sostenere energeticamente missioni di lunga durata, grazie alla sua indipendenza dalla distanza dal sole e a parità di potenza elettrica (sopra una certa soglia minima) si riesce a limitare la massa del sistema elettrico, permettendo di investire la massa guadagnata in sistemi adibiti al sostentamento della missione.

I problemi associati all’utilizzo della propulsione nucleare derivano principalmente dalla presenza di un reattore a bordo: il peso del reattore impone il design di una struttura adeguata al suo sostegno, quindi ad ora è utilizzabile solo per missioni caratterizzate da masse ingenti. Non è poi secondario il problema di emissione di radiazioni: il reattore necessita di schermature, ripresentando l’esigenza già imposta dall’ambiente cosmico in maniera ancora più stringente, motivo per cui serve svincolare il modulo del reattore dal veicolo spaziale tramite strutture particolari ed ingombranti, comportando carichi aggiuntivi al momento del lancio. Un’altra complicazione è data dalle alte temperature raggiunte, richiedendo l’utilizzo di un sistema di dissipazione di calore costituito da complessi e sofisticati radiatori termici.

Tutte le problematiche elencate in precedenza necessitano dunque approfondimenti e ricerche per trovare soluzioni specifiche, in modo da poter garantire maggior affidabilità ed efficienza dei sistemi nucleari. L’annuncio della NASA fa presupporre che ci siano le possibilità per riuscire a sfruttare le potenzialità che questi sistemi hanno da offrire, ampliando le capacità umane nell’esplorazione spaziale.

Fonte: https://www.nasa.gov/press-release/nasa-announces-nuclear-thermal-propulsion-reactor-concept-awards

PATTI PARASOCIALI

I patti parasociali sono accordi tra due o più azionisti volti a disciplinare i loro comportamenti all’interno della società o nei suoi confronti. Tra i più diffusi, è possibile individuare i sindacati di voto, che hanno per oggetto il modo in cui i soci andranno a votare in assemblea, ed i sindacati di blocco, che riguardano il trasferimento delle azioni della società.

Il legislatore regola questi tipi di accordi negli articoli 2341-bis e 2341-ter del Codice Civile (per le Spa chiuse ed aperte non quotate), nonchè negli articoli 122 e 123 del TUF (per le Spa quotate), ponendo l’attenzione su due profili particolarmente rilevanti: la durata e la trasparenza dei patti parasociali.

A tal proposito è bene precisare la natura puramente obbligatoria dei patti. Questi sono infatti considerati come contratti atipici e quindi producono effetti solo tra i sottoscrittori e non verso la società e/o i terzi. La violazione degli obblighi del patto da parte di un azionista non rende illegittima, ad es., una delibera assembleare, ma porta solo ad una responsabilità contrattuale (risarcimento del danno) nei confronti degli altri sottoscrittori.

Di cosa parliamo quando parliamo di sostenibilità

Ogni giorno sentiamo parlare di sostenibilità e sviluppo sostenibile – dai media, dai politici e dalle aziende, in ambiti divulgativi o per il marketing. Ma sappiamo veramente di cosa parliamo quando parliamo di sostenibilità? (Fig. 1).

Fig. 1 (fonte: globalgoals.org)

Secondo il Rapporto Brundtland – “Our common future” –, pubblicato nel 1987 dalla Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite, la sostenibilità è la condizione in cui è possibile soddisfare i bisogni delle generazioni presenti senza pregiudicare quelli delle generazioni future. Possiamo quindi parlare di sviluppo sostenibile ogni qualvolta questa definizione viene rispettata.

In tal senso, si parla di sviluppo e non di crescita, ponendo la distanza da un paradigma che considera semplicemente l’incremento della ricchezza economica, misurabile mediante indici come il PIL, spostando il focus verso la ricerca di un miglioramento generale del benessere collettivo di tutti quanti.

Il programma ambiente dell’ONU (UNEP, 1991) aggiunse poi il concetto di carrying capacity, che rappresenta la capacità portante degli ecosistemi del nostro pianeta da non superare per mantenersi all’interno di uno sviluppo sostenibile.

La sostenibilità riguarda tre componenti fondamentali: ambiente, società ed economia. Per fare in modo che si abbia uno sviluppo sostenibile devono infatti essere tenute in considerazione tutte e tre queste sfere, in quanto intimamente interconnesse e fondamentali per il benessere dell’uomo.

La rappresentazione grafica classica della sostenibilità (Fig. 2a) è infatti quella di tre cerchi che si intersecano parzialmente tra di loro, con ogni cerchio che rappresenta una delle tre componenti, dove l’intersezione tra le tre circonferenze va a formare l’area in cui esiste uno sviluppo sostenibile. Una rappresentazione che invece tiene conto del principio della carrying capacity (Fig. 2b) e che stabilisce una sorta di gerarchia tra le tre componenti fondamentali è quella dei tre cerchi concentrici, dove il cerchio più grande rappresenta l’ambiente, che contiene al suo interno la società che a sua volta contiene al suo interno l’economia.

Fig. 2: Rappresentazioni grafiche della sostenibilità

Secondo Herman Daly, economista americano tra i primi a porre l’attenzione su studi riguardanti lo sviluppo sostenibile, i principi della sostenibilità sono tre:

  1. Principio del rendimento sostenibile: le risorse rinnovabili devono essere consumate ad una velocità tale da permettere alla natura di ripristinarle.
  2. Principio della capacità di assorbimento: gli scarti e i rifiuti devono essere prodotti ad una velocità tale da permettere agli ecosistemi di assorbirli senza effetti di accumulo.
  3. Principio di quasi sostenibilità: l’uso quasi sostenibile di risorse non rinnovabili richiede un bilanciamento compensativo in un sostituto rinnovabile.

Possiamo poi distinguere una sostenibilità debole da una sostenibilità forte. La sostenibilità debole considera il capitale naturale alla stregua delle altre forme di capitale, con la possibilità di sostituirle arbitrariamente. La sostenibilità forte, invece, rifiuta qualsiasi sostituzione tra i beni naturali e gli altri beni prodotti dall’uomo, in quanto l’ambiente non ha delle alternative valide nel nostro pianeta.

Una delle problematiche legata al concetto di sostenibilità e sviluppo sostenibile è che non sono delle grandezze direttamente misurabili. Per farci un’idea di quanto un processo produttivo o una nazione intera sia vicina alla sostenibilità vengono infatti usati degli indicatori. Gli indicatori di sostenibilità si pongono come obiettivo quello di descrivere numericamente lo sviluppo sostenibile sintetizzando una grande quantità di dati, producendo un risultato intuitivo e facile da comprendere e comunicare. Alcuni esempi di indicatori di sostenibilità sono quelli appartenenti alla “footprint family”, come l’ecological footprint o la carbon footprint, ma esistono anche indici che si propongono l’ambizioso obiettivo di sostituire il PIL come misura del progresso di una nazione, come i Genuine Progress Indicators (GPI).

Uno dei momenti chiave in cui è emersa la volontà di una transizione verso uno sviluppo più sostenibile è stato nel 1992, durante il Summit sulla Terra di Rio de Janeiro. In quella occasione fu pubblicata l’Agenda 21, un programma dettagliato con l’obiettivo di tracciare i punti fondamentali da seguire lungo il XXI secolo per un futuro in cui realizzare un aumento di sostenibilità generale, a livello mondiale, nazionale e locale.

L’ultimo grande passo, cronologicamente parlando, riguarda la successiva Agenda 2030, sottoscritta nel 2015 da tutti e 193 i paesi facenti parte delle Nazioni Unite. In questo accordo sono stati stabiliti 17 obiettivi o Sustainable Development Goals (SDGs) e 169 sotto-obiettivi interconnessi tra di loro per un futuro migliore e più sostenibile per tutti. Negli SDGs si parla di tutela ambientale, di povertà, di salute, di modelli di produzione e consumo, di uguaglianza e di giustizia. L’andamento della situazione viene monitorata mediante una serie di indicatori scelti da un gruppo di esperti, l’Inter Agency Expert Group on SDGs (IAEG-SDGs).

Fig. 3 (fonte: un.org)

Fonti:

  • Brundtland, G. H. (1987). Our common future—Call for action. Environmental Conservation14(4), 291-294.
  • Daly, H. E. (1992). Sustainable development is possible only if we forgo growth’. Earth Island Journal7(2), 12-12.
  • Lanza, A. (2006). Lo sviluppo sostenibile. Il mulino.
  • Pulselli, F. M. (2011). La soglia della sostenibilità ovvero quello che il Pil non dice. Donzelli Editore.
  • United Nations Environment Programme: report of the Governing Council on the work of its 16th session, 20-31 May 1991.
  • asvis.it
  • sdgs.un.org
  • Treccani.it

Screening tumorale

Lo screening tumorale è una forma di prevenzione detta secondaria, mirata a prevenire e riconoscere tempestivamente il cancro riducendone la mortalità, senza tuttavia modificarne l’incidenza1. La finalità dello screening tumorale è quella di evidenziare lesioni precancerose prima ancora che il tumore diventi sintomatico, permettendo di intervenire nelle fasi iniziali del processo e di ritardare il corso della malattia1.

Sono stati messi a punto metodi di screening per varie tipologie di cancro2:

  • Cancro al colon-retto: test come colonscopia e sigmoidoscopia sono generalmente raccomandati a pazienti a rischio medio di cancro al colon retto tra i 50 e i 75 anni. Recentemente è stata introdotta in clinica la colonscopia virtuale, una tecnica radiologica non invasiva che permette di esaminare il colon e il retto dall’esterno simulando la tecnica convenzionale.
  • Carcinoma mammario: la prima linea di prevenzione consiste nell’esame della palpazione del seno da parte della paziente stessa o di personale sanitario per rilevare eventuali noduli o cambiamenti inusuali nel seno. Alle pazienti di età compresa tra i 40 e i 75 anni viene fortemente raccomandata la mammografia annuale, mentre a pazienti con mutazioni nei geni BRCA1 e BRCA2 (che predispongono a un rischio aumentato di questa ed altre neoplasie) si consiglia di effettuare regolarmente un esame di risonanza magnetica del seno.
  • Cancro della cervice uterina: pap test e test HPV possono essere utilizzati da soli o in combinazione. Si consiglia di iniziare lo screening all’età di 21 anni e di proseguirlo fino ai 65.
  • Cancro dell’endometrio e cancro ovarico: l’ecografia transvaginale può essere utile per individuare anomalie riconducibili a questi tipi tumorali. All’ecografia può essere associato un dosaggio dei livelli ematici di CA-125 per riconoscere segni precoci del cancro ovarico in pazienti particolarmente a rischio di incidenza o ricorrenza della neoplasia.
  • Carcinoma prostatico: dai 50 anni in poi si consiglia di sottoporsi regolarmente a esame digito-rettale, ecografia prostatica e test del PSA per individuare segni precoci di questa neoplasia.
  • Tumori cutanei: si consiglia di effettuare regolarmente visite dermatologiche con mappatura dei nevi per valutare cambiamenti della morfologia o delle dimensioni dei nevi pre-esistenti oppure per analizzare nevi di nuova comparsa.

Ad oggi gli esami per lo screening tumorale sono sempre più diffusi e sono diventati una routine nella pratica clinica, contribuendo a ridurre drasticamente la mortalità correlata al cancro.

  1. Moleyar-Narayana P, Ranganathan S. Cancer Screening. [Updated 2020 Oct 12]. In: StatPearls [Internet]. Treasure Island (FL): StatPearls Publishing; 2021 Jan-. Available from: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK563138/
  2. Screening Tests in Cancer Screening, National Cancer Institute webpage, Updated March 12th 2021.
    cancer.gov/about-cancer/screening/screening-tests

MARCHIO, INSEGNA, DITTA

Marchio, insegna e ditta sono gli “strumenti” che permettono all’imprenditore di essere riconoscibile sul mercato grazie alla loro capacità distintiva.

La ditta è il nome sotto il quale l’imprenditore svolge la sua attività ed è anche definita come “nome commerciale dell’imprenditore”. Questa costituisce il mezzo di individuazione necessario dell’impresa economica.

L’insegna è il segno distintivo (non necessario) del locale nel quale si svolge l’attività dell’imprenditore. Può corrispondere alla ditta, ma può avere anche contenuto diverso ed essere formata sia mediante una denominazione che mediante figure o simboli.

Il marchio è il segno distintivo dei prodotti dell’impresa offerti al pubblico sul mercato. Può consistere in un emblema, in una figura, in una denominazione, in un segno, apposti sui beni fabbricati e commercializzati, purché presenti carattere distintivo.

Fonte: Codice Civile, “Manuale di diritto commerciale” Simone.

Fallimento con o senza risoluzione del concordato?

In seguito alla omologazione di un piano di concordato preventivo, oltre che grazie alla corretta ed integrale esecuzione dello stesso, la procedura può essere conclusa mediante una richiesta di risoluzione ex art. 186 L.F.:

Ciascuno dei creditori può richiedere la risoluzione del concordato per inadempimento.

