Cancro e sistema immunitario: immunoterapia

Il tumore è il risultato di un’esposizione al sistema immunitario: soltanto quella neoplasia che è riuscita a evadere si manifesterà clinicamente.

Si parla infatti di “immunocorrezione” (più correttamente immunoediting), cioè un processo dinamico, un’evoluzione nel cross-talk che si instaura tra tumore e sistema immunitario. Questa evoluzione consta di 3 fasi:

  1. Eliminazione, in cui il sistema immunitario riconosce efficacemente le cellule tumorali e le elimina tramite una risposta cellulo-mediata.
  2. Equilibrio, in cui la risposta immunitaria è insufficiente per eliminare completamente le cellule neoplastiche; si ha la selezione di una popolazione cellulare meno immunogena.
  3. Evasione, in cui le cellule selezionate durante la fase di equilibrio evadono completamente le difese immunitarie dell’organismo e proliferano.

Per bypassare quella che è la risposta immunitaria, il tumore può agire in diversi modi: ad esempio, può ridurre l’espressione degli antigeni (molecole estranee) così da non essere più riconoscibile dalle cellule dell’immunità; produrre tutta una serie di molecole (come IL-10 e TGF-beta) che hanno un’azione immunosoppressiva; indurre le cellule regolatorie (linfociti T regolatori) a bloccare la risposta immunitaria contro di esso [1].

Conoscendo i meccanismi di evasione dalla risposta immunitaria, si può cercare di agire su di essi per “riattivare” il sistema immunitario nel riconoscimento della cellula aberrante. Questo è il concetto alla base dell’immunoterapia attivatoria, che può riguardare sia un’immunizzazione passiva, in cui si ha, ad esempio, la somministrazione di anticorpi contro antigeni specifici, che un’immunizzazione attiva, in cui si induce una risposta immunitaria e si ha una memoria immunologica (ad esempio vaccini) [2].

Come esempio di immunoterapia in senso attivatorio abbiamo già visto quello riguardante le CAR-T: per l’articolo -> https://inforyoou.com/2020/09/23/car-t-linnovazione-della-terapia-cellulare/.

Oggi, l’immunoterapia è uno dei trattamenti di elezione contro il cancro e contro altre invalidanti patologie. Per questo motivo, è importante continuare a studiare quelli che sono i meccanismi con cui il tumore può evadere la risposta immunitaria, così da avere più strategie d’azione per impedire che la cellula aberrante possa proliferare.

  1.  https://doi.org/10.1146/annurev.immunol.22.012703.104803
  2.  https://doi.org/10.1007/978-1-4419-9914-6_22

La Grande Muraglia Verde Africana e il rimboschimento del Sahel

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La Grande Muraglia Verde per il Sahel (GGW) è un programma pan-africano volto al rimboschimento della fascia meridionale del Sahara, il cui scopo è quello di arrestare il degrado del suolo dovuto all’avanzata del deserto. Si tratta di un’iniziativa multimiliardaria che coinvolge governi, organizzazioni internazionali, il settore imprenditoriale e quello della società civile. Il GGW vuole consentire una gestione delle risorse naturali del continente africano che va dal Senegal al Gibuti, raffigurandosi come un’opportunità per applicare il pensiero della resilienza socio-ecologica su larga scala.

La regione del Sahel viene identificata come uno degli hotspot globali per il climate change. Infatti, è previsto che le temperature aumenteranno di 3-6 C° fino alla fine di questo secolo, influenzando una stagione delle piogge sempre più imprevedibile e di breve durata. Ne conseguirà una significativa riduzione dei raccolti, che aggraverà maggiormente la già difficile situazione socio-economica della zona geografica. Il Sahel ha uno dei più alti livelli di povertà multidimensionale al mondo, con bassi indicatori di salute, istruzione e tenore di vita. Negli undici paesi fondatori del GGW, la crescita della popolazione dovrebbe continuare per il resto del secolo con tassi di crescita superiori al 2,5% in Ciad, Mali, Niger e Senegal. Quindi, le popolazioni saheliane sono strettamente dipendenti dalle risorse naturali, poiché il 70-92% delle coltivazioni e del bestiame è la principale attività di sostentamento. 

La conservazione della biodiversità, sia vegetale che animale, può essere una grandissima opportunità per questa regione prevalentemente arida, in quanto appunto le persone dipendono fortemente dalla ricchezza di specie.                 

Il ripristino delle foreste, o rimboschimento, è una metodologia di piantumazione di un’area priva di vegetazione con alberi e arbusti autoctoni. Il suo utilizzo è volto a favorire la biodiversità vegetativa locale e tramite una serie multisettoriale di interventi, può essere applicata su ampia scala. Dunque, il GGW si presenta non solo come “un muro di alberi”, ma anche come un’ambiziosa opera paesaggistica, volta a migliorare il benessere sociale ed ecologico della regione. Infatti, gli alberi forniscono un’ampia gamma di benefici diretti e indiretti per le persone, i cosiddetti servizi ecosistemici (ES). L’enfasi è sempre posta sui benefici diretti come quelli di approvvigionamento (e.g. cibo, edilizia, medicine), ma è debito anche ricordare che le piante operano come regolatrici del clima (e.g. regolazione dell’acqua e controllo dell’erosione), sono fonti di supporto (e.g. ciclo dei nutrienti, umidità e fertilità del suolo) e forniscono anche vantaggi culturali (e.g. turismo).

L’idea d’incorporare gli alberi come elementi infrastrutturali utili nel paesaggio del Sahel risale agli anni ’60; ovvero addirittura un decennio prima che la desertificazione venisse riconosciuta come un problema a livello globale dalla Conferenza delle Nazioni Unite, e dall’adozione nel 1977 del Plan Action to Combat Desertification. Nel 1994, la UNCCD definì la crisi del Sahel come “un degrado del suolo in aree aride, semiaride e secche a causa di una serie di fattori tra cui il cambiamento climatico”. Infatti, a causa della siccità intercorsa tra gli anni ’70 e ’80, ad esempio, nel Senegal centrale erano state segnalate una riduzione della ricchezza di specie legnose, una perdita di grandi alberi e una crescente presenza di arbusti, e quindi uno spostamento verso specie più aride-tolleranti. Uno studio, in accordo con osservazioni sul campo e tramite interviste alle popolazioni locali, indicava che il 79% delle specie era diminuito o scomparso completamente.

Serviva una compenetrazione concettuale tra i bisogni di sussistenza delle popolazioni locali e le iniziative di rimboschimento per arginare il problema. Un esempio spettacolare di questo è stata l’opera degli agricoltori delle regioni di Marandi e Zinder (Niger), i quali hanno sfruttato le strategie di rimboschimento migliorare i mezzi di sussistenza e la resilienza alla siccità. 

Tuttavia, non tutti gli undici paesi che hanno preso parte all’iniziativa del GGW hanno riscontrato esiti positivi dalla piantumazione. È il caso del Burkina Faso, che, sebbene la copertura arborea si sia ripresa, c’è stato un cambiamento nella composizione delle specie: arbusti e specie arboree altamente tolleranti alla siccità sono aumentate, mentre le specie multifunzionali sono diminuite, con esiti imprevisti sul contesto agricolo. Saranno necessari ulteriori ricerche scientifiche per comprendere quale sia la migliore strategia di rimboschimento d’attuare. 

Il GGW riflette un’ambiziosa visione politica a lungo termine su “un’Africa verde, fertile e prospera, liberata dalla fame e dalle immagini di bambini e bestiame malnutriti”. Questo sogno, infatti, si allinea perfettamente con l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 15 dell’Agenda 2030, dedicato a “proteggere, ripristinare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, gestire in modo sostenibile le foreste, combattere la desertificazione e arrestare e invertire la Terra dal degrado e la perdita di biodiversità”. Resta solamente da capire come raggiungere tali obiettivi. Nonostante l’enorme attenzione internazionale che il progetto del GGW ha ottenuto, non tutti gli sforzi adottati hanno avuto effetti duraturi. Secondo gli scienziati non sembra esserci un’unica risposta valida alla soluzione del problema. Probabilmente, un buon esisto verrà raggiunto quando i governi dei paesi coinvolti agiranno su una scala paesaggistica più piccola, operando con interventi contigui che tengono conto delle diverse realtà territoriali.

Per l’articolo ufficiale, pubblicato su ResearchGate

Questo non è l’internet che volevamo, è l’ora di cambiarlo

È notizia di pochi giorni fa il fatto che a Bruxelles le autorità di regolazione dell’Unione Europea stiano preparando una lista di decine di grandi aziende dell’internet e che fra queste siano incluse le grandi della Silicon Valley come Facebook e Apple. Queste aziende, nei progetti europei, saranno sottoposte a nuove e più stringenti regole per evitare un loro strapotere di mercato.

Nello specifico, questi regolamenti saranno più precisi ed esigenti nei confronti delle grandi multinazionali ma non andranno invece a toccare le aziende più piccole del settore che, anzi, potrebbero avere accesso alle gigantesche e preziose banche dati in mano alle Big Tech del settore. Inoltre, sarà richiesta una maggiore trasparenza sul come queste preziose informazioni vengono raccolte e quali usi ne vengono fatti.

Chi sarà soggetto alle nuove regole? Secondo indiscrezioni degli addetti ai lavori, i nuovi regolamenti saranno applicati alle aziende in base ad una serie di criteri come il numero degli utenti e le percentuali di ricavi ottenuti nel settore ma saranno anche applicati a quelle aziende che posseggono piattaforme dominanti senza l’uso delle quali non c’è spazio per nessuno (ad esempio, Alphabet con il suo popolare motore di ricerca Google o Microsoft con il suo Windows OS).

Se però questi accorgimenti non dovessero bastare a creare un clima più concorrenziale e aperto, l’UE sta prendendo in seria considerazione la possibilità di forzare una divisione delle aziende “Big Tech” o comunque far sì che vendano parte delle loro attività in modo da rimuoverle dalla loro posizione dominante e schiacciante.

Quali implicazioni? Come forse vi sarete accorti e accorte, alcune delle aziende menzionate precedentemente sono “made in US” e questa azione dell’UE potrebbe portare a peggiorare la frizione che da tempo vivono le relazioni UE-US. E. a rafforzare questa ipotesi, hanno contribuito le recenti dichiarazioni del nuovo commissario europeo al Commercio Valdis Dombrovskis il quale ha avvisato gli US che nuovi dazi europei potrebbero essere all’orizzonte se gli statunitensi non ritireranno le tariffe punitive di oltre 7 miliardi di euro imposte su prodotti europei.

Ma la questione non finisce qua. Infatti, per la prima volta dalla fondazione dell’UE, ci sono progetti per una profonda riforma delle regole europee dell’Internet che saranno presentati a Dicembre sotto forma del “Digital Services Act”, un documento che mira a responsabilizzare le piattaforme online per quanto riguarda contenuti o prodotti venduti illegalmente online. Un insider dei lavori a Bruxelles ha dichiarato al Financial Times che “l’internet per come lo conosciamo sta per essere distrutto. Le grandi piattaforme del web sono invasive, evadono le tasse e distruggono la competizione. Questo non è l’internet che volevamo.”

Quella dell’internet però è una battaglia non solo europea. Perché? Perché anche nel Regno Unito l’Autorità per la Competizione e i Mercati vuole ottenere maggiori possibilità di valutare l’operato online delle aziende e perché, anche negli stessi US, il Congresso ha manifestato un abuso di potere di mercato da parte delle Big Tech, portando alla recente accusa di monopolio illegale mossa dal Dipartimento di Giustizia US contro la statunitense Google.

Il percorso verso un nuovo e più aperto Internet è iniziato, siamo ancora in tempo per evitare il peggio.

Fonte 1
Fonte 2

CAR-NK per sconfiggere il cancro

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Le cellule Natural Killer (NK) e le cellule T citotossiche (CD8+)  sono due tipi di cellule immunitarie che possono uccidere le cellule bersaglio attraverso meccanismi simili. Col notevole successo delle cellule T (CAR-T) per il trattamento delle neoplasie ematologiche, c’è un rapido crescente interesse nello sviluppo di cellule NK (CAR-NK) ingegnerizzate CAR per la terapia del cancro. 

Rispetto alle cellule CAR-T, le cellule CAR-NK potrebbero offrire alcuni vantaggi significativi, tra cui: 

(1) una migliore sicurezza in termini di una potenziale reazione immunitaria dopo una loro infusione. 

(2) vari meccanismi per attivarsi contro la cellula tumorale.  

(3) alta fattibilità per la produzione “off-the-shelf” (“in pronta consegna”). 

Le cellule CAR-NK potrebbero essere progettate per colpire diversi antigeni, migliorare la proliferazione e la persistenza in vivo, aumentare l’infiltrazione nei tumori solidi, superare il microambiente tumorale resistente e, infine, ottenere una risposta antitumorale efficace. 

In cosa consiste la tecnica CAR?

