Il folle andamento dei prezzi delle materie prime

Dall’inizio della pandemia da COVID-19 in Cina nel dicembre del 2019, i prezzi delle materie prime hanno subìto un’iniziale discesa che si è poi trasformata in un vero e proprio crollo verticale quando il virus si è sparso in Europa prima e in America poi, provocando così uno stato di emergenza mondiale che stiamo tutt’ora fronteggiando.

Con la lenta ripresa delle attività economiche però, i prezzi delle materie prime hanno subìto una lenta ma progressiva risalita fino ad arrivare al marzo 2021, mese in cui è cominciata una vera e propria crescita all’impazzata delle quotazioni delle commodities.

La ragione principale che sta alla base di questo anomalo andamento è una sola: un’offerta che non riesce a stare al passo dell’elevatissima domanda dovuta alla ripresa delle normali attività economiche, grazie al progressivo allentamento delle restrizioni dovute al COVID-19.

Per capire meglio lo strano fenomeno appena descritto verranno riportati i casi di due materiali che, più di altri, hanno manifestato importanti incrementi di prezzi e grandi difficoltà di approvvigionamento: l’alluminio e i componenti elettronici (microchip).

L’alluminio è una delle principali materie prime che viene usata a livello industriale grazie alla sua grande resistenza agli agenti atmosferici, alla sua duttilità di utilizzo e alla sua capacità di poter essere riutilizzata all’infinito. Come anticipato in precedenza, la lenta ma costante ripresa delle attività economiche, ha contribuito sensibilmente ad un esponenziale aumento della domanda che non è stata sufficientemente coperta dall’offerta dei produttori mondiali. Non è pensabile che tale situazione sia risolvibile nel breve termine con un “semplice” aumento della capacità produttiva da parte dei produttori, in quanto un simile processo necessita di investimenti non indifferenti ma soprattutto di un importante lasso temporale.

Tubo Di Acciaio, Tubo Quadrato In Acciaio

Di conseguenza, nel pieno rispetto della legge della domanda e dell’offerta, il prezzo dell’alluminio non ha fatto altro che crescere, facendo così registrare nel settembre scorso il picco massimo degli ultimi 13 anni. La situazione si è poi ulteriormente aggravata a seguito del colpo di Stato avvenuto in Guinea il 5 settembre 2021.

Infatti, il piccolo Paese africano è il secondo produttore mondiale di bauxite (dopo l’Australia che detiene il primato con 81.000 tonnellate/anno). La bauxite gioca un ruolo fondamentale in quanto risorsa critica per la trasformazione in allumina prima e alluminio poi.

Sebbene l’insieme di tali fenomeni abbia portato ad un picco nel breve termine dei prezzi dell’alluminio, ci sono ragionevoli possibilità che nel lungo periodo si possa tornare ad una situazione di normale reperibilità della bauxite e, di conseguenza, di produzione dell’alluminio. Infatti i principali produttori mondiali hanno rassicurato più volte i principali player globali sulla continuità della fornitura di alluminio.

La situazione sembra essere ancora più complessa per quanto riguarda la disponibilità dei microchip, elemento fondamentale per la produzione di qualsiasi dispositivo tecnologico di cui disponiamo. Partendo dalle auto e passando agli smartphone, agli elettrodomestici fino alle console, praticamente ogni giorno ci troviamo di fronte all’utilizzo di dispositivi che montano microchip.

La crisi di questi piccolissimi ma essenziali microprocessori parte, anche in questo caso, dall’avvento del COVID-19 che ha spinto ancora più in alto la domanda di dispositivi elettronici diventati fondamentali non solo per rimanere in contatto con familiari e amici ma anche e soprattutto per lavorare.

Molte sono infatti le aziende che hanno deciso di ricorrere sempre più frequentemente allo Smart Working con lo scopo di bilanciare da un lato il fabbisogno di continuità di lavoro e dall’altro la tutela del personale, garantendo il distanziamento sociale necessario a frenare la curva dei contagi.

Processore, Mobile, Bocca Di Leone, Qualcomm, Circuito

Oltre alla pandemia, sussistono anche elementi commerciali e politici che minacciano la disponibilità di microchip nel mondo. Se infatti la Cina è il primo produttore mondiale di silicio (materia prima necessaria alla produzione di microchip), dall’altra parte abbiamo Taiwan che è il primo player mondiale nello sviluppo dei microchip stessi, con un know-how tale da non avere eguali nel mondo.

Basti pensare che anche le più importanti compagnie Tech mondiali americane esternalizzano la produzione dei microchip a Taiwan, in parte per motivi di convenienza economica e in parte per l’elevatissima conoscenza tecnologica di cui dispone il piccolo Paese asiatico. Taiwan è quindi l’unico protagonista che esce vincitore in questa situazione di precario equilibrio riuscendo a giocare un ruolo fondamentale sia nei confronti degli USA che dispongono del know-how ma non delle risorse di silicio, sia nei confronti della Cina che invece dispone della materia prima ma non delle conoscenze necessarie per raggiungere un livello qualitativo soddisfacente.

La situazione sin qui descritta ha un risvolto diretto sull’economia dei Paesi industrializzati perché, per la prima volta dopo molti anni, viene messa in dubbio l’efficacia della tecnica del “Just In Time” di ideazione giapponese. Secondo questa filosofia, le aziende tendono a ridurre al minimo indispensabile le scorte di magazzino facendo arrivare le materie prime giusto in tempo per i fabbisogni produttivi aziendali. In questo modo le aziende riescono ad avere impatti positivi sul conto economico e sui flussi di cassa, indicatori di bilancio sempre più importanti per il successo delle imprese. Come si può ben capire, questa tecnica di gestione del magazzino risulta efficace in una normale situazione di reperimento di materie prime e semilavorati.

Ma in una situazione come quella che stiamo vivendo, le imprese si vedono costrette ad aumentare notevolmente gli stock in magazzino per garantire la continuità del flusso produttivo. Ne deriva un incredibile aumento della domanda e una conseguente difficoltà di soddisfarla da parte dei produttori di materie prime.

Per quanto ancora durerà questa situazione di carenza delle materie prime è difficile da dirsi. C’è chi crede in un miglioramento graduale nel 2022, c’è chi invece sostiene che fino al 2024 ci saranno problemi di reperimento delle commodities. In questa situazione di precarietà, quel che è certo è che le imprese dovranno fronteggiare un lungo periodo di instabilità in cui da un lato dovranno fare di tutto per soddisfare la domanda dei loro clienti e dall’altro saranno costrette a prendere decisioni strategiche non facili per l’acquisto delle materie prime.

Fonti:

Il Sole 24 Ore

Il Post

Focus

Investing.com

Pubblicato da Andrea Mercato

Laureato triennale in Economia Aziendale e laureato magistrale in Governo e Direzione d'Impresa presso Università degli Studi di Firenze. Consulenza direzionale, strategia e corporate governance costituiscono le aree di maggiore interesse.

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