Il concordato non si può risolvere se l’inadempimento ha scarsa importanza.

Il ricorso per la risoluzione deve proporsi entro un anno dalla scadenza del termine fissato per l’ultimo adempimento previsto dal concordato”.

Altra strada percorribile è quella dell’annullamento concordato:

Il concordato omologato può essere annullato dal tribunale, su istanza del curatore o di qualunque creditore, in contraddittorio con il debitore, quando si scopre che è stato dolosamente esagerato il passivo, ovvero sottratta o dissimulata una parte rilevante dell’attivo. Non è ammessa alcuna altra azione di nullità

e

Il ricorso per annullamento deve proporsi nel termine di sei mesi dalla scoperta del solo e, in ogni caso, non oltre i due anni dalla scadenza del termine fissato per l’ultimo adempimento previsto nel concordato” (art. 138 LF, richiamato dall’art. 186 LF).

Tuttavia, tralasciando l’annullamento, può capitare che, ormai decorsi i termini per chiedere la risoluzione del concordato ex art. 186 L.F., la società sottoposta alla procedura di concordato non abbia ancora adempiuto al piano.

In tale situazione, ci si chiede se i creditori concordatari possano o meno chiedere il fallimento della debitrice. La questione è aperta.

Difatti, nessuna disposizione riconosce espressamente tale facoltà e dottrina e giurisprudenza non hanno prodotto un pensiero unanime. In linea generale, ci sono delle situazioni in cui è stato dichiarato il fallimento del debitore in concordato, ma ciò è sempre avvenuto in circostanze singolari.

In sintesi, le posizioni sul punto sono tre:

  1. può ritenersi, applicando in senso espansivo il principio di diritto espresso dalla Corte Costituzionale (C. Cost. 106/2004), che nessuna norma della LF imponga la risoluzione del concordato quale presupposto sistematico della declaratoria di fallimento (tesi estensiva, oggi prevalente in giurisprudenza di merito). Ne consegue che il fallimento può derivare dall’iniziativa dei creditori (anche pendente il termine di risoluzione del concordato), del P.M. ovvero dallo stesso imprenditore;
  2. può, differentemente, ritenersi che il fallimento senza previa declaratoria di risoluzione risulti solo possibile nella ipotesi in cui a richiedere il fallimento siano creditori pretermessi dal concordato non più facoltizzati alla azione di risoluzione per decorso del termine (tesi restrittiva). Anche per questi creditori il concordato risulta infatti comunque obbligatorio (ex art. 184 LF), ma costoro non potrebbero esperire l’azione di risoluzione. Per evitare un vuoto di tutela, deve dunque ammettersi, sulla scia del pensiero della Corte Costituzionale, che possano richiedere il fallimento senza previa declaratoria di risoluzione del concordato;
  3. l’istanza di fallimento può essere formulata dai creditori che vantano crediti di natura prededucibile, formatisi proprio in conseguenza e successivamente all’omologa: essi sono crediti non anteriori, con la conseguente non applicazione della regola generale di cui all’art. 184 LF, e discendenti direttamente dalla pendenza stessa della procedura di concordato (tesi minoritaria e mai affermatasi in giurisprudenza).

Per completezza è opportuno chiarire la ratio alla base della sentenza della Corte Costituzione n. 106/2004 alla base delle sentenze di merito che seguono la tesi estensiva in modo da sottolineare la peculiarità del caso di specie.

Tutti i provvedimenti dei giudici di merito si accomunano per il richiamo, espressamente formulato nella parte motivazionale, alla sentenza C. Cost. 106/2004 la quale ha affermato che: «ferma l’obbligatorietà del concordato per tutti i creditori anteriori al decreto di apertura – anche in assenza della risoluzione del concordato possa giungersi non soltanto ad una dichiarazione di fallimento “in consecuzione”, ma anche ad una autonoma dichiarazione di fallimento», liquidando l’opposto pensiero (quello cioè che richiede la risoluzione del concordato quale presupposto della declaratoria di fallimento) come «frutto di una interpretazione che privilegia un – rispettabile ma opinabile – profilo sistematico, secondo il quale il concordato (se non risolto o annullato) cancellerebbe definitivamente “quella” insolvenza in ragione della quale fu ammesso e omologato e, pertanto, impedirebbe di attribuire successivamente rilevanza, ai fini di cui all’art. 5 legge fall., ai debiti esistenti al momento dell’apertura della procedura». 

Va tuttavia considerato nel caso di specie che la Corte Costituzionale era chiamata ad esaminare una istanza di fallimento formulata da alcuni creditori che non erano stati informati della pendenza della procedura concordataria e che pertanto non avevano potuto “partecipare” al concordato esprimendo il proprio voto, né tantomeno erano legittimati all’azione di risoluzione del concordato per decorrenza del termine annuale. Conseguentemente, ciò potrebbe indurre a limitare il campo di applicazione di tale orientamento giurisprudenziale alla sola fattispecie esaminata dalla Suprema Corte.

Ad oggi, la questione è stata rimessa alle Sezioni Unite della Cassazione con una recentissima ordinanza interlocutoria del 31.03.2021 (Cass. civ. 8919/2021) che potrebbe sciogliere i dubbi sul punto.

Di seguito sinteticamente le questioni evidenziate dalla stessa:

  • i Supremi Giudici hanno anzitutto ricordato che, in dottrina, si sono sollevate molti voci autorevoli nel senso dell’inammissibilità della dichiarazione del fallimento dell’impresa ammessa al concordato preventivo omologato ineseguito, senza la preventiva risoluzione del concordato stesso;
  • a sostegno della tesi dell’inammissibilità della declaratoria di fallimento, si segnala che, in realtà, lo stato di crisi posto alla base della procedura concordataria è rimosso dall’effetto esdebitatorio dell’omologazione, da cui discende il ritorno in bonis dell’impresa ammessa alla procedura pattizia, con la conseguenza che, secondo la dottrina sopra ricordata, non sarebbe sufficiente il pur conclamato inadempimento a concretare un’insolvenza, che, invece, soltanto la risoluzione del concordato può far legittimamente riemergere;
  • l’impresa, ammessa al concordato omologato, non potrebbe essere dichiarata fallita se non sulla base di una nuova insolvenza, determinata per l’effetto di obbligazioni contratte successivamente all’omologazione e rimaste comunque inadempiute;
  •  l’art. 119, co. 7, Codice della Crisi di Impresa (come integrato dal d.lgs., 26 ottobre 2020, n. 147) risolve espressamente la problematica sopra esaminata, prevedendo che “il tribunale dichiara aperta la liquidazione giudiziale solo a seguito della risoluzione del concordato, salvo che lo stato di insolvenza consegua a debiti sorti successivamente al deposito della domanda di apertura del concordato preventivo”;
  • la giurisprudenza ha già evidenziato, riguardo ad altre disposizioni del CCI, che anche anteriormente alla completa entrata in vigore di quest’ultimo le relative norme costituiscono un utile criterio interpretativo della disciplina vigente (cfr. Cass., Sez. Un., 24 giugno 2020, n. 12476);
  • la disciplina di diritto positivo risultante dal CCI indirizza verso la soluzione di non consentire la dichiarazione di fallimento omissio medio,rendendo necessario, per i creditori che dovessero lamentare l’inadempimento del debitore alle obbligazioni concordatarie, l’utilizzo del rimedio all’uopo previsto dal legislatore (i.e. la risoluzione del concordato).

In definitiva, l’ordinanza ha rilevato che la tematica in esame assume i connotati della «questione di massima di particolare importanza» (art. 374, c. 2, c.p.c.), come tale da sottoporsi alla decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione medesima, al fine di individuare i principi da applicare in modo uniforme nella fattispecie.

Il ritorno dei Talebani e l’incubo delle donne afghane

Domenica 15 agosto 2021: Kabul è caduta, i Talebani hanno vinto una guerra mai combattuta.

La presa della capitale ha rappresentato il culmine di un’offensiva militare iniziata nel maggio 2021. Ma facciamo un passo indietro. L’Afghanistan è stato governato dai Telebani, setta fondamentalista islamica, dal 1996 fino al 2001, quando pochi mesi dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre, gli Stati Uniti e altri paesi della Nato (Italia inclusa) hanno deciso di invadere il paese per cercare il responsabile dell’attentato: Osama Bin Laden. Durante questi vent’anni di governo statunitense l’obiettivo è stato quello di instaurare un regime democratico, nonostante la continua presenza di sacche di resistenza talebane in tutto il paese. Il progetto, tuttavia, si è rivelato un totale fallimento: appena gli americani hanno lasciato il paese, i Talebani hanno riconquistato l’Afghanistan in pochissime settimane, senza incontrare alcuna resistenza. Una banda di fondamentalisti in moto ha in pochi giorni sbaragliato un intero esercito impreparato, abbandonato dai generali in fuga e dal proprio presidente, dichiarando così la rinascita dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan. L’intera popolazione ha visto vanificate, in una notte, tutte le conquiste raggiunte ed è risprofondata nella paura. Durante il loro precedente governo, infatti, i Talebani avevano applicato le rigidissime regole della Sharia (legge islamica), imponendo a tutta la popolazione la loro visione fondamentalista del mondo: gli uomini non potevano tagliare la barba, vietati radio, tv e cinema; le donne, considerate proprietà del marito, potevano uscire di casa solo completamente coperte dal burqa e solo in compagnia di uomini della famiglia; non era consentito loro  parlare o ridere davanti ad altri uomini e nemmeno fare rumore mentre camminavano. Non potevano entrare nei negozi né svolgere funzioni pubbliche. Le pene variavano dalle frustrate alla lapidazione.

È proprio sulla questione delle donne che ci vogliamo concentrare.

Si sono levate numerose grida di disperazione da parte della popolazione femminile afghana. Una drammatica testimonianza è quella di una ragazza di ventotto anni che, appena i Talebani hanno preso il controllo del Paese, ha tentato di scappare verso l’Europa:

“Fino a sabato mattina la situazione era normale, anche a Kabul: potevo indossare quello che volevo”. Poi, tutto è cambiato in ventiquattro ore: “Stare in giro faceva paura: non ci sono donne per strada, io uscivo con una lunga sciarpa per coprirmi il volto e non farmi riconoscere”.

“Molti hanno iniziato ad aprire scatole di burqa che hanno messo via vent’anni fa dopo la caduta del regime”, afferma un’altra testimone. Per altre, invece, l’acquisto del burqa rappresenterà un ostacolo anche dal punto di vista economico, tale da dover condividerlo con le proprie madri. “Se la situazione peggiora – riferisce un’altra testimone – non abbiamo niente, dovremo crearne uno usando delle lenzuola”. Pochissime donne credono che i Talebani, nonostante le loro dichiarazioni, porteranno qualche sicurezza, in quanto – afferma lei – “la sicurezza include la protezione dei diritti umani fondamentali, inclusi i diritti delle donne. Poiché i Talebani giocano con la vita e si presentano come ‘amici dell’umanità’ mentre commettono crimini fuori telecamera, non porteranno mai conforto in un paese che hanno bombardato per decenni né le donne si sentiranno mai al sicuro in loro presenza. Ricordatevi che non saranno mai la risposta alla nostra libertà”.

Nonostante le rassicurazioni del ministro della Cultura Zabiullah Mujahid, che aveva garantito la presenza delle donne nel governo, il portavoce talebano Sayed Zekrullah Hashim ha lanciato segnali inequivocabili su come diventerà la società afghana: “Una donna non può fare il ministro. È come se le mettessi sul collo un peso che non può sostenere. Non è necessario che le donne siano nel governo, loro devono fare figli”. Si tratterà, dunque, di un esecutivo esclusivamente al maschile.

Le prime vittime delle ritorsioni dei Talebani sono state le donne che avevano collaborato con il governo precedente. Emblematiche sono le parole drammatiche rilasciate il 15 agosto al sito inglese iNews, da Zarifa Ghafari, 27 anni, il più giovane sindaco dell’Afghanistan: “Sto aspettando che i Talebani vengano ad uccidermi. Sono seduta qui ad aspettare che arrivino. Non c’è nessuno che aiuti me o la mia famiglia. Sono seduta con loro e con mio marito. Non posso lasciare la mia famiglia. E comunque dove potrei andare?”.

A Firozkoh, capoluogo della provincia centrale di Ghor, un’altra donna è stata uccisa dai Talebani, in casa, davanti agli occhi dei suoi parenti. Banu Negar Masoomi, incinta all’ottavo mese, era stata agente di polizia afghana del passato governo guidato da Ashraf Ghani. Secondo la testimonianza del figlio, i killer della donna sarebbero arrivati ad estrarle il cervello dalla scatola cranica, dettaglio confermato anche dalla CNN.