La “CAR” (acronimo dall’inglese “Chimeric Antigen Receptor cell therapies” ovvero “Terapie a base di cellule esprimenti un Recettore Chimerico per Antigene”) è una nuova terapia personalizzate contro il cancro che agisce direttamente sul sistema immunitario del paziente per renderlo in grado di riconoscere e distruggere le cellule tumorali (immunoterapia).

Come esempio di immunoterapia CAR-T, qui sotto l’articolo di Leonardo Dori -> https://inforyoou.com/2020/09/23/car-t-linnovazione-della-terapia-cellulare/.

In questa review, gli autori si sono concentrati sui recenti progressi nell’applicazione clinica delle cellule CAR-NK, promesse future nell’immunoterapia cellulare nel cancro. Recentemente, l’approvazione della terapia cellulare CAR-T mirata contro il CD19 da parte della Food and Drug Administration (FDA) è stata una pietra miliare nello sviluppo di terapie cellulari geneticamente modificate per il cancro e ha suscitato un grande interesse nello sviluppo di cellule CAR-NK.

Nonostante la sicurezza e la promettente efficacia clinica delle cellule NK, in particolare per la leucemia mieloide acuta (LMA) [1], finora la tecnica CAR-NK ha fatto solo progressi limitati in campo clinico. 

A giugno 2020, sono stati registrati ben 19 trials clinici su clinicaltrials.gov che valutano la sicurezza e l’efficacia delle cellule CAR-NK in pazienti oncologici. Nella maggior parte di queste prove (11/19), le cellule CAR-NK prendono di mira marcatori specifici di neoplasie ematopoietiche. Alcune delle cellule CAR-NK si rivolgono a tumori solidi metastatici che esprimono antigeni associati al tumore come HER2, importante in un tipo di tumore al seno. 

Le cellule CAR-NK costituiscono una grande prospettiva nel campo dell’immunoterapia contro il cancro: potrebbero essere generati prodotti prontamente disponibili e sicuri per l’uso clinico. 

Ad oggi esistono molteplici strategie, tra cui ulteriori modifiche genetiche basate su CRISPR-CAS9, che potrebbero far progredire in modo significativo il campo. Qui un approfondimento sulla tecnica, a cura di Gabriel Innocenti -> https://inforyoou.com/2020/09/16/crispr-cas-lingegneria-genetica-del-futuro/

Con la crescente sicurezza e la promettente attività negli studi preclinici e negli studi clinici, si prevede che la terapia cellulare CAR-NK continuerà ad evolversi e porterà a un notevole miglioramento nella sopravvivenza dei pazienti oncologici con opzioni di trattamento altrimenti molto limitate.

  1. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/27655849/

I robot che “fiutano” il coronavirus offrono un’alternativa ai test

Koniku’s Konikore scent-detection device Source: Koniku

Una startup biotecnologica californiana, Koniku, sta cercando di sviluppare robot in grado di fiutare le infezioni da coronavirus più velocemente dei test convenzionali. La tecnologia fonde i neuroni con un chip di silicio per creare un “cyborg dell’odore” in grado di rilevare odori che vanno dagli esplosivi ai patogeni.

La prima sperimentazione clinica di Koniku è iniziata tre settimane fa ed esaminerà campioni di pazienti testati per Covid-19 per confrontare quanto bene il bot dell’odore rileva il virus rispetto ai metodi tradizionali.  Piccoli studi interni hanno già dimostrato che può rilevare con precisione la presenza di influenza A. “Il nostro obiettivo è disporre di un dispositivo che fonda la biologia sintetica con il silicio e mappi tutti gli odori della vita umana su scala globale”, ha affermato Oshiorenoya Agabi, amministratore delegato e co-fondatore di San Rafael, in California. “Dovremmo avere un dispositivo in ogni casa in America per lo screening delle malattie”. Gli agenti patogeni producono composti organici volatili unici rilasciati da cellule in difficoltà. Questi odori distintivi sono gli stessi indizi biologici che consentono ai cani di fiutare dozzine di malattie. La Finlandia ha testato la capacità dei cani di rilevare il coronavirus in un processo all’aeroporto di Helsinki il mese scorso. Alcuni ricercatori hanno suggerito che l’uso di cani potrebbe essere più economico, più veloce e persino potenzialmente più efficace nello screening per la malattia rispetto a metodi che includono controlli della temperatura, tamponi nasali e saliva. A luglio, i ricercatori tedeschi hanno dimostrato che i cani addestrati erano in grado di distinguere tra la saliva campionata da persone infettate dal virus e quelle che non erano, più del 90 % delle volte.

Il dispositivo di Koniku, il Konikore, è leggermente più piccolo di un frisbee e assomiglia a un disco volante. Quando le proteine ​​nel suo chip si legano a un profumo che è stato programmato da rilevare, le cellule amplificano ed elaborano quei segnali con l’aiuto dell’apprendimento automatico e il dispositivo si accende. In un recente test sul campo in Alabama, è stato in grado di rilevare gli esplosivi meglio dei cani addestrati.

La fusione di Koniku tra biologia e tecnologia informatica – spesso definita “wetware” – è un campo in crescita. Gli investitori della società includono SoftBank, Platform Capital, Halfcourt Ventures, Changi Airport e il ramo di venture capital di Airbus. Koniku ha assunto Treximo, una società di consulenza biotecnologica e di gestione dei progetti, per condurre le sue prove per SARS-CoV-2. Le prove per nuovi dispositivi sono in genere molto più veloci e meno intense di quelle per nuovi farmaci. Treximo ha detto che si aspetta che sarà fatto con i passaggi necessari per richiedere un’autorizzazione per l’uso di emergenza alla Food and Drug Administration nel primo trimestre del 2021.

“Sappiamo che questo dispositivo può sentire l’odore di esplosivi, ma possiamo fare in modo che raccolga i composti organici nel respiro umano per dire sì o no, questa persona ha il SARS-CoV-2?” ha dichiarato il CEO di Treximo Michael Stomberg. “È un dispositivo rivoluzionario se si dimostra valido.” In futuro, in caso di successo, potrebbe essere utilizzato non solo nelle case, ma per il rilevamento di massa di malattie e agenti patogeni negli spazi pubblici.

Flora batterica: anello mancante in psichiatria?

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Il microbiota umano (la cosiddetta flora batterica) è costituito da microorganismi batterici che vivono nell’intestino. Ad oggi, sappiamo che tali batteri sono in maggior numero rispetto alle cellule umane e che svolgono un ruolo fondamentale nel mantenere la nostra salute generale.

Questo “organo virtuale” di 1,5 kg produce anche molecole di primaria importanza per la funzione cerebrale ed è infatti stato associato ad una vasta gamma di disturbi neurologici e psichiatrici, tra cui il morbo di Parkinson, la sclerosi multipla, la depressione, i disturbi d’ansia e l’autismo (1).

Fino a poco tempo fa, l’importanza dell’asse intestino-cervello-microbiota come componente fondamentale della risposta allo stress è stata in gran parte ignorata. Diversi studi, condotti prima sui ratti e poi sull’uomo, hanno dimostrato come ci siano sempre più prove che alcuni disturbi psichiatrici come la depressione e il disturbo bipolare possano essere associati ad uno squilibrio microbico. 

Nello specifico, due recenti trials clinici hanno dimostrato un effetto benefico di psicobiotici in pazienti con disturbo bipolare.  Il primo, uno studio pilota, ha riportato miglioramenti cognitivi in 20 individui dimessi dopo tre mesi di consumo di 9 diversi ceppi di Lactobacillus o Bifidobacterium. Il secondo, uno studio randomizzato, ha coinvolto 66 pazienti ricoverati in ospedale per mania. Dopo la dimissione, questi pazienti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere 24 settimane di una combinazione di Lactobacillus/Bifidobacterium o placebo. I tassi di ricovero sono stati significativamente più bassi negli individui che stavano assumendo lo psicobiotico. 

Pertanto, i dati preliminari supportano la visione che i probiotici del Lactobacillus e Bifidobacterium detengano potenziale terapeutico nel disturbo bipolare.  Questo implica che, alterando la dieta, possiamo facilmente “cambiare” i geni nel nostro microbiota. 

Una “occidentalizzazione” delle diete si traduce in disbiosi, che può almeno parzialmente contribuire alla crescente incidenza di disturbi infiammatori cronici, come i suddetti disturbi psichiatrici. D’altra parte, la dieta mediterranea è associata a tassi più bassi di malattie psichiatriche e influisce in modo ottimale sul microbiota intestinale. 

L’integrazione del microbiota intestinale in studi su malattie psichiatriche legate allo stress espande la gamma di bersagli terapeutici, non solo per gli interventi farmacologici, ma anche per quelli nutrizionali.  Questo può essere uno dei collegamenti mancanti che hanno limitato i progressi terapeutici nella psichiatria nel corso degli ultimi decenni.

Per l’articolo ufficiale, pubblicato su World Psychiatry: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/wps.20726

  1. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/27090305/

Siamo sicuri che sia smart working?

A partire dall’inizio dell’emergenza Covid-19 una delle parole più usate (o forse addirittura abusate) è proprio “smart working“, ma forse non tutti sanno che quello che molte aziende praticano non è smart working, ma telelavoro. Vediamo brevemente le differenze.

Per smart working (o lavoro agile) si intende una modalità lavorativa di rapporto di lavoro subordinato in cui vi è un’assenza di vincoli, in particolar modo, a livello di orario e di spazio. Il termine anglosassone “smart” si riferisce all’obiettivo di migliorare produttività del lavoratore grazie alla conciliazione dei tempi di vita e lavoro ed, invero, molti studi dimostrano che un corretto utilizzo di questo strumento sia in grado di migliorare la vita dei lavoratori e la loro capacità produttiva.

Tale forma di lavoro è regolata all’interno del nostro ordinamento dalla L. 22 maggio 2017 n. 81.

Fra le varie disposizioni contenute all’interno della suddetta legge possono essere individuati alcuni aspetti significativi tra cui:

  • la responsabilità del datore di lavoro sulla sicurezza del lavoratore;
  • le regole per gli accordi tra le parti;
  • la parità di trattamento economico e normativo tra chi lavora in modalità agile e chi svolge le sue mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda;
  • il potere di controllo del datore di lavoro sulla prestazione resa dal lavoratore;
  • l’obbligo per il datore di lavoro di presentazione dell’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro;
  • le regole sulla copertura assicurativa del lavoratore.

Differentemente, per telelavoro si intende un lavoro che si svolge a distanza rispetto alla sede centrale. Con l’Accordo Quadro del 2004, il telelavoro deve seguire normative precise, come l’obbligo da parte del datore di eseguire ispezioni in modo da assicurarsi la regolarità dello svolgimento del lavoro.

La differenza principale tra lavoro agile e telelavoro è che il secondo è basato sul fatto che il lavoratore ha una postazione fissa collocata in un luogo diverso da quello dell’azienda.

Tale forma di lavoro, oltre ad avere una maggiore rigidità dal punto di vista del luogo di lavoro, presenta una differenza anche per quanto riguarda l’orario. Difatti, nel caso del telelavoro gli orari sono più rigidi e, di norma, ricalcano quelli stabiliti per il personale che svolge le stesse mansioni all’interno dell’azienda. Inoltre, è previsto il riposo obbligatorio per 11 ore consecutive ogni 24 con astensione lavorativa dalla mezzanotte alle 5.

Come appare evidente da sopra, le differenze tra queste due modalità di lavoro sono molte, ma il fatto che in entrambe il lavoratore svolga la propria attività a distanza porta a “fare di tutta l’erba un fascio” ed a considerare il lavoro fuori dalla sede, in ogni caso, come smart working (forse anche per “moda”). In realtà, molte aziende continuano a controllare i propri dipendenti anche a distanza ed in particolar modo con riferimento agli orari di lavoro, mentre una delle principali caratteristiche dello smart working dovrebbe essere proprio la flessibilità dell’orario.

Fonte: informazionefiscale.it; quifinanza.it.

ARTEMIS: il piano di ritorno sulla Luna

Fonte “Forumastronautico”

Ebbene sì, la NASA ha da poco diramato il piano ARTEMIS che prevederà il ritorno sulla luna attraverso lo sbarco “della prima donna e del prossimo uomo”, entro il 2024. E’ inoltre notizia del 25 settembre, la firma dell’accordo di partnership dell’Italia in questa impresa, primo paese europeo a farne parte.

L’esplorazione della Luna è stata una delle sfide e conquiste scientifiche di maggior importanza del secolo scorso, ma l’ultimo uomo a metterci piede risale addirittura al 1972. Apollo 11 è sicuramente il piano lunare più famoso, ma non è stato il solo ad esser stato portato a termine.

La famosa “Corsa allo spazio” portò ad una sfida alla conquista della luna delle due superpotenze USA e Unione Sovietica e, indirettamente, ad uno sviluppo tecnologico nel campo spaziale senza precedenti.