Un’altra questione riguarda proprio la presenza di giornalisti nel paese e le difficoltà riscontrate nel fare informazione. “Nessuno sostiene le donne giornaliste in Afghanistan. Abbiamo paura che se i Talebani ci trovano ci uccideranno sicuramente”, ha affermato una testimone. Diverso è il trattamento riservato alle giornaliste internazionali, che riescono a darci un’immagine realistica di quanto sta accadendo nel paese. Indicativo in tal senso è stato nei giorni scorsi l’incontro tra l’inviata Rai per il tg3 a Kabul, Lucia Goracci, e un combattente talebano che in quel momento era di fronte a lei, mentre lo intervistava: “ma perché non mi guarda in faccia quando mi parla?”. Il video ha fatto presto il giro del web. “Non mi è permesso parlare alle donne”, ha risposto lui. “Non mi sono spaventata”, ha commentato Goracci al Corriere della Sera, “perché l’ho visto spiazzato, più che aggressivo. Mi ha trattata con distacco sprezzante”. E poi ha aggiunto: “Mi sono allontana con tranquillità. Triste a dirsi, ma noi giornalisti internazionali siamo più protetti. C’è un doppio standard: fossi stata afghana, non me la sarei cavata con tanta facilità”.

Di donne a giro se ne vedono ben poche. Da tre settimane, Kabul è una città di soli maschi.

Questo però non ha soffocato la voce delle donne afghane che hanno organizzato proteste e sono scese in piazza a Kabul, ed in altre città, per rivendicare il loro ruolo fondamentale all’interno del paese. Nonostante le ripetute dichiarazioni favorevoli ai diritti femminili da parte dei Talebani, qualunque manifestazione dai tratti pacifici è stata aspramente repressa dalle forze di sicurezza che, in alcuni casi, ha aperto il fuoco sui partecipanti.

La resistenza e la caparbietà delle donne afghane sono state anche diplomaticamente soffocate dal divieto, emanato mercoledì 8 settembre, di organizzare e partecipare in tutto l’Afghanistan a manifestazioni non autorizzate per non recare “il disturbo della vita normale e la molestia delle persone”. Secondo il portavoce dei sedicenti studenti coranici “Le donne che protestano non rappresentano tutte le donne afghane”: una parte della popolazione femminile, infatti, ha accettato di vivere le regole della Sharia. Loro non sono meno donne delle manifestanti: hanno scelto la loro parte ed i loro diritti. Alle altre donne, quelle in strada, è stata riconosciuta solo l’appartenenza allo schieramento opposto ai Talebani, la concessione dei loro diritti non è ancora stata considerata.

Un ulteriore ambito in cui i Talebani sono pesantemente intervenuti per limitare le libertà e l’indipendenza delle donne è quello dell’istruzione. Una tenda divide l’aula in due, separa gli uomini dalle donne; sono riprese così le lezioni del nuovo anno accademico, secondo le rigide regole imposte dai Talebani. Le donne potranno continuare a frequentare le lezioni, ma a patto che indossino abaya (una lunga tunica) e niqab (un velo che copre gran parte del volto). Dovranno essere istruite soltanto da docenti dello stesso sesso e saranno costrette a terminare le lezioni cinque minuti prima degli uomini per evitare di socializzare all’esterno coi colleghi maschi. Previsti anche ingressi e uscite diversificati per gli studenti e le studentesse. Questa situazione riguarda scuole e università di tutto il paese: insegnanti e studenti delle più grandi città afghane hanno raccontato di ragazze segregate in classe, isolate e limitate negli spostamenti nel campus.

Oltre al divieto di organizzare manifestazioni non autorizzate e alle segregazioni di genere nell’università, i Talebani hanno vietano alle donne di praticare sport. Di seguito si riportano le parole del vicecapo della Commissione cultura Ahmadullah Wasiq in un’intervista all’emittente australiana SBS: “Non è necessario fare sport. L’Islam non permette che le donne siano viste così”. “Non credo che alle donne sarà consentito di giocare a cricket perché non è necessario che le donne giochino a cricket” – ha dichiarato Wasiq, spiegando che nel gioco “potrebbero dover affrontare situazioni in cui il loro o il loro corpo non siano coperti. L’Islam non permette che le donne siano viste così”. “È l’era dei media – ha aggiunto Wasiq, consapevole del rischio che le atlete finiscano sui giornali e in tv – Ci saranno foto e video, e poi la gente li guarderà. L’Islam e l’Emirato non consentono alle donne di giocare a cricket o praticare uno sport in cui vengono esposte».

Anche riguardo la sanità si è notato un netto peggioramento rispetto agli anni precedenti: secondo i medici del centro di ostetricia, neonatologia e pediatria di Anabah, sette partorienti su dieci non si recano più in ospedale per ricevere le adeguate cure mediche durante il parto.

Anche gli uomini si mostrano preoccupati per il futuro delle loro mogli e dei loro figli, specialmente quelli che hanno figlie giovani. In tutto il mondo si avverte la paura del ritorno al cosiddetto ‘Medioevo talebano’: le donne, dopo aver respirato aria di libertà, rischiano di tornare invisibili.

FONTI:

https://www.tgcom24.mediaset.it/

Pagina Instagram di Zahrawz e di Shabnamnasimi

https://www.fanpage.it/

https://www.open.online/

https://www.repubblica.it/

https://www.corriere.it/

https://tg24.sky.it/

https://edition.cnn.com/

The Guardian

Medici senza frontiere

Quando la forma conta

Che titolo bizzarro per un articolo di chimica ma non ne trovavo uno migliore per descrivere il concetto che sta alla base dello studio degli scienziati delle Università giapponesi che voglio accingermi a presentarvi in questo articolo; una ricerca dove fidatevi la forma è tutto.

In questo articolo parleremo difatti di nanosistemi, ovvero oggetti di dimensioni comprese tra 1 e 100 nm (nm sta per nanometro e 1 nm corrisponde ad un miliardesimo di metro) diventati molto famosi e studiati negli ultimi 10-20 anni ma difatti presenti da sempre in natura e utilizzati, anche se inconsapevolmente, sin dai tempi antichi (vedi coppa di Liturgo o acciaio damasco).

In questo articolo il tipo di nanosistema di cui parleremo sono le vescicole extracellulari, sistemi prodotti e rilasciati dalle cellule in ambiente appunto extracellulare con lo scopo di veicolare il proprio contenuto (DNA, RNA, proteine ecc..) ad altre cellule bersaglio. Per la loro caratteristiche funzione di “corrieri” biologici, se così possiamo dire, e per il fatto di essere presenti in fluidi corporei come urina e sangue, questi nanosistemi sono diventati oggetto di studio soprattutto in campo diagnostico per la rivelazione di tumori; in quanto l’analisi del materiale in essi contenuto potrebbe dare aiutare a capire se questo proviene da cellule cancerose o meno.

Ma in questo caso il tipo di analisi è più particolare e si concentra sullo studio della forma di queste vescicole all’interno di fluidi corporei. Premettiamo che questo tipo di analisi non è affatto banale perché la determinazione precisa della forma di nanoparticelle in soluzione non è affatto semplice e per questo si deve riconoscere agli studiosi dell’Università del Kyushu, di Nagoya, di Osaka e dell’Università medica di Tokyo, autori di questo studio, un merito aggiuntivo per l’aver sviluppato ad hoc un metodo per effettuarla.

Tramite l’utilizzo di questa metodologia (i cui dettagli tecnici, anche se pochi, non saranno analizzati) i ricercatori giapponesi sono riusciti a trovare una correlazione tra forma e provenienza delle vescicole extracellulari. Difatti confrontando campioni provenienti da colture di cellule cancerose di organi quali fegato, seno e colon sono riusciti ad individuare differenze nella distribuzione della forme. Per esempio le vescicole provenienti da cellule epatiche cancerose sono un mix di particelle sferiche e ovali, mentre quelle cancerose provenienti dal seno sono esclusivamente sferiche.

Gli scienziati successivamente hanno voluto testare le potenzialità a livello applicativo di questa ricerca e confrontando la forma delle vescicole extracellulari in campioni di sangue di pazienti sani e di persone malate di tumore al seno hanno rivelato una differenza nella distribuzione delle forme nei due gruppi sottolineando così che questo tipo di analisi potrebbe effettivamente distinguere un paziente malato da uno sano.

Ovviamente come i ricercatori fanno notare solo la misura e la determinazione della forma di vescicole extracellulari provenienti da una più vasta gamma di tessuti potrà fornire loro informazioni riguardanti l’applicabilità in ambito diagnostico di questo tipo di tecnica.

Come sempre lascio in calce all’articolo tutti i riferimenti riguardante le fonti utilizzate e il link all’articolo originale:

  1. https://phys.org/news/2021-07-nanoparticles-body-fluids-reveal-cancer.html
  2. Sou Ryuzaki et al, Rapid Discrimination of Extracellular Vesicles by Shape Distribution Analysis, Analytical Chemistry (2021). DOI: 10.1021/acs.analchem.1c00258

Variante Delta (ex indiana)

Anche conosciuta come variante B.1.617.2 di SARS-Cov-2. Il primo caso di variante Delta è stato rilevato in India alla fine del 2020. Si tratta di una variante che porta mutazioni nel gene che codifica la proteina dello spike SARS-COV-2. In particolare, si tratta di sostituzioni amminoacidiche che aumentano la trasmissibilità del virus. Il dato preoccupante arriva dall’Inghilterra: nonostante il 60,3% della popolazione adulta abbia già ricevuto due dosi di vaccino e l’82,5% almeno la prima dose, la diffusione della Delta continua ad aumentare. La protezione maggiore ovviamente è quella conferita da un ciclo di vaccinazione completo. Uno studio pubblicato su Lancet dimostra che il vaccino Pfizer ha un’efficacia del 79% contro la variante Delta mentre il vaccino AstraZeneca sarebbe efficace al 60%. L’efficacia nel ridurre il rischio di ospedalizzazione rimane molto elevata per entrambi i vaccini (96% per Pfizer e 92% per AstraZeneca) dopo aver completato il ciclo vaccinale.

LE “MISSION” DEL PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA (PNRR)

Immagine che contiene testo

Descrizione generata automaticamenteIl “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” si inserisce all’interno del programma “Next Generation EU” (NGEU), il fondo da 750 miliardi stanziato dall’Unione Europea in risposta alla crisi pandemica. Il piano italiano prevede finanziamenti derivanti da NGEU pari a 191,5 miliardi di euro ed ulteriori 30,6 miliardi relativi ad un fondo complementare per un totale di 222,1 miliardi di euro.

Il PNRR delinea un “intervento epocale”: l’obiettivo principale è quello di riparare ai danni economici e sociali della crisi generata dal Covid-19, attenuando le fragilità strutturali dell’economia italiana e promuovendo la trasformazione digitale, ecologica ed ambientale del Paese.

Il PNRR si sviluppa secondo sei “mission”:

  1. Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura: l’obiettivo è l’investimento nella trasformazione digitale, nei processi di innovazione del sistema produttivo e nei settori del turismo e della cultura. In particolare, si prevede la fornitura di “banda ultra larga” e di connessioni veloci in tutto il Paese, lo sviluppo di un “Piano Italia 5G” e l’adozione di tecnologie, competenze ed infrastrutture innovative nel settore pubblico e privato. Per il turismo e la cultura il focus è, rispettivamente, sulla valorizzazione dei siti storici e sul miglioramento delle strutture ricettive.
  2. Rivoluzione verde e transizione ecologica: gli investimenti sono finalizzati al miglioramento dei processi di gestione dei rifiuti de al raggiungimento di un’economia circolare sostenibile (i target ambiziosi di riferimento sono il 65% di rifiuti plastici ed il 100% di rifiuti tessili). L’acquisto di autobus a bassa emissione e l’investimento nelle energie rinnovabili quali le infrastrutture idriche e la filiera dell’idrogeno rappresentano alcuni dei punti chiave di tale mission.
  3. Infrastruttura per una mobilità sostenibile: la terza “mission” propone di migliorare i trasporti ferroviari ad alta velocità (con particolare riferimento alle tratte del centro-sud), le linee ferroviarie regionali ed il sistema portuale.
  4. Istruzione e logistica: la quarta “mission” prevede il rafforzamento del sistema educativo attraverso processi, quali la creazione di nuovi posti nelle scuole, il risanamento strutturale degli edifici scolastici e la riforma dei corsi di laurea e dei programmi di dottorato.
  5. Inclusione e coesione: lo scopo è quello di investire nello sviluppo dei centri dell’impiego, nell’imprenditorialità femminile attraverso la creazione del “Fondo Impresa Donna” e nei servizi sociali al fine di favorire una vita autonoma alle persone con disabilità.
  6. Salute: l’ultima “mission” promuove il rafforzamento della prevenzione e dei servizi sanitari sul territorio, la modernizzazione e la digitalizzazione del sistema sanitario (attraverso la diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico) e, infine, la garanzia di equità di accesso alle cure.

Inoltre, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza include inoltre un pacchetto di riforme inerenti agli ambiti della pubblica amministrazione, della giustizia, della semplificazione normativa (rispetto alla concessione di permessi ed autorizzazioni) e della concorrenza.

Infine, in riferimento alla governance del PNRR, i ministeri e le amministrazioni locali hanno la responsabilità diretta del rispetto delle tempistiche prestabilite e della gestione delle risorse ai fini dell’implementazione delle “mission”. In particolare, il Ministero dell’economia e delle finanze svolge un duplice ruolo: di monitoraggio del progresso degli investimenti e delle riforme; e di fulcro strategico per la comunicazione con la Commissione Europea.

Fonti: Governo.it, Piano Nazionale e Resilienza, IlSole24Ore

Green Pass dell’Unione Europea: cosa, come e perché

In tutta l’Unione Europea stanno entrando in funzione i “green pass”, i certificati che permetteranno agli europei di iniziare nuovamente a spostarsi all’interno dei propri paesi e in tutta Europa.

Il codice QR del green pass così come vi apparirà sul vostro smartphone

Cosa è
Con l’avanzare delle campagne di vaccinazione in tutta Europa e l’avvicinarsi del periodo più intenso per il turismo, sono stati preparati gli strumenti che consentano di fare viaggi per turismo nelle regioni d’Italia e in Europa. Il passato 17 giugno, il governo italiano ha quindi approvato un decreto che regolamenta il rilascio dei certificati Covid-19 verdi in Italia, che in seguito varranno anche come “green pass” europei. Essi sono un documento in formato digitale (ma ottenibile anche in formato cartaceo) disponibile su tutti i propri smartphone e PC che, per ora, permetterà di partecipare a feste, cerimonie e grandi eventi sportivi, e di spostarsi liberamente nelle regioni in zona arancione e rossa.

Come ottenerlo
I certificati verdi saranno distribuiti da ogni Stato UE nel modo che preferisce ma il punto centrale è che saranno interoperabili. Per il certificato verde in Italia si fa affidamento alla Piattaforma nazionale DGC che, entro fino giugno, integrerà tutte le informazioni del cittadino come l’avvenuta o meno vaccinazione, i certificati di guarigione da un contagio di Covid-19 e i tamponi effettuati. Queste informazioni saranno visualizzabili in diversi modi, cartaceo o digitale, e alcuni li conoscerete già: app IO della Pubblica Amministrazione, app Immuni (ce l’avete/la usate ancora?), il fascicolo sanitario online e il sito web della Piattaforma nazionale DGC stessa; in forma cartacea sarà invece disponibile su richiesta in farmacia o dal proprio medico di base. Una volta ottenuto, il certificato vi apparirà in forma di codice QR, come quello che vedete in foto.

Come funziona
A partire dal primo luglio i certificati entreranno in funzione e con essi sarà possibile viaggiare liberamente, senza quarantene o tamponi in loco, verso i paesi dell’Unione Europea. In Italia il certificato sarà già valido dopo aver effettuato la prima dose di vaccino (seppur la regola cambi da paese a paese) con efficacia a partire dal 15° giorno dalla somministrazione. Una volta effettuata anche la seconda dose (o l’unica dose in caso in di vaccini monodose) la validità del certificato sarà di 270 giorni. Tutti i paesi membri dell’Unione dovranno accettare i certificati di vaccinazione rilasciati in altri stati membri per i vaccini autorizzati dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA) e potranno decidere se accettare anche i certificati per altri vaccini autorizzati dal singolo paese (come per esempio il vaccino russo Sputnik, approvato in Ungheria).

Fonte
Fonte

INNAMORATEVI DEL CAOS, E DELL’ADOLESCENZA

“Sono ambiziosi e vivono la maggior parte del tempo nella speranza; non sono di cattivo carattere ma di buon carattere perché non hanno ancora visto molte malvagità. Sono portati a sperare per il fatto che non hanno ancora subito molti insuccessi. Inoltre sono magnanimi, perché non sono stati ancora umiliati dalla vita. Preferiscono compiere belle azioni piuttosto che azioni utili poiché essi vivono più secondo il loro carattere che non secondo il calcolo; sono amanti della vita sociale e peccano sempre per eccesso e per esagerazione; essi infatti fanno tutto con eccesso: amano all’eccesso, odiano all’eccesso” (Aristotele, Retorica)

Aristotele descrive così, in maniera incredibilmente attuale, gli adolescenti nella Retorica, quando ancora il termine “adolescenti” non era stato inventato. La parola adolescenza saràconiata successivamente, dal latino, dove adolescens è il participio presente di adolescere e significa letteralmente “colui che si sta ancora nutrendo”, il riferimento è al banchetto della vita, a cui gli adolescenti devono ancora attingere, e possono scegliere come servirsi: prendere solo poco, abbuffarsi, assaggiare di tutto un po’.

Il padre dell’adolescenza viene identificato nello psicologo e pedagogista statunitense Stanley Hall che ebbe il merito di attribuire a questa fase di vita qualità psicologica. L’adolescenza ha avuto, prima dell’invenzione del termine e dopo nelle epoche successive, sempre le stesse caratteristiche, quello che cambia è la capacità di comprenderla e di raccontarla.

L’adolescenza è un periodo caratterizzato da compiti evolutivi specifici, spesso difficili da affrontare, in particolare se ne identificano due: mentalizzare i cambiamenti del corpo e fare chiarezza nelle emozioni, che sono proprio in questa fase incomprensibili, inspiegabili e incontrollabili. Nel tentativo di assolvere questi due compiti gli adolescenti arrivano ad uno dei nodi del percorso di crescita: lo scontro con la famiglia, il momento in cui voltano le spalle al sistema di valori dei genitori, mettendosi alla ricerca dei propri.

Cercano intanto di trovare un altro gruppo a cui appartenere, da cui farsi apprezzare: quello dei pari. Al contempo tentano di tenere in piedi la scuola, trovano il primo amore, e lo perdono. Scoprono intanto tutte le cose da adulti a cui finora non si sono avvicinati, cercano di mantenere l’equilibrio tra il troppo, che rischierebbe di metterli a rischio, di farli sfociare nella devianza e il troppo poco che rischierebbe di lasciarli indietro. Tutto questo è adolescenza e non si può chiedere agli adolescenti di restare i “bambini dei genitori”, così come non si può chiedere agli adolescenti di essere “quasi adulti”, non si può chiedere loro di rappresentare nulla di diverso da ciò che sono.

Quando parliamo di adolescenti “il punto non sta nello scegliere tra fare la cosa giusta o sbagliata, sarebbe molto più semplice, è un discrimine che si inizia ad aver chiaro fin da bambini, ma nel fare ed essere cose di cui abbiamo bisogno. Sbagliatissime a volte, pericolose altre, folli altre ancora, eppure necessarie.”

Adolescenza è caos; caos dei luoghi, delle camerette chiuse, caos fisico e estetico dei corpi tatuati, caos delle relazioni, dei silenzi e delle porte sbattute, dei litigi con tutti, alla prima occasione utile, non importa il motivo. Il tentativo di controllare il caos non serve agli adolescenti, serve a noi, ai genitori, agli educatori, perché in questo modo possiamo non pensarci, non pensarli, possiamo non avere paura, possiamo tornare ad occuparci di altre questioni.

Così sempre di più oggi si ha la credenza che l’adolescenza sia più un fastidio che un periodo funzionale a diventare adulti, più un periodo da screditare che una tela bianca da lasciar personalizzare ai ragazzi secondo i loro scopi evolutivi. È un’“adolescenza latente”, silente, addomesticata. La risposta emotiva davanti ad adolescenti così non dovrebbe essere l’orgoglio, ma la preoccupazione, sono dei martiri che rinunciano al caos perché hanno capito che gli adulti non saprebbero fronteggiarlo, come affrontarlo, cosa farsene. Rinunciano al caos per le nostre incompetenze e i nostri limiti, risparmiano agli adulti l’adolescenza, per non essere aggiunti alla lista delle preoccupazioni. Ricercano benessere e stabilità, che sono invece i nemici per eccellenza dell’adolescenza caratterizzata da caos e scombussolamento. Nel loro tentativo di controllo, non evolvono, non corrono nessun rischio, ma corrono il rischio di non diventare sé stessi; si trascinano, si abituano. Innamoriamoci invece del caos, dell’adolescenza di alti e bassi, dei picchi di entusiasmo, delle cadute altissime, di questi adolescenti: sono quelli che non sono disposti a rinunciare alla propria vita per far stare tranquilli altri.

“Innamorarsi del caos è il sentimento dei pazzi, ma l’alternativa, detestarlo, allontanarlo, irregimentarlo, è il gesto degli assassini, degli attentatori di futuro, di coloro che non sanno che il caos in una persona è il segnale che le sta succedendo qualcosa.

È come la linea frastagliata sul monitor che ci dice che c’è ancora vita”

(S. Andreoli, Tedx Brianza)

Opzioni

Le opzioni sono strumenti finanziari il cui valore deriva dal prezzo di una attività sottostante di varia natura: reale (materie prime quali grano, oro, petrolio) o finanziaria (azioni, obbligazioni, tassi di cambio, indici).

In sostanza, le opzioni sono dei contratti finanziari che danno il diritto, e non l’obbligo, all’acquirente dietro il pagamento di un prezzo, di esercitare o meno la facoltà di acquistare (call) o vendere (put) una data quantità di una determinata attività finanziaria, detta sottostante, a una determinata data di scadenza o entro tale data e a un determinato prezzo di esercizio (strike price).

Fonte: Borsa Italiana

Bonificare acque contaminate da cromo utilizzando una biomassa fungina

La classe di contaminanti maggiormente presente nelle acque di scarico industriale è quella degli elementi pesanti (metalli o semimetalli). I processi industriali responsabili della loro immissione in ambiente acquatico sono dei più svariati: dall’estrazione e la lavorazione mineraria, alla concia di pelli e colorazione tessile.

Gli elementi pesanti possono causare problematiche a livello di salute sia negli organismi viventi negli ecosistemi acquatici, come piante o animali, ma anche sull’uomo. Il cromo rappresenta uno dei metalli pesanti più importanti per il suo livello di tossicità. Esiste in natura con una valenza compresa tra +2 e +6 e le due specie stabili per stato di ossidazione sono il Cr (III) e il Cr (VI). Tra le due, il cromo con stato di ossidazione +6 (esavalente) risulta essere un catione ad elevata tossicità, con potere mutagenico, carcinogeno e teratogenico.

Esistono molte tecnologie per trattare le acque contaminate da elementi pesanti, che utilizzano sia processi fisici che chimici. Negli ultimi anni, una di quelle che ha preso – e sta prendendo – sempre più piede è quella della biosorption, intesa come l’assorbimento dei contaminanti da una soluzione utilizzando materiale biologico. I motivi dell’interesse da parte della comunità scientifica su queste tecniche è da ricondurre alla grande disponibilità di biomassa e quindi ad un conseguente basso costo, che si va a sommare ad un’alta qualità di assorbimento e versatilità di applicazione.

Il processo di biosorption dei metalli pesantiavviene grazie ai gruppi funzionali della superficie assorbente, come gruppi idrossilici, carbossilici o fosfato. Gli ioni metallici passano prima dalla soluzione alla superficie del sorbente, per poi in un secondo momento diffondersi all’interno dove avviene l’assorbimento vero e proprio. L’intero processo dipende fortemente dalle caratteristiche chimico-fisiche della soluzione, dalla temperatura, dal pH e dalla presenza di nutrienti.

In questo studio è stato utilizzato come materiale assorbente una biomassa fungina morta, appartenente a specie del genere Rhizopus, un tipo di muffa molto comune. I risultati mostrano come il bioassorbente riesca a rimuovere efficacemente il Cr (VI) dalla soluzione acquosa ad un pH basso, con un optimum a pH 2.0. Un’analisi della cinetica della reazione mostra come il modello che si adatta maggiormente sia quello di una cinetica dello pseudo-secondo ordine. Infine, i parametri termodinamici mostrano come il processo sia spontaneo ed endotermico.

I risultati di questo esperimento potranno essere utilizzati per simulazioni di modelli in futuro. Il prossimo passo – dicono gli autori – sarà quello di capire se questa tecnologia potrà essere effettivamente impiegata in ambito industriale e usata per azioni di bioremediation in siti contaminati da cromo.

Fonte:

Espinoza-Sánchez, M. A., Arévalo-Niño, K., Quintero-Zapata, I., Castro-González, I., & Almaguer-Cantú, V. (2019). Cr (VI) adsorption from aqueous solution by fungal bioremediation based using Rhizopus sp. Journal of environmental management251, 109595.

Gli integratori

La corretta definizione potrebbe essere: “prodotti alimentari che costituiscono una fonte concentrata di sostanze aventi un effetto nutritivo o fisiologico, integrando la normale dieta”. Sono soggetti alle norme di sicurezza alimentare e possono contribuire, in base alla loro composizione, a mantenere lo stato di salute, favorendo il regolare funzionamento dell’organismo. E’ importante ricordare che gli integratori non devono essere usati in sostituzione di una dieta varia ed equilibrata né di uno stile di vita sano. Possono essere utilizzati in alcune particolari situazioni come la carenza di una sostanza nutritiva o un suo aumentato fabbisogno per l’organismo (durante la gravidanza o in allattamento, ecc), con l’unico obiettivo di favorire la salute e il benessere dell’individuo.