Il ritorno sulla Luna ad oggi ha motivazioni ben diverse e la NASA non nasconde che queste missioni siano funzionali ad uno sbarco su Marte nel prossimo decennio, forse la più grande sfida tecnologica della Storia. Una missione totalmente diversa dalle precedenti, anche per la durata di stazionamento nello spazio (si parla di anni), e che porta con se nuove problematiche per le quali il Progetto Artemis è un laboratorio fondamentale.

Fonte “CNN”

La NASA ha così previsto un piano per “stabilire un’esplorazione sostenibile entro la fine del decennio” sulla luna: si tratta di una sfida molto ambiziosa. Il piano comprende la costruzione di un’infrastruttura abitabile nel Polo Sud della Luna, oltre all’inserimento in orbita del satellite Lunar Gateway utilizzabile come supporto in missioni presenti e future.
L’Agenzia americana non è l’unico partner internazionale presente, di fatti al piano aderiscono anche ESA (Agenzia Spaziale Europea), la JAXA e la CSA (Canadian Space Agency) .
L’Italia non solo ha conquistato una fetta di mercato importante per le proprie aziende, ma è entrata a far parte nell’immediato futuro dell’esplorazione spaziale.

Fonte “Wired”

Per chi ne volesse sapere di più, sul proprio sito la NASA spiega a fondo tutto il programma.

https://www.nasa.gov/specials/artemis/

Video canale youtube NASA.

PDF del piano lunare

Il Resveratrolo: dalla natura alla salute umana

Il Resveratrolo è una molecola naturale appartenente alla classe dei polifenoli e possiede proprietà anti-ossidanti, anti-infiammatorie e anti-tumorigeniche che possono trovare applicazione nel trattamento di una vasta serie di patologie croniche. Le principali fonti da cui può essere estratto comprendono bacche, frutta secca, cacao, piante medicinali come il Polygonum cuspidatum e, soprattutto, tutte le varietà di uva e ciò che ne deriva, ossia il vino rosso.

Il ruolo di questa molecola è stato ampiamente studiato in campo oncologico e neurologico, nelle patologie cardiovascolari e in quelle metaboliche come il diabete di tipo 2, nonché in una serie di patologie croniche associate allo stress ossidativo e all’infiammazione. Ad oggi, tuttavia, il campo di maggiore interesse per le applicazioni di questa sostanza è quello dell’invecchiamento.

Negli ultimi anni è stato dimostrato che il Resveratrolo svolge un ruolo centrale in vari processi cellulari alla base del fisiologico processo di invecchiamento: in particolare, è stato visto come questa molecola possa attivare la sirtuina 1 o SIRT1, una proteina normalmente presente nelle nostre cellule che, quando attiva, promuove un aumento della longevità cellulare.

Sebbene il contenuto di Resveratrolo del vino rosso sia piuttosto basso (una bottiglia di vino rosso contiene, infatti, approssimativamente 1.5 mg/GAE per litro), è stato ormai ampiamente dimostrato che nel contesto della dieta mediterranea, nel complesso ricchissima di polifenoli derivati da olio d’oliva, frutta, verdura e pesce fresco, anche il vino, e in particolare il vino rosso, assume un ruolo di primaria importanza nella protezione della salute dell’apparato cardiovascolare e del sistema nervoso centrale e periferico: inoltre, ci sono importanti evidenze scientifiche riguardo al fatto che nei paesi in cui viene adottata una dieta di questa tipologia ci sia un numero particolarmente alto di individui ultra-centenari.

Fonte: ResearchGate

In conclusione, non sarebbe certo ragionevole pensare che il vino rosso possa essere paragonato ad un “elisir di lunga vita”, in quanto dobbiamo considerare che al suo interno non è presente solamente una quota di Resveratrolo e altri polifenoli, ma anche l’etanolo o alcol etilico, che a lungo andare e in quantità eccessive può portare a danni di una certa importanza a livello epatico e del sistema nervoso centrale. E’ tuttavia possibile affermare che moderate quantità di vino rosso in associazione ad una dieta varia, equilibrata e ricca di frutta, verdura e pesce fresco, siano utili non solo a proteggere la nostra salute, ma anche a rendere più piacevole la nostra vita.

Fonte: Nutrients

Fonte: Biomolecules & Therapeutics

L’ultima dittatura d’Europa è messa in crisi dalle donne

La Bielorussia è una dittatura de facto dal 1994, quando Alexander Lukashenko salì al potere della rinata repubblica bielorussa indipendente. Oggi una protesta guidata dalle donne sta lottando contro il regime nella speranza di un futuro migliore per la nazione.

Le donne che si oppongono al regime di Alexander Lukashenko.
Da sinistra: Veronika Tsepkalo, Svetlana Tichanovskaya e Maria Kolesnikova al comizio di Minsk del 30 luglio.
(AP Photo/Sergei Grits)

La crisi del regime bielorusso è iniziata il 9 Agosto, data delle elezioni presidenziali a cui Lukashenko si è candidato per la sesta volta mentre arrestava e rendeva inoffensivi i candidati dell’opposizione. Proprio questi arresti, però, sono stati la causa dell’imprevedibile: Svetlana Tichanovskaya, moglie di uno dei candidati arrestati, ha deciso di correre alle elezioni presidenziali promettendo nuove e libere elezioni in caso di vittoria. I risultati delle elezioni, come da copione nel regime bielorusso, hanno però riconfermato il presidente uscente Lukashenko con l’80 per cento dei voti, ma non sono stati accettati dalla Tichanovskaya, che si è dichiarata vincitrice denunciando brogli elettorali e annunciando manifestazioni di piazza.

In sostanza, Svetlana Tichanovskaya insieme a Veronika Tsepkalo, moglie dell’ex candidato Valery Tsepkalo fuggito in Russia, e a Maria Kolesnikova, insegnante e dipendente del banchiere-oppositore Viktor Babariko, sono riuscite nell’impresa che, fino ad oggi, nessuna opposizione aveva realizzato: costruire un movimento di protesta dal basso che mettesse in seria difficoltà il regime.

Questo è stato possibile perché chi ha creduto in loro, come le persone comuni disprezzate dal dittatore e dall’élite, le ha sostenute quando sia il governo che la vecchia opposizione istituzionale le consideravano, sbagliando, incapaci e inoffensive.

Dal giorno delle elezioni a Minsk, la capitale, ogni domenica più di centomila cittadini hanno manifestato per chiedere le dimissioni di Lukashenko. Le proteste poi si sono estese alle altre grandi città del paese e alle campagne circostanti, e ad esse si sono aggiunti gli scioperi di lavoratori e studenti. Nel corso delle manifestazioni sono intervenute ripetutamente le forze di polizia che, all’inizio della protesta, sono state accusate di aver ingiustamente arrestato, picchiato e torturato migliaia di cittadini e manifestanti.

La mano pesante dello Stato bielorusso ha finito per toccare anche le madrine della protesta: Tichanovskaya è dovuta fuggire nella vicina Lituania assieme ai suoi figli per timore di rappresaglie nei loro confronti, Tsepkalo si trova per gli stessi motivi in esilio nella vicina Ucraina, mentre Kolesnikova, rimasta in Bielorussia per tutta la durata della campagna e delle proteste, l’8 settembre ha resistito all’esilio forzato strappando il suo passaporto al confine per non essere espulsa in Ucraina. L’atto ha creato grande ammirazione nei bielorussi che hanno condiviso sue foto e immagini in segno di sostegno e stima.

Ad oggi non è ancora chiaro quali potrebbero essere gli sviluppi futuri, cioè se Lukashenko sarà in grado di reprimere le proteste e mantenere il potere o se la protesta avrà successo e la Bielorussia inizierà un processo di transizione democratica, ma una cosa è chiara: i bielorussi si sono svegliati dal lungo sonno postsovietico e non possono più essere ignorati.

Fonte: France24
Fonte: Cicero

AIFA definisce quando un farmaco è innovativo

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L’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) è un ente pubblico che opera in modo autonomo, con trasparenza ed economicità, sotto la direzione del Ministero della Salute e del Ministero dell’Economia.

La priorità strategica di AIFA è tutelare la salute regolamentando l’immissione in commercio, l’uso e la vigilanza dei prodotti farmaceutici ad uso umano. A questa, si aggiunge l’ottimizzazione dell’uso delle risorse pubbliche destinate alla rimborsabilità dei farmaci ad uso umano, al fine di massimizzare i benefici della collettività in termini di salute pubblica.  Inoltre, AIFA promuove l’informazione e la ricerca scientifica, favorendo gli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore farmaceutico.

È compito di AIFA, assieme alla Commissione Tecnico Scientifica (CTS), definire la cosiddetta innovatività dei farmaci. Un farmaco è definito innovativo nel momento in cui sono validi tre elementi basilari: bisogno terapeutico, valore terapeutico aggiunto e robustezza delle prove scientifiche sottoposte dall’azienda a supporto della richiesta di innovatività.

L’Agenzia ha previsto che la valutazione di tale attributo debba avvenire tramite un modello unico per tutti i farmaci, ma consente, qualora si rendesse necessario, l’utilizzo di ulteriori indicatori specifici.

In data 25 Agosto 2020, l’AIFA ha redatto gli elenchi dei farmaci che, dopo essere stati sottoposti a doverosa valutazione, sono stati definiti innovativi. Gli elenchi, di cui sono scaricabili i file .pdf, comprendono sia medicinali oncologici che medicinali di altro tipo.

In prima istanza, è stato pubblicato l’elenco aggiornato dei medicinali che, a giudizio della CTS, possiedono il requisito della innovatività terapeutica ai sensi dell’articolo 10, comma 2 della Legge n. 189/2012 (1). link

In seconda istanza, sono stati pubblicati gli elenchi dei farmaci innovativi che accedono ai fondi previsti dalla Legge di Bilancio 2017: il primo si riferisce al “Fondo per il concorso al rimborso alle regioni per l’acquisto dei medicinali innovativi”, il secondo al “Fondo per il concorso al rimborso alle regioni per l’acquisto dei medicinali oncologici innovativi” (2). link

Infine, l’agenzia ha pubblicato l’elenco dei farmaci innovativi sottoposti a registro di monitoraggio ai sensi della Legge di Bilancio 2017. Le tabelle sono distinte tra farmaci oncologici e non oncologici e sono costantemente aggiornate a seguito delle autorizzazioni pubblicate in Gazzetta Ufficiale (3). link

Per l’articolo ufficiale, pubblicato su AIFA:
https://www.aifa.gov.it/farmaci-innovativi

Cos’è un ETF?

Un Exchange Traded Fund è un paniere di diversi titoli raggruppati in un unico fondo negoziato in una borsa valori. La maggior parte degli ETF traccia un indice o un benchmark e cerca di replicarne la performance. Acquistando anche una singola quota di un ETF, l’investitore guadagna esposizione all’intero paniere di titoli che l’ETF detiene. Nel caso dell’indice tracker più famoso di tutti, l’SPDR S&P 500 ETF (SPY), investe in una piccola parte di ogni società costituente nell’indice S&P 500. Tuttavia, gli ETF non si limitano agli investimenti nei mercati azionari. Possono anche investire in obbligazioni, materie prime, valute, opzioni o una combinazione di attività.  La maggior parte degli ETF investe in attività nell’indice che stanno replicando e sono principalmente gestite passivamente, piuttosto che attivamente, il che significa che il gestore non deve decidere quali titoli acquistare perché questo è predeterminato dall’indice che l’ETF sta replicando. Né il gestore deve decidere quanto possedere del titolo, che è determinato dal suo peso nell’indice sottostante. Se le azioni della società A rappresentano il 3% di tutte le azioni incluse in quell’indice, l’ETF che le replica investirà il 3% del patrimonio totale gestito nelle azioni della società A.  Gli ETF possono anche essere gestiti attivamente, il che significa che il gestore sceglie cosa sarà incluso nel paniere di titoli che l’ETF seguirà. Alcuni sono molto più complessi.

Possedere ETF è meglio che avere fondi comuni di investimento?

I fondi negoziati in borsa offrono un modo a basso costo per possedere un gran numero di titoli. Poiché la maggior parte sono gestite passivamente, le commissioni tendono ad essere molto basse.  Gli investitori possono anche negoziare un ETF ogni volta che la borsa in cui sono quotati è aperta. Ciò differisce dai fondi comuni di investimento per i quali gli ordini di acquisto e vendita possono essere negoziati solo una volta al giorno dopo la chiusura delle negoziazioni. Gli investitori possono anche utilizzare gli ETF per eseguire strategie di investimento tra cui la vendita allo scoperto e l’inserimento di ordini stop loss o limite. Un ETF può essere più efficiente dal punto di vista fiscale rispetto al possesso di un fondo comune di investimento perché gli ETF non tendono a distribuire molto in termini di guadagni in conto capitale poiché gli ETF indicizzati non effettuano molte operazioni.