Come mettere una cellula in slow motion senza videocamera

So bene che il titolo può sembrare strano ma fidatevi non voglio prendermi gioco di voi perché ciò che è stato scoperto dagli scienziati della Leipzig University, in collaborazione con ricercatori inglesi e tedeschi, è proprio questo ovvero riuscire a rallentare i processi cellulari, ivi incluso il moto, in maniera reversibile senza cambiare la temperatura e senza danneggiare le cellule in esame.

Tutto questo, come spiegano i ricercatori guidati dal Professore Josef Alfons Käs e il Dr. Jörg Schnauß è possibile mettendo le cellule in contatto con acqua pesante (o deuterata). Ma cos’è questa acqua pesante ?

A livello chimico-strutturale è acqua normale ovvero la solita molecola H2O che molti di voi conoscono, con la sola differenza che in questo caso molti degli idrogeni, che nel caso comune sono l’isotopo 1H, sono 2H ovvero deuteri (da qui il nome acqua deuterata), quindi atomi di H nel cui nucleo, oltre ad essere presente un protone, è presente anche un neutrone.

Finita la piccola spiegazione sull’acqua pesante è interessante soffermarsi su come questa abbia la capacità di rallentare nel complesso tutti i processi cellulari o per meglio dire la loro dinamica, generando così un effetto che a livello fisico sarebbe possibile solo nell’ambito della relatività e il tutto senza portare le cellule a basse temperature come spiega anche il Professor Käs.

Questo processo infatti secondo i ricercatori é asseribile ad una maggiore forza di interazione tra le proteine strutturali. Queste interazioni più energiche sono dovute presumibilmente al fatto che in acqua pesante i legami a idrogeno (che sono una delle interazioni tra molecole più forti e una delle più importati in ambito biochimico) sono più forti che in normale acqua portando, come detto prima, le molecole di proteine strutturali delle cellule ad interagire in maniera più forte tra di loro rallentando così la dinamica delle stesse.

Altro aspetto interessante, come spiega il Dr.Jörg Schnauß, è che questo effetto è reversibile e le cellule tornano alla loro regolare attività una volta reinserite in un normale ambiente acquoso.

Arrivando all’aspetto applicativo si capisce molto bene quanto questa scoperta sia molto importante ed apra la via per lo sviluppo di metodologie e pratiche atte all’allungamento della vita cellulare nonché alla conservazione prolungata di tessuti. Difatti non è difficile immaginare come l’acqua pesante, una volta confermate definitamente le sue proprietà in ambito biologico, potrebbe essere largamente utilizzata per allungare i tempi di conservazione di interi organi utilizzati ad esempio nei trapianti. Come sempre non resta che sperare che le ricerche vadano a buon fine fino in fondo.

Lascio in calce all’articolo il sito di riferimento utilizzato per la stesura dell’articolo insieme alle specifiche bibliografiche dell’articolo originale:

  1. https://phys.org/news/2021-06-retard-cells.html
  2. Jörg Schnauß et al, Cells in Slow Motion: Apparent Undercooling Increases Glassy Behavior at Physiological Temperatures, Advanced Materials (2021). DOI: 10.1002/adma.202101840

Tecnologie RFID e moda

L’acronimo RFID sta ad indicare “radio frequency identification” e fa riferimento a tutte quelle moderne tecnologie in grado di identificare automaticamente oggetti e/o persone attraverso la sola ricezione di elettromagneti.

La tecnologia RFID prende origine dalla seconda guerra mondiale e si sviluppa a partire dagli anni sessanta come derivazione a scopi civili del sistema militare a radiofrequenza di Identification friend or foe, ma la sua diffusione è avvenuta principalmente dagli anni novanta in poi.

In sintesi, i sistemi RFID si compongono di:

  • un transponder (“smart chip” o “RFID tag“) ovvero un micro computer dotato di un’antenna collegata a un oggetto per identificarlo;
  • un lettore;
  • un’applicazione per la raccolta dei dati.

Al pari di altre moderne tecnologie, la RFID ha fatto l’ingresso nel mondo della moda per rispondere a plurime esigenze che i tempi moderni hanno presentato tra cui, in particolare, la velocizzazione di ogni passaggio. L’introduzione di questo strumenti si è resa necessaria per permettere di conoscere esattamente dove e quando trovare ciò che i clienti stanno cercando.

In estrema sintesi, l’RFID viene utilizzata per:

  1. gestire il magazzino controllando la disponibilità dei prodotti (indispensabile per le catene della grande distribuzione, es. Zara);
  2. combattere la contraffazione attraverso l’utilizzo combinato con strumenti “classici” quali numeri di serie, codici a barre, filigrane, codici QR, etichette specifiche.

Lo studioso Madhani ha analizzati i principali benefici delle tecnologie RFID suddividendoli nelle seguenti categorie:

  • prodotto (le tendenze possono essere monitorate da parte delle case produttrici);
  • prezzo (i rivenditori possono capire le tipologie di clienti “premium” e quelli “in via di estinzione”);
  • posizione dei prodotti (si può evitare che un prodotto si trovi in un posto sbagliato);
  • promozione (capendo i ragionamenti insiti nelle modalità di acquisto dei clienti, è possibile creare promozioni ad hoc);
  • prova fisica (possibilità di usare l’RFID per mostrare ai consumatori tutte le possibili varianti dei prodotti presenti nei punti vendita);
  • processo produttivo (è possibile conoscere l’esatta collocazione dei prodotti);
  • persone (possibile identificare le preferenze dei consumatori e garantire acquisti personalizzati).

Chiaramente, tutti i vantaggi sopra elencati portano con sé anche delle preoccupazioni dal punto di vista giuridico, prima tra tutte quella della tutela della privacy.

Il rischio deriva dalla concreta possibilità di effettuare un continuo monitoraggio del consumatore accedendo alla tecnologia RFID inserita nel prodotto finale (es. nelle scarpe), creando così un sistema di tracciabilità che non può essere disattivato (spesso usato per combattere la contraffazione).

Nello specifico, l’attivista Katherine Albrecht ha segnalato i seguenti profili di rischio:

  • il codice univoco della tecnologia RFID permettere, una volta identificato l’acquirente, di tracciarne gli spostamenti;
  • la lettura remoto permettere di leggere i microchip senza consenso del consumatore;
  • la salute è messa in pericolo con continue onde elettroniche sul nostro corpo.

Fonti: “Fashion law: diritto e prassi nell’industria della moda tra tradizione e innovazione” di Nicola Lanna; Wikipedia; rfidglobal.

Genoma umano sequenziato (quasi) per intero

Fonte: Nature.com

Dopo circa 20 anni dal primo tentativo di sequenziamento del genoma umano ad opera di Human Genome Project in collaborazione con Celera, è notizia di pochi giorni fa che il consorzio Telomere-To-Telomere (T2T) è riuscito a completare questo sequenziamento, andando a colmare anche le lacune presenti nella versione del 2013.

Rispetto all’ultima versione, infatti il gruppo T2T è riuscito a decifrare quell’8% sparso all’interno di tutto il genoma che era rimasto non sequenziato. Queste sezioni sono formate per la maggior parte da coppie di basi ripetute, complicate perciò da collocare all’interno del genoma. Quest’ultima aggiunta ha quindi permesso di scoprire sia nuove zone di regolazione, che nuovi geni realmente codificanti. Nel dettaglio, sono stati scoperti 115 nuovi geni codificanti proteine, portando così il calcolo totale a 19969.

Ma cosa ha fatto sì che T2T-CHM13, così è stato soprannominato il genoma sequenziato, superasse i limiti delle precedenti versioni?

Innanzitutto, il primo merito va allo sviluppo di nuove tecnologie di indagine. Difatti non è stato prelevato il DNA di una persona, bensì il genoma di una linea cellulare derivata da un tipo di tessuto che si crea nell’uomo quando uno spermatozoo va ad inseminare un uovo senza nucleo. Così facendo, la cellula che ne risulta contiene i cromosomi solo del padre, di conseguenza i ricercatori hanno solo una serie di cromosomi da analizzare, e non devono invece distinguere due serie provenienti da due persone diverse.

Inoltre, c’è stata una sostanziale differenza anche nel sequenziamento del DNA. Più precisamente, è stato proprio quest’aspetto il più importante. Infatti i metodi convenzionali permettono di leggere frammenti di DNA composti da poche centinaia di basi; la tecnologia usata da T2T invece usa un laser, grazie al quale è riuscita a scansionare fino a 20mila paia di basi alla volta.

Questo aspetto è stato rivoluzionario in quanto, una volta effettuato il sequenziamento, i ricercatori devono appaiare le porzioni di DNA come fossero pezzi di puzzle, e se i frammenti sono più lunghi contengono più facilmente sequenze che si sovrappongono, e per questo sono più facili da appaiare in un secondo momento.

Molte lacune presenti nei lavori precedenti sono state quindi colmate, ma quali obiettivi mancano ancora da raggiungere?

In prima battuta, in questa mappa genomica non è stato sequenziato il cromosoma Y (responsabile dell’innesco dello sviluppo biologico maschile), in quanto lo spermatozoo da cui è stato preso il materiale genetico conteneva il cromosoma X.

Inoltre, a detta degli stessi autori, è necessario un controllo del sequenziamento stesso, in quanto le parti del genoma che sono state sequenziate per la prima volta in questo lavoro rappresentavano la parte più difficile da sequenziare; di conseguenza è possibile che siano stati fatti degli errori. In particolare si pensa che l’errore stimato sia dello 0.3%, dovuto proprio alla difficoltà di effettuare controlli qualità in queste aree.

Infine, il consorzio T2T ha in atto una collaborazione con lo Human Pangenome Referex Consortium, mirata a sequenziare l’intero genoma umano, costituito quindi da due serie da 23 cromosomi, di più persone possibili. Lo scopo è quello di capire in quali parti del genoma ogni essere umano differisce dagli altri, e comprendere a cosa servono determinati geni, al fine di capire quali sono maggiormente associati all’insorgenza di patologie nell’essere umano.

Fonte: Link -> https://www.nature.com/articles/d41586-021-01506-w
https://www.wired.it/scienza/lab/2021/06/07/genoma-umano-mappa-completa/

PROPRIETÀ, POSSESSO E DETENZIONE

Proprietà, possesso e detenzione sono termini simili che, tuttavia, a livello giuridico, non devono essere confusi in quanto fanno riferimento a differenti situazioni giuridiche.

La proprietà è definita dall’art. 832 c.c. secondo cui: “Il proprietario ha diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi stabiliti dall’ordinamento giuridico.”

La proprietà è, quindi, un diritto su una cosa che consente al suo titolare di goderne in modo pieno (ossia senza limitazioni di tempo) ed esclusivo (ossia senza disturbi da parte di terzi), pur entro i limiti previsti dall’ordinamento.

Il possesso è normato dall’art. 1140 c.c. in forza del quale: “Il possesso è il potere sulla cosa che si manifesta in un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale. Si può possedere direttamente o per mezzo di altra persona, che ha la detenzione della cosa.”

Il possesso, dunque, corrisponde all’esercizio materiale della proprietà di un altro diritto reale, senza, in realtà, essere proprietari.

La detenzione è limitata al solo potete materiale sulla cosa è il potere di mero fatto esercitato su una cosa da un soggetto (detentore) che non ha l’intenzione di compiere un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale: il detentore, cioè, ha un mero animus detinendi, e non un animus possidendi, in quanto riconosce che sulla cosa insiste un diritto reale altrui. In ciò si differenzia dal possesso (es. Tizio presta l’auto a Caio, Caio è detentore dell’auto di Tizio).

Fonti: Codice Civile, Brocardi.it

Aducanumab vs Alzheimer

In data 7 Giugno 2021, FDA (Food and Drug Administration) ha approvato Aduhelm (Aducanumab) per trattare i pazienti con patologia di Alzheimer. Si tratta di un evento molto significativo: dal 2003, Aduhelm è la prima nuova terapia approvata contro il morbo di Alzheimer. Non solo, Aducanumab è il primo trattamento diretto contro la presenza fisiopatologica delle placche beta amoloidi nel cervello. Gli studi clinici per Aduhelm sono stati i primi a dimostrare che una riduzione di queste placche dovrebbe portare a una riduzione del declino clinico di questa devastante forma di demenza.

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L’approvazione di Aduhelm ha avuto un enorme impatto mediatico, suscitando un grande interesse in tutta la comunità, scientifica e non. I dati inclusi presentati dallo studio clinico erano molto complessi e lasciavano incertezze in merito al beneficio clinico. C’è stato un ampio dibattito pubblico sull’opportunità di approvare l’Aduhelm. Come spesso accade quando si tratta di interpretare dati scientifici, la comunità di esperti ha offerto prospettive diverse.

E’ stato deciso di utilizzare il cosiddetto percorso di “approvazione accelerata”, un percorso inteso a fornire un accesso anticipato a terapie potenzialmente preziose per i pazienti con malattie gravi. FDA ha concluso che i benefici dell’Aduhelm per i pazienti con malattia di Alzheimer superavano i rischi della terapia.

Ma cosa è Aducanumab?

Si tratta di un anticorpo monoclonale, come possiamo riconoscere dal suffisso -mAb. Aducanumab riesce a legare gli aggregati di beta amiloide, oligomeri solubili ed anche fibrille insolubili. Riesce a superare la barriera emato-encefalica e legare efficientemente le proteine beta amiloidi, riducendone significativamente la tossicità. Gli effetti del beneficio terapeutico dopo somministrazione di Aduhelm possono essere monitorati mediante l’applicazione di PET.

Questo anticorpo è stato derivato da linfociti B autoimmuni di individui più anziani che erano cognitivamente normali, con l’assunto che avrebbe protetto dagli oligomeri Aβ neurotossici. Infatti, il trattamento della patologia di Alzheimer con Aducanumab ha comportato una riduzione dose-dipendente della deposizione di Aβ nel cervello, nonché un rallentamento del declino della funzione cognitiva.

Myanmar, la democrazia perduta

La fragile democrazia che si stava faticosamente costruendo in Myanmar ha subito un duro colpo a febbraio 2021 quando l’esercito non ha riconosciuto l’esito delle elezioni e ha preso il potere. Da allora il futuro del paese è incerto.

Il 1° febbraio 2021 in Myanmar, Stato dell’Indocina stretto tra India, Cina e Thailandia noto ai più in passato col nome di Myanmar, le forze militari birmane – note col nome di Tatmadaw – prendevano il potere con un colpo di Stato a danno del governo legittimo e democraticamente eletto di Aung San Suu Kyi, leader birmana e premio Nobel per la pace. Avrete probabilmente visto anche voi il video virale di ginnastica mattutina a ritmo di colpo di stato sullo sfondo. Il giorno dopo, il 2 febbraio migliaia di cittadini nelle maggiori città del paese si sono riversati nelle strade per manifestare contro il colpo di stato, quel giorno è nato il movimento di disobbedienza civile della Birmania ed è iniziato lo scontro tra cittadini ed esercito. 

Oggi
Oggi, a più di tre mesi dal golpe militare, ci sono oltre 800 vittime riportate e sono oltre 3.500 gli arresti. Le Nazioni Unite stimano oltre 250.000 gli sfollati interni e, in seguito al peggiorare della situazione nel paese, l’Assemblea Generale dell’Onu ha valutato un embargo al commercio di armi alla giunta militare birmana chiedendo inoltre ai militari di “porre fine allo stato di emergenza” e fermare immediatamente “ogni violenza contro i manifestanti pacifici”, nonché “di rilasciare immediatamente e incondizionatamente il presidente Win Myint, la consigliera di Stato Aung San Suu Kyi” e tutti coloro che sono stati “arbitrariamente detenuti, accusati o arrestati” dal colpo di stato ad oggi. La guerra civile in Myanmar non ha coinvolto solo le tradizionali istituzioni internazionali, infatti anche in altri contesti la situazione ha ricevuto attenzione: sul palco di Miss Universo, la rappresentate birmana Thuzar Lwin, ha srotolato un cartello con la scritta “Pray for Myanmar” e, restando a tema di preghiere, durante una messa per la comunità del Myanmar in Italia, anche Papa Francesco ha rievocato la situazione nel paese e auspicato il raggiungimento della pace.

La guerra interna
L’opposizione interna non è solo da parte dei comuni cittadini che desiderano un governo democratico ma vi sono anche altri attori interni al paese che hanno deciso di opporsi con milizie auto-organizzate. Il Myanmar è infatti una nazione costituita da tanti gruppi etnici – ben 135 ufficialmente riconosciuti dallo Stato più numerosi altri non riconosciuti – e sicuramente avrete sentito parlare dei Rohingya islamici che sono stati perseguitati dall’esercito birmano nel 2017 e che hanno istituito delle milizie per opporsi all’esercito. Un altro gruppo etnico – ma meno noto – è quello dei Chin, e anch’essi si sono organizzati con un’amministrazione popolare locale nella loro città principale, Mindat, rinnegando l’autorità dell’esercito birmano. 

Se l’instabilità è contagiosa i vicini si preoccupano
Le varie forme di ribellioni e dichiarazioni di autogoverno locali, unite alla più grande e diffusa protesta civile contro il colpo di stato militare, hanno portato gli stati confinanti, e non solo quelli, a preoccuparsi della tenuta dello Stato multietnico e della possibilità di una diffusione di attività illecite internazionali (come spesso accade in territori dove non vi è uno Stato solido come le regioni ucraine occupate del Donbass o lo stato fallito della Somalia). Per questo motivo il 24 aprile dieci delegazioni degli stati membri dell’ASEAN (Associazione delle nazioni del sud-est asiatico) si sono riunite e hanno discusso della crisi in Myanmar insieme al comandante in capo delle forze armate birmane, il generale Min Aung Hlaing. Alla fine del summit si è arrivati ad un accordo che prevede cinque azioni per la risoluzione del conflitto: 

  • Cessazione immediata della violenza nel paese; 
  • Istituzione di un tavolo dialogo tra tutte le parti interessate; 
  • La mediazione di un inviato speciale ASEAN al tavolo di dialogo;
  • La fornitura di aiuti umanitari da parte degli stati membri dell’ASEAN alla società civile;
  • Una visita in loco dell’inviato speciale per incontrare le parti in lotta.

L’accordo però sembra perdere di ogni valore concreto in quanto la  giunta militare ha indicato che prenderà in considerazione l’accordo solo dopo che sarà ristabilito l’ordine nel paese ad opera delle forze armate. 

Ad oggi Unione Europea e Stati Uniti hanno condannato il colpo di stato e applicato delle sanzioni economiche alle aziende birmane controllate dall’esercito ma l’attore principale della regione, la Repubblica Popolare Cinese, se in un primo momento non ha fatto azioni a favore di una parte o dell’altra limitandosi a ribadire la necessità di “stabilità e pace”, recentemente ha iniziato a riferirsi al Gen. Min Aung Hlaing come “leader del Myanmar” e non più col suo titolo ufficiale di membro dell’esercito. Questo cambiamento potrebbe essere l’inizio di una presa di posizione da parte di Pechino ad accettare il fatto compiuto del governo golpista ma, tra una gran parte della popolazione adirata per il riconoscimento di un governo illegittimo per i più e una giunta militare che da sempre si mostra diffidente verso le intenzioni cinesi, il futuro della Cina in Myanmar sembra pieno di insidie. 

Ma soprattutto, in Birmania, il futuro più a rischio è quello della democrazia stessa.  

Fonte
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Paradosso di Braess: la cooperazione è la chiave del successo

Il paradosso che prende nome dal matematico Dietrich Braess spiega come l’aggiunta di una possibilità agli utenti, determina un peggioramento della “qualità” o del servizio. Questo è dovuto al comportamento non cooperativo degli utenti e si fonda sul concetto realistico di una rete che si trova in equilibrio (Equilibrio di Wardrop) secondo il tipo “user equilibrium”. Questo tipo di equilibrio si basa sul concetto per cui ogni utente sceglie la strada che è migliore per se stesso.

E’ dimostrabile che in una rete come in figura 1, l’inserimento dell’arco 𝑣 (figura 2), porta, contrariamente a quello che si pensa un peggioramento del costo per raggiungere il nodo 4, partendo dal nodo 1.

Sostenibilità dell’industria mineraria

La maggior parte degli oggetti di uso quotidiano proviene da minerali o ha una parte del loro ciclo di vita che inizia nelle miniere. A causa del crescente fabbisogno di minerali, dovuto alle nuove tecnologie e dalla crescita della popolazione, l’industria mineraria svolge una funzione chiave nella società contemporanea. Mentre la modernizzazione ha svolto un ruolo importante nell’espansione del settore, con un aumento impressionante soprattutto nei paesi in via di sviluppo (Bebbington, 2008; ICMM, 2012), l’intero settore minerario viene spesso messo in dubbio se sia sostenibile o meno.

L’International Council on Mining and Metals (ICMM) ha già sviluppato un Sustainable Development Framework (SDFs) per la valutazione della sostenibilità mineraria (ICMM, 2014), ma è già stata messo in dubbio la sua praticità (Virgone et al., 2018). Per affrontare queste sfide abbiamo bisogno di trovare soluzioni concrete con benefici che durino attraverso la chiusura della miniera e oltre, garantendo sostenibilità ecologica, economica ed equità sociale (Veiga et al., 2001). Questi 3 pilastri dello sviluppo sostenibile saranno qui brevemente esaminati. I problemi principali sono riportati in tabella 1.

Tabella 1: principali problematiche legate all’industria mineraria. Immagine modificata da Aznar-Sanchez et al., 2019.

ECONOMIA ED EQUITÀ SOCIALE

È un dato di fatto che i giacimenti minerari possono favorire la crescita economica nei paesi in via di sviluppo, fornendo loro opportunità che altrimenti non avrebbero goduto, come storicamente è accaduto in Europa. Sfortunatamente, a volte la produzione di minerali è responsabile dei livelli elevati e crescenti di povertà, ottenendo l’effetto opposto, a volte indicato come “maledizione delle risorse” (Graham & Tilton, 2005). Questo effetto si verifica a causa di un pericoloso mix di istituzioni deboli e abbondanza di risorse mal gestite (Melhum et al., 2006).

Come spiegato da Graham & Tilton, (2005), la funzione di produzione neoclassica che più capitale possiede un paese, maggiore è la sua produzione e maggiore è il suo reddito, è un paradigma che non può essere seguito rigorosamente in questo settore. Fino a quando i depositi non vengono trovati ed estratti, rimangono improduttivi (con l’ulteriore rischio di essere controproducenti quando l’estrazione viene deliberatamente rinviata), ma avere un effetto economico positivo è una questione più complicata, che dipende fortemente dalla destinazione dei materiali estratti: se esportati come minerali non lavorati, o convertiti in altro capitale che aumenti la produzione in altri settori.

Rispetto alla maggioranza dei prodotti manifatturieri, il mercato delle materie prime minerali è soggetto a fluttuazioni molto maggiori nel tempo (Tapia-Cortez et al., 2018), guidate da fattori economici, finanziari e tecnologici, mentre sorprendentemente non c’è correlazione significativa tra la loro scarsità geologica e il suo andamento dei prezzi (Henckens et al., 2016). In queste condizioni, le regioni in via di sviluppo che vendono al mercato materie prime sono soggette a concorrenza e instabilità del mercato; viceversa paesi sviluppati con una forte industria manifatturiera e di trasformazione ottengono potere di mercato (Gralau, 2008). Di conseguenza, questa tendenza mondiale consente ai ricche di trarre vantaggio dalle estrazioni minerali situate principalmente nei paesi in via di sviluppo non industrializzati, aumentando ulteriormente i loro divari economici e minando ulteriormente la sostenibilità del settore.

Un discorso diverso riguarda invece i costi sociali nelle comunità minerarie (Veiga et al., 2001). Infatti anche se a livello globale l’industria fornisce occupazione diretta a oltre 40 milioni di persone e sostegno indiretto a 250 milioni di persone (Kossaf et al., 2014), troppo spesso i paesi in via di sviluppo ospitanti vengono lasciati indietro. Gli unici benefici fluiscono principalmente ai governi centrali, con i lavoratori più qualificati provenienti dall’estero, senza la creazione di alcun valore a valle (Marais et al., 2018; Veiga et al., 2001, Graham & Tilton, 2005). Le miniere sono infatti solitamente situate lontano dai principali centri economici, creando nei piccoli centri una pratica di gestione top-down, prevenendo, tra le altre cose, iniziative di pianificazione collaborativa e diversificazione economica (Marais et al., 2018). Inoltre, la modifica del paesaggio monopolizza l’uso del suolo evitando lo sviluppo di altri settori, oltre a creare una carenza di competenze (i locali sono sempre stati dipendenti minarari). Da notare che quando i progetti di auto-aiuto creano competenze adatte ai locali, non sono in grado di risolvere il problema dei luoghi remoti, dove spesso i costi di trasporto per accedere ai mercati nazionali superano i costi di produzione. Ma nonostante tutto, l’industria mineraria continua ad essere vista come sinonimo di occupazione locale, minimizzando sempre il valore e l’importanza delle antiche tradizioni locali, che dovrebbero essere preservate e non solo convertite al capitalismo (Gralau, 2008).

Questi ed altri fattori sociali hanno storicamente prodotto aspre proteste delle comunità, a volte bloccando l’ingresso delle miniere, costando alle aziende milioni di dollari a causa della loro cattiva gestione dei rischi sociali (Bebbington, 2008; Kirsch, 2010; Marais et al., 2018). Negli anni ’90 i dirigenti hanno risposto a questi eventi ribattezzando l’industria come praticante di sviluppo sostenibile, pianificando le implicazioni post-chiusura dei progetti e affrontando la loro responsabilità sociale d’impresa (Conde & Billon, 2017), anche se spesso sono percepite come operazioni di sola facciata.

SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE: IMPATTI AMBIENTALI E BONIFICHE

Le operazioni minerarie hanno il potenziale per alterare la struttura, il funzionamento e gli ecosistemi, influenzando in ultima analisi l’acqua, le dinamiche dei nutrienti e le interazioni trofiche sia sull’ambiente superficiale che sotterraneo (Dowarah et al, 2009; Abdaal et al., 2013), per non parlare degli effetti delle note contaminazioni sugli esseri umani (Jaishankar et al., 2014).

I materiali di scarto minerali sono responsabili di un ampia gamma di contaminazioni, a causa della loro diversa composizione, legata alle loro fasi di sfruttamento (Careddu et al., 2018) (figura 2). Tra i molti, un importante vettore di inquinamento nelle miniere a fine vita sono i cosiddetti residui sterili, un prodotto non economico costituito da rifiuti, piccole quantità di minerali, sostanze chimiche, sostanze organiche e acque di processo, che spesso rappresentano il 97-99% del minerale totale lavorato (Adiansyah et al., 2015). Kossoff et al. (2014) spiegano che il metodo principale attualmente impiegato nella manipolazione e nello stoccaggio degli sterili è quello di tenerli dietro i depositi di argini, mentre storicamente gli sterili venivano smaltiti dove più conveniente, spesso in acqua corrente o direttamente nelle fognature (EPA, 1994). Lo stoccaggio degli scarti oggi previene la formazione di polveri superficiali e il drenaggio delle miniere di acido (Acid mine drainage – AMD) un evento dannoso che si verifica quando i materiali sono esposti ad acqua e ossigeno, portando a pH estremamente bassi (<3) e concentrazioni elevate di sostanze pericolose e metalli pesanti (Kossoff et.al., 2014; Park et.al., 2019). Oltre all’evento AMD, le azioni correttive potrebbero comportare un costoso scavo attivo e la rimozione del suolo contaminato o la stabilizzazione passiva in situ dei metalli (Boisson et al., 1999).

Figura 1: Fasi di sfruttamento dei minarali e relativi rifiuti prodotti. Fonte: Careddu et al., (2018)

Dopo l’applicazione di approcci chimici e / o fisici (e.g. Boisson et al, 1999) tali aree potrebbero essere ripristinate ecologicamente per stabilizzare lo strato superiore del suolo, prevenire l’erosione del vento e ridurre la percolazione del metallo. Il suolo bonificato potrebbe essere rapidamente coperto da foreste utilizzando piante pioniere che hanno il potenziale per modificare l’intero ecosistema, creando effetti benefici sia per la natura che per le attività umane (Vacek et al., 2018).

D’altra parte, proteggere i campi di terra potrebbe essere costoso o applicato in modo inefficiente in aree troppo vaste e il suolo contaminato potrebbe essere trattato con biorisanamento / fitorisanamento (Sun et al., 2018). Questa tecnica, relativamente facile da maneggiare e applicare ma che richiede tempo, richiede l’uso di piante o altre misure biologiche per rimuovere, distruggere o sequestrare sostanze pericolose (Dowarah et al., 2009). Sfortunatamente quando il contenuto di metalli pesanti è troppo alto, il fitorisanamento non può essere implementato (Sun et al., 2018). La figura 2 illustra i diversi metodi disponibili attualmente in uso per trattare i metodi di pulizia del suolo, inclusi alcuni dei quali sono stati discussi.

Figura 2: confronto tra diverse strategie di bonifica del suolo adottate in terreni contaminati da metalli pesanti, inclusi gli aspetti chimici, biologici e fisici discussi nel testo Fonte: Khalid et al., (2017).

CONCLUSIONI

È un dato di fatto che la riabilitazione dei siti minerari è un dibattito complesso e controverso, dove in una certa misura l’ambiente naturale soccombe sempre. Ogni regione deve essere considerata sola, fare i conti con le proprie regole ambientali oltre che con il proprio benessere economico, consentire o meno di permettersi alcune costose azioni di bonifica. Il territorio rigenerato, tuttavia, dovrebbe creare vantaggio economico e nel frattempo offrire altre funzioni non di mercato come ecologiche, sociali ed estetiche (Vacek, 2018) In ogni caso, per ripristinare la struttura socio-economica, un approccio efficace consiste nell’incorporare pratiche sociali in attività di bonifica ambientale; questo processo potrebbe ripristinare gli ordini locali, creare opportunità di lavoro per le comunità emarginate e porre rimedio alla eredità dell’estrazione mineraria attraverso la creazione di relazioni future con i paesaggi post-minerari (Beckett & Keeling, 2019). 

Nonostante tutto, l’industria è ancora lontana dall’essere considerata sostenibile. Tuttavia le condizioni sono giuste per ricostruire società migliori semplicemente imparando dagli errori del passato, aprendo la strada a un futuro in cui l’equità sociale, la vitalità economica e la protezione ambientale saranno garantite ovunque.

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Virgone, K.M., Ramirez-Andreotta, M., Mainhagu, J., Brusseau, M.L., (2018). Effective integrated frameworks for assessing mining sustainability. Environmental Geochemistery Health, 40(6), 2635–2655. doi: 10.1007/s10653-018-0128-6

I campi di concentramento nazisti, Dachau e il darwinismo sociale.

Non appena Hitler sale al potere mette insieme un sistema concentrazionario, che continuerà ad esistere fino al 1945, mutando nel tempo a seconda delle esigenze del regime. Gli obiettivi sono quelli di allontanare, sfruttare, eliminare coloro che sono considerati “diversi”: chiunque non rientra nei parametri nazisti di comportamento, ideologia e razza.

Quando parliamo dei campi nazisti è opportuno fare una differenza tra campi di concentramento e campi di sterminio, in cui la morte era il destino comune per le persone che vi entravano, ideati ed attuati nel corso della Seconda guerra mondiale. Per agevolare la “Soluzione Finale” (il genocidio o distruzione in massa degli ebrei) i Nazisti realizzarono diversi campi di sterminio, progettati con l’obiettivo di creare una potente macchina per l’omicidio di massa. Se i “campi della morte” erano quasi esclusivamente vere e proprie “fabbriche di morte”, i campi di concentramento, invece, servivano principalmente come campi di detenzione e di lavoro e per imprigionare nemici e oppositori politici. Talvolta, tuttavia, in particolare nei grandi campi di concentramento, le due dimensioni si intrecciarono, sia con la costruzione di aree specifiche deputate allo sterminio, sia perché lo stesso sfruttamento tramite il lavoro venne finalizzato alla morte dei prigionieri. Spesso situati nelle periferie delle grandi città, i campi di concentramento erano un indicatore molto visibile della volontà del regime nazista di usare la violenza e il terrore e servivano a intimidire e a mettere a tacere ogni possibile opposizione. I reclusi nei campi di concentramento erano tenuti in condizioni disumane e sottoposti a torture, fame e, in alcuni campi, anche a sperimentazione medica. Lavoravano per circa 10/12 ore al giorno con una breve pausa per il pranzo; il cibo era nettamente insufficiente (ca. 600 kcal/giorno); gli strumenti erano inadatti al lavoro e gli abiti al clima; l’igiene, sia personale che ambientale, era scarsa e le cure approssimative; i prigionieri, infine, venivano puniti per ogni errore, dimenticanza o ritardo. Ogni campo di concentramento principale aveva una rete di sotto-campi e uno degli scopi principali delle forze naziste era quello di far lavorare i deportati per favorire le imprese tedesche, statali e private. Nel primo periodo del regime nazista la maggior parte dei prigionieri era costituita da cittadini tedeschi: comunisti, socialisti, social-democratici, Rom, omosessuali, testimoni di Geova e persone accusate di comportamenti asociali.

I deportati per motivi politici (comunisti, socialdemocratici, cristiano-sociali, partigiani, oppositori, scioperanti etc.), cioè tutti coloro che manifestavano idee contrarie al regime, erano contrassegnati dal triangolo rosso; dal triangolo verde, invece, i criminali abituali; il viola era utilizzato per i testimoni di Geova; il blu per gli emigranti (oppositori tedeschi arrestati all’estero, esuli, fuoriusciti, repubblicani spagnoli); il rosa per gli omosessuali, sessualmente “devianti”; infine, gli “asociali” o anti-sociali (disoccupati, senzatetto, beneficiari di assistenza sociale, prostitute, mendicanti, alcolisti, tossicodipendenti) erano contrassegnati dal triangolo nero.

Il primo di questi campi fu aperto nel marzo 1933 a Dachau, vicino a Monaco in Baviera.

Esso fu pubblicizzato come un progetto pubblico di grande rilevanza e segnò l’iniziò per Dachau di un periodo drammatico che vide legato indissolubilmente il nome della città al campo di concentramento. Dachau rappresenta uno specifico interesse perché al suo interno racchiude tutta la storia del sistema concentrazionario. A lungo campo di prigionia e concentramento, nell’ultima fase vide la costruzione fuori dal reticolato originario di un’area destinata allo sterminio, con la costruzione di camere a gas. Il campo di Dachau fu quindi dotato di due ingressi; ad uno di questi ingressi arrivavano i treni, identificati come “trasporto per disabili”. I prigionieri scendevano a gruppi ed entravano nella prima stanza, dove veniva spiegato loro dove erano arrivati, cosa sarebbe successo e che ci sarebbe stata una doccia comune prima di entrare nel campo. Dare spiegazioni chiare ed esaurienti ai prigionieri era una delle tecniche naziste per evitare scene di panico generale. Passavano poi in un’altra stanza, dove veniva dato loro l’occorrente per fare la doccia. Convinti di fare una doccia comune, entravano poi in una stanza dal soffitto più basso: dalle bocchette, però, veniva fuori il gas proveniente dall’esterno del campo, che uccideva in venti minuti.

Il campo era circondato da un filo spinato e percorso da corrente elettrica e da un fossato, profondo circa 3 metri e mezzo e largo 3 metri; saltarlo era impossibile, soprattutto se si pensa alle condizioni terribili in cui si trovavano i prigionieri, sottoposti anche ad un clima rigido. Una striscia di verde, invece, era importante: il prigioniero che si trovava su questa striscia sapeva di essere in pericolo perché dalle torrette gli avrebbero sparato. Inoltre, il prato verde era importante: la cura del verde nei vari campi nazisti era pura propaganda. I nazisti curavano i fiori, gli alberi e i prati del campo e la musica risuonava per tutta la giornata. Ogni campo di concentramento aveva infatti un’orchestra, che suonava dalla mattina alla sera: i paesi vicini si facevano quindi un’idea del campo del tutto errata. I prigionieri che sapevano leggere, scrivere, suonare uno strumento facevano un lavoro migliore rispetto agli altri e venivano trattati meglio, perché servivano al sistema nazista. Si parla quindi di “lavoro buono” per distinguerlo dal “lavoro cattivo”, in riferimento a tutti coloro che venivano obbligati a lavorare la terra o fare lavori più duri. Fra i campi, quello di Dachau era uno di quelli che racchiudeva il numero maggiore di detenuti, ma come punti di controllo c’erano soltanto sette torrette; su ogni torretta stava un militare. I prigionieri erano in netta maggioranza, ma non si ribellavano mai, a causa del terrore, della sete e della fame diffuse. Essi erano gestiti dai kapò: prigionieri, scelti dalla categoria dei criminali ai quali era affidata la responsabilità delle singole baracche con potere di vita e di morte nei confronti dei compagni presenti al suo interno; inoltre, questa figura possedeva dei piccoli privilegi (cibo abbondante, residenze migliori…) che favorivano l’attaccamento al ruolo. Infine, i prigionieri venivano spesso puniti gratuitamente e sulla base di pretesti inutili da parte dei nazisti.

Il campo venne liberato il 29 aprile 1945.

Il progetto complessivo nazista prevedeva dunque la riorganizzazione della società tramite l’eliminazione di chi era ritenuto fuori da determinati parametri sociali, razzisti e comportamentali, quindi di tutti coloro che non erano allineati ideologicamente (oppositori reali o presunti del regime), di tutti coloro che erano ritenuti dannosi per la popolazione (“asociali”, “devianti” sociali, criminali abituali, portatori di tare fisiche o mentali) e, infine, gli inferiori per “razza” (ebrei, rom, sinti).

A proposito di razza, quella tedesca – “ariana” – veniva ritenuta superiore a tutte le altre. Il regime nazista dal ’33 al ’45 fu caratterizzato, come ben si sa, da un’immane violenza. Quale fu la genealogia di così tanta violenza? Per alcuni aspetti, essa era già radicata nella cultura europea. Violenze immani erano state già compiute con il colonialismo e nel corso della Prima Guerra Mondiale con il genocidio verso gli Armeni compiuto dagli ottomani. Inoltre, si diffuse una serie di opinioni riguardo alle teorie elaborate da C.R. Darwin: alcune proposizioni dello scienziato furono utilizzate in modo strumentale e trasferite nella politica e nella società. Si parla, infatti, di “darwinismo sociale”, intendendo l’idea di supremazia tra razze.