I Big Data nel mondo del diritto

Quotidianamente, senza nemmeno accorgercene produciamo enormi quantità di dati (secondo Forbes circa 2,5 quintilioni di byte) e questo potrebbe sembrare un numero particolarmente elevato, ma, in realtà, non deve sorprenderci in quanto la maggior parte delle nostre attività, poiché svolte attraverso la connessione alla rete internet, comporta la produzione di dati.

La domanda giusta a questo punto è: che fine fanno tutti questi dati?

Tutti questi dati finiscono in grandi banche dati, che vengono studiate, sia singolarmente che combinandole tra loro, in modo da produrre nuovi servizi per gli utenti o migliorare quelli già esistenti, rendendoli sempre più personalizzati, sicuri ed adeguati alle loro esigenze. Questi sono i Big Data.

Certamente, l’utente può trarre un beneficio dal trattamento dei suoi dati, ma, la divulgazione dei propri dati comporta anche dei “costi” sotto vari punti di vista con conseguente necessità di tutela per i diritti dei singoli individui che vengono coinvolti.

In questo ambito la normativa di riferimento è il Reg. UE 2016/679 (GDPR).

In particolare, rileva il considerando 91 del Regolamento, il quale sancisce che il GDPR dovrebbe applicarsi <<in particolare ai trattamenti su larga scala, che mirano al trattamento di una notevole quantità di dati personali a livello regionale, nazionale o sovranazionale e che potrebbero incidere su un vasto numero di interessati e che potenzialmente presentano un rischio elevato, ad esempio, data la loro sensibilità, laddove, in conformità con il grado di conoscenze tecnologiche raggiunto, si utilizzi una nuova tecnologia su larga scala, nonché ad altri trattamenti che presentano un rischio elevato per i diritti e le libertà degli interessati, specialmente qualora tali trattamenti rendano più difficoltoso, per gli interessati, l’esercizio dei propri diritti>>.

I big data rientrano, quindi, nella definizione di trattamento su larga scala e, pertanto, questo deve avvenire nel rispetto del GDPR. Tant’è che lo stesso GDPR si riferisce ai big data in molte disposizioni tra cui ad esempio:

  • art. 4 GDPR: tale norma stabilisce che la disciplina della data protection si applica al trattamento dei dati personali di interessati che si trovano nell’UE indipendentemente dalla collocazione del titolare o del responsabile del trattamento;
  • art. 22 GDPR: questa disposizione disciplina il trattamento dei dati tramite un processo decisionale automatizzato, compresa la profilazione, tenuto conto che il trattamento svolto nei big data è sempre automatizzato;
  • art. 25 GDPR: questo articolo prevede una privacy dei dati by default e by design, stabilendo l’obbligo per il titolare del trattamento di mettere in atto misure tecniche ed organizzative adeguate (pseudonimizzazione e minimizzazione) al fine di mitigare i rischi derivanti dal trattamento sin dalla progettazione delle informazioni.

Infine, in relazione a determinate operazioni, sarà necessario tenere a mente il concetto di consenso richiesto all’interessato che, ai sensi dell’art. 4 GDPR deve intendersi quale qualsiasi manifestazione di volontà libera, specifica, informata e inequivocabile dell’interessato, con la quale lo stesso esprime il proprio assenso, mediante dichiarazione o azione positiva inequivocabile, al trattamento dei dati personali che lo riguardano. Il presupposto indefettibile è che il soggetto che conferisce il consenso abbia la capacità giuridica per farlo. In aggiunta, l’interessato non deve ricevere pressioni per prestarlo e deve essere debitamente informato sull’oggetto e sulle conseguenze della prestazione dello stesso. Deve essere validamente espresso e non deducibile per fatti concludenti e deve sempre poter essere revocato. Questo punto deve ritenersi fondamentale in relazione al fatto che, molto spesso, per la fruizione di determinati servizi o l’utilizzo di determinate piattaforme, l’utente, quale controprestazione del servizio stesso, è obbligato a rilasciarlo, senza essere debitamente informato di tutto ciò che verrà fatto con i propri dati.

Già da questa brevissima analisi si può comprendere come a livello europeo si sia sviluppata una particolare attenzione verso la tutela dei dati (anche su larga scala), ma che, al contempo, si stia tentando di non penalizzare le potenzialità del loro utilizzo per la creazione e lo sviluppo di servizi ad hoc. Questa è e sarà una delle principali sfide del futuro.

Fonte: Diritto.it
Fonte: Dirittodell’informatica.it
Fonte: Cyberlaws.it

Pipistrelli, zoonosi e COVID-19

Il 29 febbraio 2020, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha indicato la malattia da COVID-19 in una categoria ad alto rischio e l’11 marzo 2020 il virus SARS-CoV-2 è stato designato come pandemico. Da allora, la malattia si è diffusa rapidamente in 210 paesi, oltre la Cina, dove era stato diagnosticato il primo caso sospetto.

In tutto il mondo si stanno compiendo grandi sforzi per contrastare e contenere questo virus; mentre l’epidemia da coronavirus dimostra il potenziale dell’interfaccia uomo-animale di agire come fonte primaria di malattie zoonotiche emergenti. Quindi, comprendere la possibile emergenza zoonotica e l’esatto meccanismo responsabile della sua trasmissione ci aiuterà a progettare e implementare adeguate barriere preventive contro l’ulteriore trasmissione di SARS-CoV-2.

Ma che cosa si intende per zoonosi? E quali sono i meccanismi che stanno dietro alla diffusione del COVID-19?

Con il termine zoonosi si intende una qualsiasi malattia infettiva che può essere trasmessa dagli animali. L’aspetto cruciale nell’epidemia da coronavirus è quello di capire quale sia la fonte d’origine. Molte ricerche scientifiche degli ultimi mesi hanno dibattuto riguardo i mercati di animali selvatici cinesi. Le abitudini culinarie in Cina, infatti, prevedono il consumo di carne di origine non domestica. La motivazione è dovuta al valore medicinale ritenuto di quest’ultime, nonché agli effetti di promozione della salute associati al consumo di determinate carni di selvaggina e dei loro prodotti. E’ stato osservato che gli individui inizialmente infetti avevano un punto di esposizione comune. Si sta parlando del mercato del pesce umido di Wuhan, nell’Hubei, dove i ristoranti sono famosi per offrire vari animali domestici e selvatici vivi per il consumo umano.

Qui, come sono stati individuati come ideali ospiti serbatoi i pipistrelli, poiché il virus persiste all’interno dell’organismo, ma l’individuo rimane asintomatico, cioè il suo metabolismo non viene intaccato. Analisi da laboratorio hanno confermato che a livello genomico il SARS-CoV-2 è per il 96% identico al CoV del pipistrello, e quindi questi animali, avendo anche un valore commerciale nella medicina tradizionale cinese (MTC), sembrano essere la fonte primaria di questo spillover zoonotico.

In questi ristoranti e mercati di animali vivi, però, vengono vendute molte altre specie come serpenti, ricci, tassi e marmotte. Allora la questione si fa ancora più complessa, poiché nei meccanismi zoonotici entrano in gioco i cosiddetti ospiti intermedi. Infatti, il coronavirus sembra essere stato isolato anche nei pangolini malesi (un tipo di formichiere squamoso) e l’RBD nella proteina S di SARS-CoV-2 è quasi uguale a quello di Pangolin-CoV. Questi risultati hanno suggerito che i pangolini potrebbero aver agito come ospiti intermedi, favorendo il passaggio dai pipistrelli all’uomo, tramite una serie di mutazioni che hanno reso il coronavirus idoneo ad infettare la specie umana. Sono comunque necessarie sempre ulteriori indagini per confermare quanto è stato scoperto fino ad ora, e aggiungere, quindi, altri tasselli al puzzle.

Quello che sembra comunque chiaro è che le pratiche di cottura tradizionali cinesi sono responsabili in una certa misura del verificarsi di nuove infezione negli esseri umani (è già accaduto con l’epidemia della SARS e della MERS). In Cina, gli animali macellati vivi sono considerati più nutrienti, ma allo stesso tempo le persone sono più esposte ad una vasta gamma di agenti patogeni. Le ripetute interazioni uomo-animale nell’industria degli allevamenti, se non effettuate con l’adeguata biosicurezza ambientale, sono fattori di rischio per l’insorgenza di nuove malattie infettive. Il SARS-CoV-2 è solo uno dei tanti patogeni con cui la nostra specie può entrare in contatto. Una chiusura totale dei mercati di animali vivi risolverebbe solo in parte la questione, poiché il commercio di bestiame troverebbe sfogo nel mercato nero. Le autorità locali e internazionali devono sviluppare e implementare robusti protocolli di controllo e analisi delle malattie infettive, riducendo la possibilità di esposizione.

L’epidemia da SARS-CoV-2 è solo un altro esempio critico che dimostra l’esistenza di un’interazione diretta tra esseri umani, animali e salute ambientale. Siamo intimamente interconnessi con la natura. Viviamo in un sistema chiuso e i cambiamenti che operiamo ci ritornano indietro. Questa pandemia può essere un’occasione per riflettere sul legame che vige tra la nostra società e la natura.

Per l’articolo ufficiale, pubblicato su Taylor & Francis Group: https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/01652176.2020.1766725

CAR-T: l’innovazione della terapia cellulare

Le CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T cell) sono cellule del Sistema Immunitario (linfociti T) geneticamente modificate al fine di esprimere un recettore capace di riconoscere un determinato antigene (agente estraneo). Questo recettore è costituito da una proteina di fusione (chiamata scFv) che viene ingegnerizzata “unendo” una frazione di anticorpo ad un dominio che è in grado di attivare la cellula T quando essa si lega all’antigene. La cellula CAR-T, così, determina un effetto citotossico sulla cellula bersaglio che viene eliminata [1]

Questo permette di ottenere un linfocita T ingegnerizzato capace di riconoscere virtualmente qualsiasi tipo di antigene, fornendo così la possibilità di contrastare diversi tipi di malattie: dai tumori alle infezioni (ad esempio, esistono studi sull’utilizzo delle CAR-T contro le infezioni da HIV [2]).

Si tratta di una terapia cellulare che ha lo scopo di favorire l’induzione di una risposta immunitaria al fine di ottenere un beneficio terapeutico per il paziente. Inoltre, è un tipo di immunizzazione passiva in cui vengono somministrati linfociti T geneticamente modificati e capaci di riconoscere uno specifico antigene. I linfociti T vengono selezionati dal paziente e al loro interno viene inserita, grazie ad un vettore virale, la sequenza genetica capace di codificare il recettore specifico per l’antigene. Le cellule, così modificate, verranno poi reinfuse nel paziente dove potranno raggiungere, ad esempio, le cellule tumorali, determinando una risposta cosiddetta “T-mediata” nei confronti di queste cellule maligne.

Pur essendo una tecnica dall’enorme potenziale terapeutico, non si escludono possibili effetti collaterali. Ad esempio, si può avere un’attivazione esagerata del Sistema Immunitario con conseguente rilascio di tutta una serie di citochine (molecole proteiche), tra cui l’Interleuchina-6, che possono generare febbre o nei casi più gravi shock anafilattico nel paziente. Oggi, tuttavia, questo possibile effetto collaterale può essere arginato utilizzando in profilassi l’anticorpo monoclonale anti-IL6 Tocilizumab [3].

Nonostante l’elevato costo e la necessità di conoscere l’antigene di interesse, la terapia con cellule CAR-T si propone come concreta possibilità di cura definitiva a quei pazienti che, avendo fallito i trattamenti convenzionali sulle più disparate patologie, non avrebbero ulteriori possibilità terapeutiche. 

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4746114/

https://stm.sciencemag.org/content/11/504/eaav5685

https://www.nature.com/articles/nrclinonc.2017.148

Per l’articolo ufficiale, vai su Cell Press
Per l’articolo ufficiale, vai su Science
Per l’articolo ufficiale, vai su Nature

 

Come tutelare il nostro vino?

L’Italia è famosa nel mondo per le sue eccellenze e, certamente, il vino è una di queste. Per capire la sua rilevanza è possibile fare riferimento ai seguenti dati che forniscono una chiara immagine del fenomeno:

Purtroppo, tale settore è anche vittima del fenomeno della contraffazione la quale ha inciso sull’economia italiana nel 2018 per circa l’1-2% del PIL (stima OCSE) e che, in particolare, ha determinato la perdita di oltre 100 miliardi per il mercato agroalimentare (stima Coldiretti) e di circa 2,7 miliardi per il solo mercato di vino e spiriti.

Tuttavia, si stanno cercando sempre nuovi metodi per arginare l’avanzata della contraffazione i quali sono attualmente così sintetizzabili.