Per “darwinismo sociale” si intende l’applicazione allo studio delle società umane dei principi darwiniani della lotta per l’esistenza e della selezione naturale, diffusa nella seconda metà dell’Ottocento a opera dei pensatori positivisti. La locuzione è rimasta nell’uso corrente soprattutto con significato polemico per indicare teorie razziste. La fama clamorosa che i libri di Darwin, L’origine della specie (1859) e L’origine dell’uomo (1871), produssero nei primi decenni del XX secolo, fu dovuta al fascino che esercitava su larga parte del mondo intellettuale la tesi semplicistica – estrapolata dal contesto scientifico darwiniano – della sopravvivenza del più forte. Tale idea si diffuse nei decenni successivi in Germania, andando quindi a giustificare la superiorità della “razza tedesca”. Nei primi anni del Novecento figure come Eugene Fischer contribuirono all’elaborazione di una teoria e di una pratica eugenetica. Fischer ottenne ampi fondi da Hitler per portare avanti le sue analisi sui figli dei meticci, propagandando le tesi della pura razza ariana, della sterilizzazione forzata e del divieto di incroci razziali, che si tradussero nelle leggi naziste di Norimberga del 1935, che proibivano i matrimoni tra cittadini “di puro sangue tedesco” e gli ebrei. Oltre a ciò, si inserì anche la politica dell’eutanasia dei “meno adatti”. La Germania nazionalsocialista avviò ampie campagne di sterilizzazione forzata che tra il 1933 e il 1939 portarono a sterilizzare oltre 300 mila persone tra persone giudicate affette da malattie ereditarie, in una visione distorta delle leggi dell’ereditarietà. Il medico personale di Hitler, Karl Brandt, sviluppò in quegli anni il programma noto come Aktion T4, portato avanti dal “Comitato del Reich per il rilevamento scientifico di malattie ereditarie e congenite gravi”, istituito nel 1938: il comitato aveva lo scopo di ordinare la soppressione di tutti i bambini fino ai tre anni con malformazioni fisiche e malattie mentali. Negli anni successivi questa politica fu estesa anche agli adulti. Si stima che circa 70 mila persone furono uccise attraverso i programmi di eutanasia – e in molti casi di vero e proprio sterminio di massa – del Terzo Reich. Il termine “eutanasia” va però inteso con un significato diverso da quello che diamo oggi: non prevedeva, infatti, il consenso dei pazienti, ma la soppressione contro la loro volontà. Lo scopo dell’organizzazione nazista era infatti quello di creare una società “pura” e “perfetta”, quindi redimerla: non vi trovavano posto, dunque, gli ebrei, considerati la razza semitica, portatrice di valori insani ed inferiori, handicappati, malati mentali e le categorie ritenute deboli. Tutte queste persone erano ritenute minacciose per la razza ariana e come tali dovevano essere emarginate, compiendo una vera e propria “igiene razziale”.

L’ideologia alla base del nazismo, il darwinismo sociale, non è che un aberrante fraintendimento delle teorie dell’evoluzione e dimostra come la cattiva interpretazione della scienza può arrivare a causare danni terribili nella società.

FONTI:

http://www.cittadellascienza.it/notizie/la-scienza-sbagliata-del-nazismo/

http://www.lanzone.it/Shoah/Schede/lager.htm

lezione prof. Marta Baiardi, tenuta nell’aprile 2017.

Invito alla biologia blu: dagli organismi alle cellule

https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Dachau

Visita al campo di Dachau.

L’Ugello

L’ugello è un componente fondamentale per ogni tipo di motore vuole generare propulsione trasformando l’energia termica presente in un gas ad alta temperatura in energia cinetica accelerando le sue particelle mentre lo attraversano.

Esame emocromocitometrico

L’esame emocromocitometrico, o più semplicemente emocromo, è un’analisi di routine che permette di eseguire un conteggio delle cellule che compongono il sangue e consente di determinare diversi parametri.

L’emocromo si compone di:

  • Conteggio degli eritrociti: vengono chiamati più comunemente globuli rossi e si trovano alla voce RBC, acronimo inglese per Red Blood Cells; sono le cellule deputate al trasporto dell’ossigeno a tutti i tessuti dell’organismo;
  • Conteggio dei leucociti: sono i globuli bianchi ossia linfociti, monociti e granulociti, indicati con l’acronimo WBC, ossia White Blood Cells; la funzione dei globuli bianchi è quella di difendere il nostro organismo dall’attacco di patogeni esterni o corpi estranei che penetrano attraverso la cute e le mucose;
  • Determinazione della concentrazione dell’Emoglobina (Hb), una proteina contenuta nei globuli rossi che lega l’ossigeno, permettendone il trasporto attraverso il flusso sanguigno;
  • Misurazione dell’Ematocrito (Ht): rappresenta il rapporto tra la “massa” dei globuli rossi ed il volume della parte liquida del sangue;
  • MCV, volume globulare medio: è la misurazione delle dimensioni medie dei globuli rossi;
  • MCH, emoglobina corpuscolare media: rappresenta la concentrazione media di emoglobina contenuta in ciascun eritrocita;
  • MCHC, concentrazione emoglobinica corpuscolare media: mentre l’MCH indica un valore assoluto che non è in relazione alle dimensioni dei globuli rossi, l’MCHC è un rapporto quindi un valore relativo che mette in relazione il contenuto di emoglobina con le dimensioni del globulo rosso;
  • Conteggio delle piastrine (in inglese platelets, da cui l’abbreviazione PLTS), sono le cellule che intervengono nei processi di coagulazione;
  • RDW sta per red cell distribution width, ovvero ampiezza di distribuzione (del volume) dei globuli rossi: rappresenta l’indice di anisocitosi, ossia una stima della variazione di dimensioni degli eritrociti.

Spesso nelle impegnative è possibile trovare la dicitura “emocromo con formula”. Si intende la formula leucocitaria che va ad indicare le percentuali di tutte le cellule componenti la frazione leucocitaria, ossia:

  • Granulociti polimorfonucleati neutrofili: vengono detti granulociti per la presenza nel loro citoplasma di granuli che, stimolati da vari fattori, degranulano secernendo il loro contenuto. I neutrofili sono importanti nei processi di eliminazione dei patogeni come i batteri e funghi;
  • Linfociti: nel nostro organismo vi sono i linfociti B, che attivati danno origine alle plasmacellule deputate alla produzione degli anticorpi (o ImmunoGlobuline, Ig); i linfociti T, che possono essere T helper e assumere funzioni regolatorie sulla risposta immunitaria, oppure T citotossici; i linfociti NK o Natural Killer, che sono in grado di riconoscere ed eliminare le cellule tumorali;
  • Monociti: sono i precursori dei macrofagi, cellule che fagocitano (cioè “mangiano”) cellule morte o danneggiate, antigeni e batteri;
  • Granulociti eosinofili: intervengono nelle reazioni allergiche e nella difesa dai macroparassiti come gli elminti;
  • Granulociti basofili: sono coinvolti nelle reazioni di ipersensibilità.

Fonti: J. D. Hubbard, “Compendio di Scienze del Laboratorio Clinico”, 2012; G. M. Pontieri, “Patologia Generale e Fisiopatologia Generale”, 2007

MUTUO

Il mutuo (artt. 1813-1822 c.c.) è il contratto con il quale una parte (mutuante) consegna una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili all’altra parte (mutuatario), che ne acquista la proprietà e si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità.

Il mutuo è un contratto reale ovvero per il suo perfezionamento è necessaria la consegna del danaro o delle cose mutuate (nella pratica, il mutuo ha per oggetto, in genere, una somma di danaro).

Il mutuo si presume oneroso: infatti, salvo diversa volontà delle parti, il mutuatario deve corrispondere al mutuante gli interessi, il cui mancato pagamento legittima il mutuante a chiedere la risoluzione del contratto; se le parti hanno convenuto che il mutuatario debba pagare interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi.

Chi ha promesso di dare a mutuo può rifiutare l’adempimento della sua obbligazione, se le condizioni patrimoniali dell’altro contraente sono divenute tali da rendere notevolmente difficile la restituzione e non gli sono offerte idonee garanzie.

Il debitore che prende a mutuo una somma di danaro (o altra cosa fungibile) per pagare il suo debito, può surrogare il mutuante nei diritti del creditore, anche senza il consenso di quest’ultimo; la surrogazione ha però effetto solo se il mutuo e la quietanza risultino da atto avente data certa, se nell’atto di mutuo sia indicata espressamente la specifica destinazione della somma mutuata e se nella quietanza si menzioni la dichiarazione del debitore circa la provenienza della somma impiegata nel pagamento (art. 1202 c.c.).

FONTE: Enciclopedia Treccani; Codice Civile.

Bitcoin: la grande truffa? 

Nelle scorse settimane una serie di Tweet hanno scosso il mondo delle Crypto: “Tesla accetterà Bitcoin per l’acquisto dei suoi veicoli”, “Tesla sospende l’acquisto dei suoi veicoli mediante Bitcoin”, “Stiamo lavorando con gli sviluppatori del Dogecoin per migliorare il sistema di transazioni”.

Questi messaggi sono stati pubblicati dal famosissimo imprenditore Elon Musk. Tali dichiarazioni hanno avuto e stanno avvento tuttora un effetto devastante sul mondo delle cryptovalute. Nel giro di qualche ora dall’annuncio del CEO di Tesla riguardante la sospensione dei pagamenti in Bitcoin, la moneta ha registrato una diminuzione del suo valore del 30%. Questo evento ha dato luogo ad un effetto domino che ha visto le altre cryptovalute perdere anche il 50% del loro valore di mercato con conseguenze devastanti sul portafoglio degli investitori e dei trader che hanno puntato sul mondo della blockchain e delle cryptovalute. Come se non bastasse, anche il dipartimento del Tesoro americano starebbe per inviare a grandi istituti finanziari avvisi di garanzia con l’accusa di riciclaggio tramite crypotvalute. Tale notizia ha fatto affondare ancora di più il prezzo del Bitcoin e di Ethereum.

Con tre messaggi, pubblicati su un social, una sola persona è riuscita a causare un evento paragonabile alla crisi del 1929, con il crollo di Wall Street, per le cryptovalute. Questo evento dimostra come, oggi più che mai LA TEORIA DEI MERCATI RAZIONALI è sbagliata. Tale teoria sostiene che le informazioni date dai prezzi non permettono di prevedere l’andamento futuro, in quanto i prezzi sono sempre giusti e gli investitori si comportano sempre in maniera razionale grazie alle informazioni in loro possesso.  Maggiori sono le informazioni a disposizione, più l’investitore riesce ad esprimere i prezzi degli asset con meno volatilità.

Durante la seconda parte della pandemia il mondo delle crypto ha visto aumentare notevolmente il numero di investimenti effettuati da persone che non avevano a disposizione abbastanza informazioni e non erano in grado di capire l’asset nel quale stavano investendo. Gli investimenti in questi asset sono stati causati dall’importanza data loro dalla stampa e da molti divulgatori senza spiegare la loro instabilità, creando però grandi aspettative. Questo ha comportato una facile manipolazione di tali mercati da parte di influencer della finanza o di personaggi di spicco, che con qualche affermazione sono stati in grado di far arricchire tantissime persone o causare enormi perdite.  Inoltre, numerosi dirigenti e manager di grandi fondi di investimento e banche si sono arricchiti nel giro di una notte grazie a informazioni non divulgate al pubblico sulla quotazione di alcune crypto di minore rilevanza.

Analizzando in modo più approfondito questo nuovo mondo sorgono moltissime domande e dubbi. Uno in primis, confermato qualche giorno fa dalla Cina, riguarda la legalizzazione di questi asset come moneta reale. L’intervento della Cina, che ha bloccato le cryptovalute, ha dimostrato la facilità con la quale si possono escludere dagli scambi commerciali questi asset che hanno come scopo principale quello di sostituire la moneta reale. Tale intervento evidenzia il grande problema di queste monete, in quanto nessuno Stato sarà disposto a sostituire la propria moneta con le cryptovalute. Un eventuale accettazione di questa moneta comporterebbe l’impossibilità di controllare la politica monetaria da parte dello Stato. Un altro dubbio riguarda la distribuzione delle monete e della ricchezza, in quanto i soggetti che hanno lanciato le cryptovalute sono anche i possessori di una parte di tali patrimoni, diventati miliardari nella notte grazie a speculazioni. Tantissimi altri dubbi sorgono analizzando a fondo il mondo di questi asset, dal quale forse è meglio stare alla larga se non si vuole perdere i risparmi di una vita.

Fonti: Il Sole 24 Ore, Milano Finanza

 

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