Innanzitutto, nel campo dei prodotti vitivinicoli è stata adottata un legge ad hoc (L. 238/2016) che ha introdotto sigle specifiche per indicare la provenienza del vino, differenziandole da quelle alimentari (DOP e IGP). Queste sigle sono:

  • DOCG (Denominazione di origine controllata e garantita): vini prodotti in un’area delimitata e secondo un determinato disciplinare, con organi preposti a controllare che le uve provengano da terreni che rispettano caratteristiche ampeleografiche (tipo di terreno, morfologia,…) ed che i metodi di coltivazione si attengano a quanto stabilito dal disciplinare, soprattutto per quanto riguarda le rese per ettaro;
  • DOC (Denominazione di origine controllata): vini prodotto con uve raccolte in una zona geografica determinata e vinificate secondo regole stabilite in un disciplinare di produzione;
  • IGT (Indicazioni geografiche tipiche) vini provenienti da una determinata area geografica e da un’area di produzione.

L’utilizzo di tali segni distintivi permette al consumatore di distinguere prodotti provenienti da specifiche aree produttive e di legittimare eventuali azioni legali contro i contraffattori.

Oltre a ciò, si segnalano due iniziative degne di nota:

  • la Fondazione Mach di San Michele all’Adige e l’Unione italiana vini hanno creato la prima Banca dati isotopica privatistica dei vini italiani la quale permette una più efficace verifica dell’autenticità dei prodotti vinicoli e della corretta applicazione della normativa vitivinicola, anche al fine di assicurare la massima tutela nell’ambito degli scambi commerciali, a livello nazionale e internazionale;
  • la società Luxochain fornisce un particolare servizio di certificazione per prodotti di lusso attraverso la blockchain, tra cui, appunto, anche il vino. In pratica, ogni prodotto, che sia una borsa di un brand del lusso o una bottiglia di vino prezioso, ha un suo “gemello digitale” registrato a vita sulla blockchain, quindi non modificabile da nessuno, mantenendo la tracciabilità del prodotto e garantendone l’autenticità.

Tutto questo però, non è da solo sufficiente ad arginare gli aspetti negativi del mondo del falso. È indispensabile che i singoli imprenditori adottino comportamenti tali da poter prevenire la contraffazione ed, in particolare, sarebbe auspicabile che venisse impartita un’adeguata formazione dei propri collaboratori ed una completa informazione e sensibilizzazione dei propri clienti.

Fonte: federvini.it; winenews.it; www.dop-igp.eu; www.oecd.org; coldiretti.it.

Diffamazione online

Un grande classico del ventunesimo secolo: la diffamazione online. Quotidianamente migliaia di persone approfittano della protezione dello schermo per rivolgere critiche ed offese a conoscenti e non. Molti credono di essere immuni da eventuali conseguenze legali in quanto tale comportamento avviene in via telematica, ma, in realtà (e per fortuna), non è così.

Il delitto di diffamazione è un reato a forma libera previsto dall’art. 595 c.p., il quale prevede la reclusione fino a un anno o la multa fino a € 1.032,00, per chiunque <<comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione>>. Tale fattispecie risulta aggravata nel caso in cui l’offesa sia effettuata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico (comma 3) ed è prevista la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a € 516,00.

Ad oggi, dottrina e giurisprudenza risultano essere concordi sul fatto che il reato di diffamazione possa essere realizzato anche attraverso strumenti telematici (in primis, social network), in particolare, tenendo conto anche della loro incontestata capacità di diffondere ampiamente e velocemente i materiali pubblicati.

La Corte di Cassazione (Ex multis Cass. pen., sez. V, 16 ottobre 2012, n. 44980), con riferimento a contenuti diffamatori diffusi mediante pubblicazione su siti websocial network o altri spazi aperti al pubblico virtuale, ha affermato che <<il mezzo di trasmissione-comunicazione adoperato (appunto internet), certamente consente, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa, ma il messaggio è diretto ad una cerchia talmente vasta di fruitori, che l’addebito lesivo si colloca in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore e offeso>>.

Oltre al profilo penalistico, la diffamazione può dar vita anche ad un cospicuo risarcimento del danno ex art. 2043 c.c. che viene quantificato in base a vari parametri e soprattutto distinguendo tra:

  1. il danno patrimoniale: esistente in concreto, ma di difficile dimostrazione. Infatti, il danno emergente o il lucro cessante collegato alla diffusione della notizia diffamatoria, sfuggono alla semplice verifica. Questo si spiega perché la diffamazione, tranne per esplicite ammissioni, non può essere certamente collegata alla perdita di una chance o al vanificarsi di una possibilità che si sarebbe avverata;
  2. il danno non patrimoniale: questo riguarda il danno alla persona ed il più riconosciuto è quello legato al turbamento, al disagio intesi, genericamente, come quelli legati alla sofferenza interiore patita ed eziologicamente legato alla notizia. La relativa prova si raggiunge con la dimostrazione dell’esistenza di un fatto potenzialmente lesivo e della sua effettiva ripercussione nociva nella vita del soggetto.
Fonte articolo: Diritto.it

Economia circolare: nuovi modelli di business per efficienza e valore

Fonte: https://www.associazioneconforma.eu/2019/09/25/commissione-uni-ct-57-economia-circolare/

L’economia circolare è un modello economico che cerca di estrarre il maggior valore possibile dai materiali e dall’energia utilizzati nei prodotti, per evitare consumi inutili ed eccessivi di materie prime ed energia.

Dal punto di vista dell’economia circolare, ciò che è generalmente visto come rifiuto è invece visto come una potenziale risorsa che può essere utilizzata come materia prima, componente o fonte di energia, all’interno dello stesso processo o in un’altra catena di fornitura. L’obiettivo principale è mantenere in circolazione materiali, componenti e rifiuti, massimizzando così il valore delle risorse.

L’economia circolare sta giocando un ruolo sempre più importante nell’arena del business contemporaneo a causa dei recenti sviluppi come la nuova strategia europea per la plastica [1] e il Pacchetto sull’economia circolare [2]. Ciò suggerisce che le politiche industriali e le richieste degli stakeholder eserciteranno sempre più pressioni sulle organizzazioni per mantenere la competitività [3] e per diventare più sostenibili nella loro produzione e consumo.

I processi di economia circolare comportano il prolungamento della durata del prodotto e il riutilizzo, la rigenerazione e il riciclaggio di prodotti e componenti [4]. Le risorse utilizzate possono anche essere messe in circolazione all’interno di altre filiere, ove possibile, per massimizzare la conversione dei rifiuti in valore [5].

L’economia circolare consente alle organizzazioni di migliorare le proprie prestazioni ambientali, economiche e sociali. Sviluppando flussi circolari di energia e materiali aiuta a ridurre il consumo di materie prime ed energia nella produzione e, a sua volta, riduce al minimo gli sprechi e le emissioni di carbonio [6]. Di conseguenza, le organizzazioni possono ridurre i costi relativi all’energia, alla gestione dei rifiuti e al controllo delle emissioni. Le stesse traggono vantaggio dalle innovazioni nel design e nei processi, ottenendo vantaggi competitivi.

Nonostante l’economia circolare sia diventata un’idea popolare tra politici, studiosi e professionisti, non è stato ancora chiarito del tutto come le organizzazioni possano adattare i loro attuali modelli di business o crearne di nuovi per includere approcci circolari [7].

Esistono due prospettive complementari per l’implementazione delle pratiche di economia circolare: una basata sull’adozione di strategie che migliorano la circolarità delle risorse e una basata sullo sviluppo di nuovi modelli di business.

Ci sono tre strategie che possono aiutare a migliorare la circolarità delle risorse [8]: rallentando i loop di risorse, chiudendo i loop di risorse e restringendo i flussi di risorse.

Rallentare i cicli di risorse implica influenzare il ritmo con cui i materiali vengono consumati per prolungare la durata del prodotto, progettando prodotti che durino più a lungo o progettando prodotti che possono essere riparati, mantenuti e aggiornati. Chiudere i circuiti delle risorse significa creare un flusso circolare continuo di materiali ed energia attraverso le decisioni di riciclaggio. Infine, restringere i flussi di risorse implica migliorare l’efficienza dell’uso delle risorse diminuendo il volume delle risorse richieste dai prodotti.

La seconda prospettiva si basa su nuovi modelli di business. La Ellen MacArthur Foundation (2015) ha proposto sei modelli di business dell’economia circolare, denominati ReSOLVE framework:

1.Regenerate – si concentra sul ripristino della salute delle risorse biologiche chiudendo i cicli e spostandosi verso energie e materiali rinnovabili.

2. Share – si basa su un’economia condivisa e sul rallentamento dei cicli di risorse. La proprietà dei prodotti diventa meno importante, il che significa che molti utenti possono utilizzare i prodotti temporaneamente e, dopo aver soddisfatto le loro esigenze, restituirli. Ciò consente di ridurre la produzione di nuovi beni.

3. Optimise – si concentra sulla riduzione degli sprechi e delle inefficienze dei materiali all’interno dei sistemi di produzione. Questo modello di business si basa sulla strategia di restringere i flussi di risorse.

4. Loop – mira a mantenere le risorse e l’energia in circolazione in un circuito chiuso. Le caratteristiche di questo modello di business includono la rigenerazione di prodotti e componenti, nonché il riciclaggio.

5. Virtualise – si basa su prodotti virtuali piuttosto che fisici.

6. Exchange – cerca di introdurre tecnologie digitali e avanzate nei processi per sostituire gli input non rinnovabili con quelli rinnovabili.

I manager dovrebbero essere consapevoli che, sebbene tutte queste strategie siano realizzabili, richiedono un certo livello di cambiamento (ad es. Mentalità, competenze, relazioni aziendali, design del prodotto o tecnologie).

Fonte: Emerald Insight

La Figura 1 descrive tre livelli di analisi che possono aiutare i manager a spostare le loro organizzazioni verso un approccio di economia circolare. I livelli di analisi esaminati sono l’ambiente di mercato, i probabili cambiamenti organizzativi e i mezzi per iniziare il viaggio.

Negli ultimi tempi i governi di molti paesi hanno sviluppato quadri giuridici e politiche per controllare e prevenire l’esaurimento delle risorse naturali. Gli esempi includono il consumo di energia, la produzione di rifiuti, lo smaltimento dei rifiuti solidi e l’inquinamento [9]. I regolamenti creati e gestiti dai governi nazionali hanno due scopi principali. Il primo è garantire che il paese soddisfi gli obiettivi nazionali e internazionali in materia di cambiamento climatico e sviluppo sostenibile. Il secondo, conseguenza del primo, è garantire che il governo sostenga le organizzazioni nell’adozione di modelli di business conformi a questi obiettivi nazionali e internazionali. Le organizzazioni possono trarre vantaggi da quadri normativi e fiscali e schemi di sostegno alle imprese richiedendo finanziamenti, ricevendo formazione e consulenza, accedendo a crediti d’imposta e facendo uso di infrastrutture condivise (Ellen MacArthur Foundation, 2015).

Per apportare le modifiche suggerite in questo documento e lavorare all’interno di quadri normativi o schemi di supporto alle imprese, le organizzazioni devono rimodellare il processo decisionale tecnico e manageriale in modo che il viaggio verso l’economia circolare diventi inevitabile. Una mancanza di informazioni affidabili e una carenza di tecnologia adeguatamente avanzata sono tra le potenziali insidie ​​di questo viaggio organizzativo [10]. Queste insidie ​​possono essere superate grazie all’attuale trasformazione digitale guidata dall’Industria 4.0. Le tecnologie digitali e virtuali, come i sistemi cyber-fisici, l’Internet delle cose, la produzione cloud e la produzione additiva [11] possono trasformare i sistemi di produzione e di servizio in sistemi più reattivi, flessibili e modalità di produzione intelligenti [12]. Le tecnologie dell’Industria 4.0 contribuiscono a nuovi modelli di business, come l’economia circolare, integrando le catene del valore attraverso la raccolta e la condivisione dei dati. Tali tecnologie consentono alle aziende di tracciare, monitorare, controllare e gestire misure economiche, sociali e ambientali in tempo reale, sia internamente che con altri membri della catena di fornitura [13]. L’utilizzo di tecnologie digitali e virtuali può aiutare le aziende a muoversi verso un uso circolare delle risorse. Ad esempio, la progettazione del prodotto può includere chip o sensori che informano i consumatori sui materiali e sui componenti contenuti nei loro prodotti e su come questi possono essere smontati e riciclati alla fine della loro vita utile. Questo concetto è noto come “passaporto del prodotto” [14]. La fornitura di informazioni sul “passaporto del prodotto” consentirebbe di chiudere i cicli di risorse.

Migliorare la condivisione delle informazioni tra i livelli della catena di approvvigionamento è fondamentale per l’efficacia dell’utilizzo di tecnologie digitali e virtuali e, a sua volta, per evitare le potenziali insidie ​​di questo viaggio. Distributori e dettaglianti sono partner importanti per stabilire programmi di restituzione dei prodotti e implementare azioni di raccolta e riciclaggio. Incentivi e premi possono migliorare la partecipazione dei clienti al rallentamento dei cicli di risorse. Lo sviluppo di valori condivisi tra organizzazioni e consumatori è importante per la sopravvivenza di qualsiasi strategia che miri ad aumentare la circolarità delle risorse.

Il viaggio di un’organizzazione verso l’economia circolare dovrebbe iniziare definendo chiaramente le ambizioni e la strategia di implementazione per la circolarità delle risorse. Comprendere il panorama delle politiche in cui opera l’organizzazione, così come condurre una valutazione di base, può essere alla base della preparazione organizzativa (Fondazione Ellen MacArthur, 2015).

L’ambito di attuazione di una strategia di circolarità delle risorse può essere determinato valutando il potenziale di miglioramento nella progettazione del prodotto (ad es. fonti di materiali ed energia), l’efficienza dei processi di produzione e la fattibilità dei prodotti riparati, riutilizzati, riciclati o rigenerati.

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Per l’articolo ufficiale, pubblicato su Emerald Insight:
https://www.emerald.com/insight/content/doi/10.1108/JBS-05-2018-0092/full/html


[1] European Commission (2018), “A European strategy for plastics in a circular economy”, available at: http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?qid=1516265440535&uri=COM:2018:28:FIN (accessed (18 January 2018) (accessed February 2018).

[2] European Commission (2015), “Circular economy package: questions & answers”, Available at: http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-15-6204_en.htm (accessed March 2018).

[3] Perrott, B.E. (2015), “Building the sustainable organization: an integrated approach”, Journal of Business Strategy, Vol. 36No. 1, pp. 41-51.

[4] Urbinati, A., Chiaroni, D. and Chiesa, V. (2017), “Towards a new taxonomy of circular economy business models”, Journal of Cleaner Production, Vol. 168, pp. 487-498.

[5] Geisendorf, S. and Pietrulla, F. (2017), “The circular economy and circular economic concepts – a literature analysis and redefinition”, Thunderbird International Business Review.

[6] Korhonen, J., Honkasalo, A. and Seppa¨ la¨ , J. (2018), “Circular economy: the concept and its limitations”, Ecological Economics, Vol. 143, pp. 37-46.

[7] Urbinati, A., Chiaroni, D. and Chiesa, V. (2017), “Towards a new taxonomy of circular economy business models”, Journal of Cleaner Production, Vol. 168, pp. 487-498.

[8] Bocken, N.M., de Pauw, I., Bakker, C. and van der Grinten, B. (2016), “Product design and business model strategies for a circular economy”, Journal of Industrial and Production Engineering, Vol. 33No. 5, pp. 308-320.

[9] Geng, Y., Sarkis, J., Ulgiati, S. and Zhang, P. (2013), “Measuring China’s circular economy”, Science (New York, N.Y.), Vol. 339 No. 6127, pp. 1526-1527.

[10] Su, B., Heshmati, A., Geng, Y. and Yu, X. (2013), “A review of the circular economy in China: moving from rhetoric to implementation”, Journal of Cleaner Production, Vol. 42, pp. 215-227.

[11] Kang, H.S., Lee, J.Y., Choi, S., Kim, H., Park, J.H., Son, J.Y.et al. (2016), “Smart manufacturing: past research, present findings, and future directions”, International Journal of Precision Engineering and Manufacturing-Green Technology, Vol. 3 No. 1, pp. 111-128.

[12] Lasi, H., Fettke, P., Kemper, H.G., Feld, T. and Hoffmann, M. (2014), “Industry 4.0. business &information”, Business & Information Systems Engineering, Vol. 6 No. 4, pp. 239-242.

[13] Ramkumar, S. (2018), “The fourth industrial revolution and the circular economy”, available at: http:// circulatenews.org/2017/12/fourth-industrial-revolution-circular-economy/ (accesses February 2018).

[14] European Commission (2013), “European resource efficiency platform pushes for ‘product passports”, available at: http://ec.europa.eu/environment/ecoap/about-eco-innovation/policies-matters/eu/20130708_european-resource-efficiency-platform-pushes-for-product-passports_en (accessed March 2018).

CRISPR-Cas: l’ingegneria genetica del futuro

Il sistema CRISPR-Cas è una tecnologia molto nota nel campo delle Life Sciences, considerata ad oggi una delle più innovative tecniche sviluppate nel corso del nuovo millennio, incarnando di fatto il presente ed il futuro del genome editing (letteralmente “modifica del genoma”).

Questo interessante sistema è basato su un complesso molecolare “programmabile” costituito da una proteina della famiglia Cas (la più nota delle quali è rappresentata da Cas9) e RNA, che insieme sono in grado di riconoscere e correggere specifiche porzioni del DNA in modo semplice e preciso.

Scoperto inizialmente negli anni ‘90 come mezzo di difesa di alcuni batteri, nel 2012, grazie al grande sforzo da parte del gruppo di ricerca della microbiologa francese Emmanuelle Charpentier [1] e della biochimica statunitense Jennifer Doudna [2], è stato possibile ingegnerizzare tale sistema in modo da renderlo utilizzabile su gran parte delle cellule e degli organismi viventi.

Questo sistema è in grado di agire in vari modi: uno dei più interessanti è costituito dai double strand breaks (DSB), ovvero singole e mirate rotture del DNA che vengono riparate con una sequenza ad alta omologia, il che permette di generare mutazioni che portano con sé un notevole vantaggio dal punto di vista funzionale per l’organismo. In futuro, questo potrebbe garantire un strumento terapeutico sicuro per la cura di gravi patologie genetiche, come il morbo di Huntington e l’anemia falciforme, oltre a numerose patologie dell’infanzia e non.

Ma la sua forza non si limita ad un unico ambito: il CRISPR-Cas è in via di sperimentazione anche in numerosi rami del settore agroalimentare. In primis, grazie a questo sistema, nelle piante si possono rafforzare i geni legati alla resistenza allo stress idrico (come nel caso di siccità) e ad agenti patogeni, quali funghi e altri parassiti. Inoltre, è possibile modificare regioni geniche regolatrici associate alla produzione di frutti ed alla fertilità della pianta stessa (Quantitative trait loci): in uno studio di Daniel Rodriguez-Leal et al. [3], CRISPR-Cas9 è stato utilizzato sulla pianta del pomodoro al fine di incrementare la produzione e la qualità dei frutti, evidenziando una maggiore efficienza di questa tecnica rispetto ai tradizionali metodi di incrocio.

Infine, CRISPR è stato vagliato anche come possibile strumento per contrastare l’infezione da SARS-CoV-2. Il sistema PAC-MAN (simpatico acronimo di Prophylactic Antiviral CRISPR in Human Cells), ideato dal gruppo di Abbot et al. [4], ha mostrato come la proteina Cas13-d, in cooperazione con RNA guida specifici, è in grado di riconoscere ed attaccare più del 90% dei Coronavirus, compreso il SARS-CoV-2, inducendo delle mutazioni in grado di neutralizzarli e impedirne la riproduzione all’interno delle cellule epiteliali dei polmoni.

CRISPR-Cas si pone come uno strumento dalle alte potenzialità e dotato di una semplicità di azione sorprendente. Tuttavia, ancora passi da gigante attendono questa tecnologia in via di affermazione. La corretta messa a punto di tale strumento per fini clinici o il suo utilizzo nel settore agroalimentare sono aspetti su cui lavorano sinergicamente numerosi gruppi di ricercatori: “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.

Per l’articolo ufficiale su Cell Press
Per l’articolo ufficiale su Nature Plants
  1. Emmanuelle Charpentier
  2. Jennifer Doudna
  3. Daniel Rodriguez-Leal et al.
  4. Abbot et al.

Creare una strategia di innovazione vincente

Un’innovazione efficiente guida la crescita del business e la differenziazione del mercato. L’indagine sull’innovazione condotta dall’IBM Institute for Business Value, in collaborazione con l’Economist Intelligence Unit, rivela che le organizzazioni più performanti affrontano l’innovazione perseguendo strategie distintive per superare i loro concorrenti.

L’agguerrita concorrenza rimane una delle principali caratteristiche dell’attuale mercato globale. Raggiungere una posizione competitiva sui rivali di mercato non è forse mai stato così difficile. La convinzione tra i dirigenti che l’innovazione sia uno strumento fondamentale per la creazione di valore e la competitività è più forte che mai. Sebbene l’innovazione non sia mai stata un compito facile, è particolarmente difficile nell’attuale mondo trasformato digitalmente con una scelta infinita di consumatori.

Negli ultimi anni, la natura dell’innovazione è cambiata in tre modi distinti. In primo luogo, i consumatori sono diventati sempre più coinvolti nell’innovazione. Con una serie di progressi tecnologici, i consumatori si impegnano esplicitamente nei processi di innovazione e svolgono un ruolo attivo nella creazione di valore. Uscendo dal ruolo tradizionale di ricevitori passivi di valore, i consumatori ora svolgono il ruolo di generatore di idee, co-creatore e co-designer per migliorare l’innovazione lungo le attività della catena del valore. Ad esempio, il produttore cinese di smartphone Xiaomi ha deliberatamente coinvolto clienti entusiasti nei processi di sviluppo software dell’azienda. Il coinvolgimento dei clienti ha contribuito a coltivare un senso di partecipazione tra i clienti principali e a ridurre i costi.

In secondo luogo, la fusione tecnologica ha ridotto i cicli di vita dei prodotti. Ciò ha consentito alle aziende di creare nuovi modelli e capacità di business. Ad esempio, gli utenti di un gioco online “Foldit” hanno fornito la soluzione a un puzzle molecolare che aveva sfidato scienziati per oltre un decennio.

Infine, stanno emergendo ecosistemi che spingono la frontiera di nuovi tipi di innovazione. Un ecosistema è una serie diversificata di parti interdipendenti che comprende aziende, imprenditori, venture capitalist e organizzazioni di ricerca. Cercano di creare e utilizzare nuove idee e valore di business. Ad esempio, General Electric collabora con “Quirky”, una piattaforma di innovazione collaborativa, che collega la comunità globale di inventori con le aziende, per condividere competenze, ridurre i rischi e catalizzare lo sviluppo.

Per quanto riguarda l’innovazione, le migliori organizzazioni creano strutture e funzioni organizzative implementando le seguenti strategie:

  1. Bilanciamento tra obiettivi di innovazione e obiettivi di business. Ad esempio, queste organizzazioni non solo allineano gli obiettivi di innovazione all’espansione del settore, ma anche alla crescita dei loro prodotti/servizi;
  2. Adottare l’open innovation. Il crowdsourcing è un esempio di tale approccio alla generazione di idee. Essere “aperti” nella fase di ideazione aiuta a sviluppare idee di business migliori e innovazione efficiente. BMW si impegna con i clienti per co-creare prodotti attraverso approcci di open innovation, tra cui un laboratorio di co-creazione e un concorso di progettazione per incoraggiare un pool diversificato di idee dei clienti sul design e sulle funzionalità delle auto future;
  • Formazione di team dedicati all’innovazione. Tale accordo offre governance per il programma di innovazione globale e supporto per particolari attività di innovazione;

Forse più influente è la cultura dell’innovazione che molte organizzazioni di successo sembrano abbracciare. Di seguito vengono fornite le caratteristiche chiave di un ambiente culturale per sostenere l’innovazione:

  1. Una forte e chiara focalizzazione sull’innovazione, ponendola al centro di tutte le attività aziendali per una maggiore creazione di valore. Le organizzazioni sono così in grado di promuovere nuovi modelli di business dirompenti e sono più aperte all’innovazione del modello industriale e aziendale. Aziende come Suzuki mantengono una forte attenzione all’innovazione ispirando un pensiero “out of the box” e fornendo agli ingegneri la libertà di applicare “tutto ciò che hanno imparato di nuovo”;
  2. Enfasi sulla promozione di una cultura dell’innovazione. Kraft Foods riconosce apertamente i comportamenti e le idee innovative dei suoi dipendenti, celebrandoli come gli eroi e le rock star dell’azienda;
  3. Agilità nella cultura, anticipando le aspettative dei clienti e creando deliberatamente un ambiente che interagisca con i clienti nelle prime attività di innovazione.

Gli innovatori di maggior successo sono in grado di progettare processi per trasformare le idee in innovazione, attraverso le seguenti strategie:

  1. Generare nuove idee da varie fonti. Analisi dei dati, sondaggi sui clienti e big data sono alcuni esempi di processi di ideazione per generare nuove idee;
  2. Garantire finanziamenti per l’innovazione stabili e sicuri. Finanziamenti dedicati da un’allocazione di bilancio separata, risparmi sui costi e finanziamento collettivo sono alcuni degli approcci per garantire accordi di finanziamento per i programmi di innovazione. Philips e Canon hanno un budget annuale di R&S di oltre il 7% del valore delle loro vendite annuali. Certamente, tale impegno nella ricerca e sviluppo ha reso Canon un leader nei brevetti di prodotti ottici e di imaging;
  3. Misurazione esplicita dell’innovazione. In primo luogo, le organizzazioni utilizzano parametri finanziari come il ritorno sull’investimento per valutare il guadagno sugli investimenti in innovazione. In secondo luogo, misurano l’impatto sul mercato delle innovazioni rigorosamente attraverso metriche quantitative.
Per l’articolo ufficiale, pubblicato su Emerald Insight:
https://www.emerald.com/insight/content/doi/10.1108/SD-11-2016-0151/full/html

Big data significa grande conoscenza?

Il termine Big Data indica genericamente una raccolta di dati informativi così estesa in termini di volume, velocità e varietà da richiedere tecnologie e metodi analitici specifici per l’estrazione di valore o conoscenza [1].

La conoscenza è centrale in qualsiasi discussione sui big data per i seguenti motivi: in primo luogo, è la conoscenza umana che ha sviluppato le capacità dei big data e dell’analisi, cioè senza conoscenza, big data e le analisi non esistono; in secondo è sempre la conoscenza umana che deciderà come verranno utilizzate le informazioni generate da big data. Sia che i dati generati siano utilizzati in aree operative, tattiche o strategiche, la conoscenza guiderà il suo utilizzo.

Utilizzando il modello Big Data/Analytics-Knowledge Management (BDA-KM), illustriamo il ruolo che la conoscenza gioca nell’uso dei big data oltre che nel processo analitico.

Sebbene i big data possano, teoricamente, essere raccolti e analizzati senza alcun obiettivo particolare in mente, nella stragrande maggioranza dei casi, la raccolta e l’analisi dei big data verranno avviate per:

  • una risposta automatizzata a problemi esistenti predefiniti;
  • motivazioni per esplorare nuove opportunità senza chiare definizioni dei problemi;
  • supportare le decisioni strategiche per il raggiungimento degli obiettivi organizzativi.

Nel primo caso, i dati possono essere raccolti tramite sistemi informativi a livello aziendale e inter-organizzativi per fornire soluzioni in risposta a problemi predefiniti. In questi casi, i manager possono utilizzare applicazioni di analisi dei dati per ottenere le informazioni necessarie in aree diverse come lo stoccaggio dei magazzini, le informazioni geografiche per la gestione agricola o le tendenze del traffico per la pianificazione urbana. Anche l’integrazione della catena di fornitura ha la possibilità di stabilire tali meccanismi [2].

Può anche accadere che non ci sia un chiaro problema organizzativo da risolvere, ma in cui le imprese utilizzano l’analisi dei big data per cercare nuovi modelli che possano portare a nuove opportunità o supportare iniziative strategiche. Amazon Web Services e Google Cloud Platform forniscono tali servizi per aiutare le aziende a identificare nuove opportunità.

Nella parte principale del modello, l’analisi inizia dal dominio della conoscenza. La conoscenza contestuale si riferisce a come questa è situata nei contesti organizzativi. La conoscenza contestuale include la conoscenza tacita dei dipendenti, la conoscenza implicita contenuta nei processi e nelle attività organizzative, gli output come prodotti e servizi e le parti interessate lungo tutta la catena di fornitura, compresi i mercati di destinazione [3].

Fonte: JOURNAL OF KNOWLEDGE MANAGEMENT

La conoscenza contestuale può funzionare a diversi livelli, ad esempio a livello operativo, tattico e/o strategico. In un ambiente organizzativo, manager e professionisti devono impostare parametri di infrastrutture e sistemi organizzativi basati sulla conoscenza contestuale per stabilire gli ambienti per la raccolta dei dati a livello operativo. A livelli più tattici o strategici, la conoscenza contestuale può focalizzare l’attenzione su ambienti più complessi come catene di approvvigionamento globali in cui i dati dei consumatori multinazionali e i dati di marketing multi-fonte potrebbero essere archiviati in vari sistemi di gestione di database e piattaforme IT. In questi casi, entriamo nel regno dei big data poiché il volume dei dati può superare la capacità dei normali strumenti di database di acquisire, gestire e indirizzare i dati entro un tempo trascorso accettabile [4]. I big data a questi livelli possono richiedere un’infrastruttura aggiuntiva e il supporto del personale IT.

Livelli più elevati di conoscenza contestuale, sottoforma di input umani, sono esemplificati quando gli analisti analizzano i big data con uno scopo specifico in mente o quando esplorano nuove opportunità. In questi casi, un analista applicherebbe la conoscenza contestuale per estrarre informazioni rilevanti.

Inoltre, la conoscenza contestuale viene applicata quando si scelgono gli strumenti analitici utilizzati nei processi di identificazione di nuove conoscenze. Ad esempio, le parole chiave di ricerca tramite il text mining possono essere presentate da attributi di dati di frequenza, regione e sesso. Saranno gli analisti a decidere quali parole chiave verranno analizzate per identificare il comportamento dei consumatori se l’analisi è per un sondaggio di marketing.

Nell’output di questo modello, otteniamo decisioni, risposte e azioni. In ogni caso, sia a livello operativo, tattico o strategico, sarà nuovamente richiesta la conoscenza (umana) per fare il miglior uso di ciò che i big data e l’analisi hanno offerto.

Il Knowledge Management dovrebbe assumere un ruolo organizzativo di primo piano nella gestione e governance dell’uso di big data in contesti organizzativi in quanto ha la base teorica e l’esperienza pratica per decidere quali dati sono necessari affinché l’organizzazione funzioni in modo efficiente ed efficace, come tali dati dovrebbero essere analizzati per fornire informazioni più utili per i processi organizzativi e il processo decisionale e come sviluppare feedback basato sulla conoscenza loop in modo che i cambiamenti nella raccolta e nell’analisi dei dati possano essere effettuati in risposta ai cambiamenti nell’ambiente aziendale, sia interni che esterni.

Tuttavia, per far sì che ciò accada, accademici e professionisti in KM devono essere in grado di controllare i rischi che i big data portano all’organizzazione, lo stato di avanzamento di queste tecnologie, devono possedere le conoscenze per porre domande critiche ai fornitori che vendono questi sistemi, ai tecnici che li gestiscono, agli ingegneri operativi che programmano gli algoritmi e agli scienziati che analizzano i dati, altrimenti cederanno il controllo a queste persone.

[1] Wikipedia

[2] Wang, W.Y.C. and Chan, H.K. (2009), “Virtual organisation and e-fashion supply chain: two cases in the textile industry”, International Journal of Production Economics, Vol. 127 No. 2, pp. 333-342.

[3] Aspers, P. (2006), “Contextual knowledge”, Current Sociology, Vol. 54 No. 5, pp. 745-763.

[4] Snijders, C., Matzat, U. and Reips, U.-D. (2012), “‘Big Data’: big gaps of knowledge in the field of internet”, International Journal of Internet Science, Vol. 7 No. 1, pp. 1-5.

Alpaca vs COVID-19

Photo by Josiah Farrow on Pexels.com

L’attuale pandemia da coronavirus continua ad avere conseguenze drastiche per la popolazione mondiale e sono perciò urgentemente necessari vaccini, anticorpi o antivirali. 

La neutralizzazione degli anticorpi può bloccare l’ingresso del virus in una fase precoce dell’infezione e può potenzialmente proteggere gli individui ad alto rischio. 

SARS-CoV-2 entra nelle nostre cellule attraverso l’interazione tra il recettore RBD virale col recettore ACE2 umano. Pertanto, per impedire l’ingresso del nuovo coronavirus, sarebbe interessante inibire questa interazione.

In questo lavoro, pubblicato su Nature Communications, sono stati isolati e caratterizzati anticorpi Ty1 direttamente dall’alpaca. È stato dimostrato che l’anticorpo (o meglio, il nanobody) Ty1 si lega specificatamente al recettore RBD del virus, impedendo il legame virus-cellula.

Cosa sono i nanobodies?

Si tratta di anticorpi, chiamati anche VHH o nanocorpi, che sono derivati da camelidi e che offrono diversi vantaggi rispetto agli anticorpi convenzionali. Pur essendo circa un decimo delle dimensioni di un anticorpo convenzionale, mantengono specificità e affinità (forza del legame) simili agli anticorpi convenzionali, pur essendo molto più convenienti e facili da gestire in laboratorio. Essi sono facilmente esprimibili nei batteri e mostrano un’elevata stabilità termica e solubilità. Inoltre, è importante sottolineare che hanno dimostrato di essere inibitori altamente potenti di infezioni virali in vivo, in particolare le infezioni respiratorie (1, 2).

In questo studio vengono descritti l’isolamento del nanocorpo dal camelide, la valutazione e la determinazione molecolare del nanocorpo Ty1, il quale è diretto contro il recettore RBD di SARS-CoV-2. Qui, è stato dimostrato che il nanocorpo neutralizza potentemente il SARS-CoV-2, legandosi efficientemente a RBD in modo tale da occludere l’interazione con ACE2. 

Il nanocorpo Ty1 può essere espresso in grandi quantità nei batteri e questo determina un’incredibile opportunità per la produzione su larga scala. Pertanto, il nanocorpo Ty1 derivato dall’alpaca è da considerarsi, a tutti gli effetti, come un ottimo candidato antivirale da usare contro COVID-19.

  1. https://jvi.asm.org/content/88/15/8278
  2. https://aac.asm.org/content/60/1/6
Per l’articolo ufficiale, pubblicato su Nature Communications: https://www.nature.com/articles/s41467-020-18174-5

Crisi economica da Coronavirus

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La crisi connessa alla diffusione della pandemia di Covid-19 rappresenta un evento epocale destinato a generare forti ripercussioni economiche e sociali, allo stato attuale difficilmente stimabili.

La Commissione europea ha previsto al ribasso il PIL di tutti i paesi europei, collocando al primo posto di questa speciale classifica l’Italia (-11,2%), seguita da Spagna (-10,9%) e Croazia (-10,8%), contro una media europea del -8,7%.

Le ricadute economiche di questa emergenza sanitaria, che richiede il rispetto di misure di distanziamento sociale, dipendono dagli effetti diretti e indiretti che ne discendono sia sull’offerta sia sulla domanda.

La contrazione imprevista dell’offerta (shock negativo dell’offerta) è un effetto diretto del lockdown, ossia dell’interruzione delle filiere produttive ritenute non essenziali. Ove possibile, si è sostituito il lavoro svolto “in presenza fisica” con il lavoro da remoto (cosiddetto smart working).

Questa soluzione organizzativa, del tutto nuova nel nostro paese e non puntualmente disciplinata dalla normativa, non è applicabile in modo generalizzato in quanto ne sono esclusi ad esempio il settore del turismo e della ristorazione.

Allo shock dal lato dell’offerta si aggiunge inoltre uno shock dal lato della domanda, innescato da molteplici fattori.

Le misure restrittive alla mobilità individuale provocano, nell’immediato, il calo dei consumi, come nel caso, ad esempio, del turismo,  del commercio al dettaglio, dei trasporti e dell’intrattenimento di massa.

A questo si aggiunge il cosiddetto effetto reddito: il rallentamento o la chiusura temporanea di alcune attività, infatti, può determinare un calo del reddito disponibile alle famiglie poiché molti lavoratori subiscono una riduzione della retribuzione oppure, nell’ipotesi peggiore, perdono il lavoro.

La crisi innesca inoltre un effetto ricchezza, poiché le attività finanziarie possedute dagli individui possono perdere di valore per effetto dell’andamento negativo dei mercati finanziari. Infine, la pandemia aumenta l’incertezza, soprattutto nei casi in cui non sia agevole stimarne la durata e gli sviluppi. Sul piano psicologico, questa comporta una paralisi della domanda, poiché gli individui tendono a limitare i consumi al minimo indispensabile, a rimandare le spese e a rafforzare il risparmio precauzionale.

Per maggiori dettagli consulta il sito CONSOB: http://www.consob.it/web/investor-education/crisi-covid-19

Cyborgenesi

Photo by Neuralink

<< Siamo già un cyborg. Siamo così ben collegati con i nostri telefoni e computer che perdere un telefono sembra di perdere un arto. >>

Con queste parole, Elon Musk ha presentato nel 2016 la sua startup, Neuralink. La prospettiva di Musk è quella di creare una simbiosi umano-IA (intelligenza artificiale) al fine di “curare” quella insicurezza che le nuove invenzioni e i più innovativi dispositivi creano nell’uomo. Infatti, la paura di non poterci adattare alla crescente intelligenza artificiale può essere superata soltanto se vediamo quali cambiamenti ha subito il cervello umano per adattarsi. 

Per raggiungere questo obiettivo, Neuralink sta sviluppando la tecnologia Neural Lace e l’interfaccia Brain-Machine (BMI). Brain-Machine Interface (BMI) o Brain to Machine Interface (B2M) è un’interfaccia attraverso la quale possiamo connetterci a qualsiasi macchina in grado di leggere gli input dal nostro cervello. L’obiettivo di Neuralink è quello di installare elettrodi in grado di leggere gli impulsi, amplificarli e inviarli ad una macchina. Affinchè questo sia possibile, è necessario avere un tasso di larghezza di banda elevato. La startup di Musk ha compiuto il primo passo nella creazione di un canale scalabile a larghezza di banda elevata per trasferire i segnali utilizzando matrici di fili ed elettrodi. Neural Lace è un’interfaccia cervello-macchina (BMI), che può aiutare gli esseri umani a competere con l’intelligenza artificiale. Neural Lace è una rete ultrasottile che verrà impiantata all’interno del cranio e formerà un corpo di elettrodi in grado di monitorare la funzione del cervello umano.

Fino alla scorsa estate, Neuralink avrebbe dovuto utilizzare una porta USB-C come supporto cablato per fornire alimentazione e trasferire i dati.  Oggi, l’idea è stata quella di fornire un metodo wireless coi cosiddetti “sensori N1“. Come affermò Max Hodak, presidente di Neuralink, alla presentazione introduttiva: << Quattro di questi sensori N1 saranno posizionati all’interno del cranio (tre nelle aree motorie e uno nell’area somatosensoriale). I sensori si connetteranno in modalità wireless a un dispositivo esterno montato dietro il nostro orecchio che può connettersi agli iPhone tramite un’app. >>

Rispetto ai progetti precedenti, la vera ondata di innovazione sta nel fatto che Neuralink utilizza fili ultrasottili e flessibili di una lunga durata e un maggiore volume di trasferimento dei dati. Inoltre, la composizione di tali fili è totalmente biocompatibile, quindi (presumibilmente) non sono dannosi per il cervello.

Nel 2020, la tecnologia Neuralink è stata impiantata in Gertrude, un maiale, animale dalle caratteristiche molto simili all’uomo. Mentre Gertrude azionava il muso, l’organo sensoriale più sviluppato nei maiali, le immagini e i suoni mostrati su uno schermo hanno mostrato l’attività cerebrale e hanno suggestionato tutto il mondo.

Il tassello mancante è un sistema capace di interpretare i segnali raccolti nel cervello, e per adesso la soluzione che possa permettere di dare ordini o di trasmettere informazioni al cervello a partire da un computer è molto lontana.

Etico o non etico?

Le interfacce cervello-macchina potrebbero aiutare le persone con una vasta gamma di disturbi clinici, quali le funzioni sensoriali e motorie disfunzionali.  Per tutte le personalità benestanti, potrebbe diventare un’opzione se si trovano ad affrontare qualche raro disturbo cerebrale o disturbo neurale, ma siamo ancora molto lontani da una possibile applicazione. Interferire in qualsiasi processo umano è sempre devastante e non dovrebbe essere fatto, ma provare una nuova tecnologia per scopi medici può essere vantaggioso per la razza umana.

Secondo Elon Musk, << Per salvare il futuro dell’umanità, dobbiamo vedere l’importanza delle interfacce Brain Machine (BMI). >>

Organoidi epatici

Photo by StemCell Technologies

Gli organoidi sono delle vere e proprie riproduzioni tridimensionali di un organo ed hanno caratteristiche microanatomiche realistiche. Sono prodotti interamente a partire da cellule prelevate da un paziente.

Dato che tali colture 3D sono generate con matrici basate su componenti animali, un loro possibile uso clinico appare utopistico.

Un team del Laboratory of Metabolic Signaling, dell’Istituto di Bioingegneria di Losanna in Svizzera, nel quale lavora anche l’italiano Giovanni Sorrentino, è riuscito a istituire organoidi epatici umani derivati da biopsia senza utilizzare componenti animali in nessuna fase del processo.

Il lavoro, pubblicato su Nature Communications, potrebbe aprire scenari interessanti nella campo della medicina rigenerativa e nel modelling di varie patologie.

In questo studio è stata considerata l’infiammazione che scaturisce in seguito a varie patologie epatiche.

Il fegato ha un notevole potenziale rigenerativo, ma l’infiammazione cronica compromette gravemente la sua rigenerazione, rendendo il trapianto l’unica opzione di trattamento per i pazienti più gravi.

Tuttavia, tale approccio terapeutico è limitato dalla mancanza di donatori, sottolineando l’urgente necessità di soluzioni innovative.

Una promettente alternativa al trapianto di fegato deriva dalla possibilità di utilizzare, in futuro, la tecnologia organoide direttamente in campo clinico.

Per l’articolo ufficiale, pubblicato su Nature Communications:
https://www.nature.com/articles/s41467-020-17161-0

Batterie di nuova generazione

Photo by Tyler Lastovich on Pexels.com

Le batterie consentono di immagazzinare, trasportare e usare l’elettricità su richiesta, in ogni momento e luogo. 

Se non esistesse una tale forma di immagazzinamento, gli elettroni sarebbero consumati non appena generati. Oggi viviamo in un’epoca nella quale esistono molte forme di accumulo di energia. Possiamo utilizzare dispositivi indossabili con batterie di forme flessibili, possiamo disporre di batterie ad alta potenza e alta energia che consentono la guida a lungo raggio (> 300 miglia per carica) e la ricarica rapida (<30 min per l’80% dello stato di carica) per i veicoli elettrici, possiamo creare batterie a basso costo e di lunga durata che immagazzinano elettroni da fonti rinnovabili su scala industriale (scala da MWh a GWh). 

In questo articolo tematico pubblicato su Chemical Reviews, la Professoressa Ying Shirley Meng, della University of California, ha ricevuto ben 14 contributi da 9 paesi diversi, con argomenti che spaziano dalla nuova chimica per le batterie (batterie agli ioni di calcio e potassio), alle batterie organiche, alle batterie al litio, passando da nuovi fenomeni su nanoscala per redox elettrochimica, nuovi elettroliti, batterie allo stato solido, batterie ad anodo metallico e nuovi approcci per studiare i fenomeni interfacciali.

Se a livello atomistico vengono riviste le sfide teoriche e l’approccio computazionale, a livello di sistema sono ancora evidenziate le tecnologie di riciclaggio sostenibili per i nuovi prodotti chimici delle batterie. 

Questi numerosi contributi riflettono il fatto che i ricercatori di tutto il mondo sono alla ricerca di batterie migliori che possano portare a un futuro migliore per l’umanità. 

Questi articoli (1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14) mostrano anche le enormi sfide per lo sviluppo di nuove batterie che siano migliori delle attuali batterie agli ioni di litio (LIB). Si parla proprio di “sfida” perché la complessità di un sistema di batterie richiede una stretta collaborazione da parte di fisici, chimici, elettrochimici, scienziati dei materiali, ingegneri e professionisti sul campo. 

È un momento entusiasmante per la chimica delle batterie, ma, come riportano le parole della Professoressa Meng: 

<< Soltanto attraverso la collaborazione globale, in cui vengono condivise le conoscenze chiave e le intuizioni critiche, possiamo fare ulteriori scoperte nella chimica dello stoccaggio di energia! >>.

  1. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.9b00339
  2. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.9b00463
  3. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.9b00599
  4. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.9b00482
  5. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.9b00545
  6. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.9b00609
  7. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.9b00405
  8. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.0c00170
  9. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.9b00531
  10. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.9b00268
  11. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.0c00101
  12. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.9b00618
  13. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.9b00601
  14. https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.chemrev.9b00535
Per l’articolo ufficiale, pubblicato su American Chemical Society: https://pubs.acs.org/doi/full/10.1021/acs.chemrev.0c00412

Come diagnosticare il cancro precocemente: la tecnica PanSeer

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Il team del Professore Kun Zhang della Fudan University, grazie alla collaborazione con Singlera Genomics, ha dimostrato che cinque tipi di cancro possono essere rilevati attraverso un semplice test del sangue fino a quattro anni prima della diagnosi convenzionale.

Analizzando più di 1.000 campioni di plasma prelevati da più di 100.000 persone, il test Panseer è stato in grado di rilevare marcatori del DNA associati al cancro. Il team è stato in grado di diagnosticare con successo il cancro al colon retto, all’esofago, allo stomaco, al polmone e al rene.

Tale saggio serve molto probabilmente ad identificare i pazienti che hanno già crescite cancerose, ma che rimangono asintomatici agli attuali metodi di rilevamento e standard di cura, poiché (purtroppo) molti tumori non causano la comparsa di sintomi precocemente.

Ma come funziona la tecnica PanSeer?

Essa si basa sul concetto della metilazione del DNA, un tipo di modifica cosiddetta “epigenetica”. Queste modifiche sono usate dalle nostre cellule per garantire la corretta replicazione del DNA e la corretta espressione genica.

Il gruppo del Professore Kun Zhang ha sfruttato il fatto che, nei diversi tipi di cancro, il DNA viene metilato in maniera aberrante.

Dopo l’isolamento del DNA da un campione di sangue del paziente, il test prevede la “misurazione” della metilazione del DNA in posizioni precedentemente identificate come quelle in cui è più probabile rilevare il cancro.

In un futuro molto prossimo, questo saggio potrà costituire la soluzione diagnostica al cancro.

Per l’articolo ufficiale, pubblicato su Nature Communications: https://www.nature.com/articles/s41467-020-17316-z

Perchè “mangiare” plastica?

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Sulla base di uno studio condotto da un team facente parte del Laboratorio dei processi ambientali costieri e della bonifica ecologica, presso l’Istituto di ricerca di Yantai, è stato dimostrato che frammenti di plastica inferiori a 5 millimetri possono contaminare la verdura che consumiamo.

Le microplastiche derivano dalla degradazione della plastica e vengono emesse nell’ambiente terrestre con grande facilità. Dato che si accumulano in grandi quantità nei suoli, rappresentano una grave minaccia per gli ecosistemi terrestri.

Le microplastiche sono utilizzate in tutto il mondo per l’irrigazione agricola e spesso si trovano nelle acque reflue. Pertanto, non è inusuale che piante da coltura (quelle che finiscono sulla nostra tavola) vadano ad assorbire le particelle di plastica.

In particolare, in questo lavoro è stato analizzato l’assorbimento di diverse microplastiche da parte di piante da coltura, quali il grano (Triticum Aestivum) e la lattuga (Lactuca Sativa), dalle acque reflue trattate nelle colture idroponiche e nelle matrici di sabbia.

Dallo studio emergono varie prove a sostegno del fatto che particelle di polistirolo e polimetilmetacrilati, di dimensioni micrometriche (1/1000 di millimetro), penetrano nello stelo di entrambe le specie. Tali materie plastiche, le quali sono assorbite proprio a causa delle loro minuscole dimensioni, sono successivamente trasportate dalle radici ai germogli.

I risultati del team cinese hanno fatto luce sulle modalità di interazione delle particelle plastiche con le piante e implicano che i raccolti possono essere contaminati dalle acque reflue o dai fanghi di depurazione.

Perchè continuare a disperdere la plastica nell’ambiente, rischiando di ritrovarla sulle nostre tavole?

Per l’articolo ufficiale, pubblicato su Nature Sustainability:
https://www.nature.com/articles/s41893-020-0567-9

Immuni al COVID-19?

Photo by Cell Press

Attualmente ci troviamo di fronte alla più grande emergenza sanitaria globale degli ultimi decenni, la devastante pandemia di COVID-19.

Dato che il vaccino arriverà entro tempi relativamente lunghi, sarà fondamentale determinare se le persone che sono state infettate, in particolare quelle con forme asintomatiche o lievi, sviluppano una robusta immunità contro SARS-CoV-2.

In questo lavoro, al quale hanno partecipato team di Svezia, Danimarca, Argentina e Regno Unito, sono state mappate sia le risposte immunitarie cellulari (dovute all’azione dei linfociti T) che quelle umorali (dovute all’azione dei linfociti B, i fantomatici produttori degli anticorpi) contro SARS-CoV-2.

Questo è stato fatto per pazienti con COVID-19 lieve o grave, per individui nella fase convalescente dopo COVID-19 lieve o grave, membri delle rispettive famiglie esposte e individui sani che hanno donato sangue prima (2019) o durante la pandemia (2020).

Analizzando il sangue donato, sono state evidenziate robuste risposte delle cellule T mesi dopo l’infezione, anche se i test sierologici sono risultati negativi, a dimostrazione dell’assenza di anticorpi anti SARS-CoV-2.

Sorprendentemente, questo indica un forte grado di immunità a livello di popolazione contro COVID-19.

Inoltre, in linea con quanto appreso dopo l’epidemia degli anni 2002-2004 dovuta all’infezione da SARS-CoV-1, nella quale le cellule T di memoria specifiche contro il virus hanno dimostrato di persistere per molti anni dopo l’infezione, questo studio dimostra come anche le cellule T specifiche contro SARS-CoV-2 agiscano allo stesso modo.

A rafforzare queste ipotesi vi è il fatto che nessuno degli individui convalescenti in questo studio ha sperimentato ulteriori episodi di COVID-19.

Tale lavoro, pubblicato su Cell Press, auspica un forte ottimismo.

In futuro, dovrà essere determinato se le robuste risposte immunitarie delle cellule T di memoria in assenza di anticorpi possono davvero proteggere contro le forme gravi di COVID-19. 

Per l’articolo ufficiale, pubblicato su
Cell Press:
https://www.cell.com/cell/fulltext/S0092-8674(20)31008-4
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