CONVENTION ON BIOLOGICAL DIVERSITY: Breve analisi dei risultati e degli sviluppi futuri

INTRODUZIONE

Quasi il 40% dell’economia globale e l’80% dei bisogni dei paesi in via di sviluppo derivano da risorse biologiche (OCSE, 2002). La loro protezione e il loro uso sostenibile sono quindi di fondamentale importanza, sia a livello nazionale che regionale, al fine di far fiorire la società umana nel suo insieme. Queste risorse provengono da una vasta gamma di animali, piante e altri organismi, denominati collettivamente biodiversità, termine che si riferisce alla misura della diversità degli organismi viventi in diversi ecosistemi, che include la diversità genetica, di ecosistema o di specie all’interno di un’area specifica.

Le ragioni alla base della conservazione della biodiversità variano tipicamente dal suo utilizzo come risorsa (ad esempio in alimenti, mangimi, applicazioni farmaceutiche e industriali), come fornitore di servizi ecosistemici (fondamentali per la società umana) o con scopi etici o estetici (SCBD, 2014). Solo di recente è stata riconosciuta a livello internazionale, precisamente nel 1987, quando l’UNEP ha istituito un gruppo di lavoro per creare le basi di quella che in seguito divenne la Convention on Biological Diversity (CBD), entrata in vigore il 29 dicembre 1993 (Yusuf, 1994; Chandler, 1993).

La convenzione è nota per essere uno dei più importanti accordi ambientali multilaterali al mondo. Il suo organo di governo è la Conference of Parties (COP), composta da tutti i governi (oltre alle organizzazioni regionali di integrazione economica) che hanno ratificato il trattato (195 nazioni ad oggi). Altri organi includono il Segretariato, con sede a Montreal (che opera sotto l’UNEP) e l’ente sussidiario per la consulenza scientifica, tecnica e tecnologica (SBSTTA). Inoltre, la COP ha istituito un meccanismo finanziario per il trasferimento di fondi ai paesi in via di sviluppo, attraverso il Global Environmental Facility (GEF), che funge da meccanismo finanziario provvisorio della CBD.

Ad oggi, le misure attive sono:

– il Protocollo di Cartagena sulla biosicurezza (SCBD, 2000), che dal 2003 mira a garantire la sicurezza relativamente alla manipolazione, trasporto e uso di organismi viventi modificati (LMO) derivanti dalla biotecnologia (con potenziale impatto sulla diversità biologica e rischi per la salute umana);

– il Protocollo di Nagoya sull’accesso alle risorse genetiche ed equa condivisione dei benefici derivanti dal loro utilizzo alla Conferenza sulla Diversità Biologica (CBD-UN, 2011), che dal 2014 mira a stabilire la certezza del diritto e la trasparenza per fornitori e utenti di risorse genetiche.

Al fine di definire le linee guida e di includere altri argomenti non discussi all’interno dei protocolli, la convenzione ha istituito quello che è stato chiamato il Piano Strategico per la Biodiversità 2011-2020. Questo Piano ha fornito un quadro sulla biodiversità, non solo per le convenzioni relative alla biodiversità, ma per l’intero sistema delle Nazioni Unite e tutti gli altri partner. Le parti hanno convenuto di tradurre questo framework internazionale globale all’interno di National Biodiversity Strategies and Action Plans (NBSAP), utili per monitorarne i progressi. Dalla COP 10 ad ora solo 175 parti hanno presentato NBSAP (sito web CBD).

Il piano strategico include 20 ambiziosi obiettivi noti collettivamente come Aichi Targets, raggruppati in cinque obiettivi strategici. Affrontano le cause alla base della perdita di biodiversità (riducendone le pressioni dirette), il miglioramento dello stato della biodiversità e dei suoi benefici in termini di servizi ecosistemici, un’adeguata pianificazione, gestione e rafforzamento delle biocapacità (CBD, 2018).

Poiché gli obiettivi scadono nel 2020, i governi di tutto il mondo negozieranno un nuovo framework sulla biodiversità per sostituire l’attuale piano strategico e gli Aichi Targets, durante la 15a COP che si terrà a Kunming, in Cina, nel periodo 11-24 Ottobre 2021. Ad ora tale piano prende il nome di “post-2020 global biodiversity framework” e secondo molti sarà il principale trampolino di lancio verso la vision del CBD al 2050 “Vivere in armonia con la natura”.

Nonostante l’importanza di molti altri argomenti, questa analisi si concentrerà su una breve carrellata di alcuni risultati, problemi e soluzioni riguardo gli obiettivi di Aichi e la strategia CBD 2010-2020. Questo per rendere trasparente l’importanza della convenzione a livello globale, e aprire la strada verso un migliore rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale.

POCHI SUCCESSI E TANTI INSUCCESSI

Come discusso in Thilakarathna et al. (2021), i maggiori successi della CBD riguardano l’esistenza stessa della convenzione. Si è così aperto un dialogo globale sulla conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità, condiviso e firmato da più stati di qualsiasi altro accordo internazionale in materia ambientale o commerciale, per altro affrontando questioni non coperte da altre convenzioni esistenti.

Sfortunatamente, i risultati sono stati meno sodisfacenti. La perdita di biodiversità non accenna a fermarsi e la pressione umana sull’ambiente continui a crescere. Ciò suggerisce che i molti accordi internazionali sono falliti e gli obiettivi di Aichi non sono stati raggiunti (IPBES, 2019). Ci sono molte ragioni che giustificano questi risultati, e tra queste: insufficiente impegno dei governi (Tittensor et al., 2014), mancanza di comprensione (Maxwell et al., 2015), conflitti legali come con l’accordo TRIPS (Laxman et al., 2012), ritardi temporali tra azioni e risultati (Leadley et al., 2013), la complessità degli obiettivi e soprattutto la mancanza di sviluppo di indicatori adeguati a valutare i progressi effettivi (Butchart et al., 2016; Mcowen et al., 2016; Tittensor et al., 2014).

Da notare che il processo di misurazione dello stato e della traiettoria di un ecosistema è noto per essere più complesso rispetto, per esempio, alle misurazioni del cambiamento climatico, che prende in considerazione primariamente la singola unità tCO2e. Per esempio, le performance relative alla biodiversità richiedono più indicatori (e.g. Ridurre la perdita di foreste o il numero di specie minacciate) (OCSE, 2019). Gli insuccessi della CBD sono pertanto associati agli indicatori, che da molti autori risultano inadeguati. Questo per diversi motivi, tra cui:

  • meno della metà dei 54 elementi degli Aichi Target hanno indicatori disponibili e quantificabili (Mcowen et al., 2016);
  • la stragrande maggioranza delle parti utilizza indicatori nazionali invece di quelli globali raccomandati dalla CBD (Bhat et al., 2019),;
  • Il monitoraggio negli stati più piccoli (Brooks et al., 2015) risulta problematico, in particolare quando devono monitorare separatamente le autorità nazionali e locali (Morgera & Tsioumani, 2011).
  • Difficoltà nell’accedere e valutare alcuni indicatori in paesi in via di sviluppo, a causa di mancanza risorse, competenze o dati sufficienti per formulare e raggiungere obiettivi allineati con Aichi Biodiversity Targets (Egoh et al., 2020).

Il Piano 2010-2020 includeva un mix di obiettivi sia orientati ai risultati che basati sull’intervento (Marques et al., 2014). In quest’ottica, i diversi paesi hanno reagito ognuno a modo suo, con attuazioni sporadiche e poco rappresentative, focalizzandosi per esempio sull’analisi di un solo indicatore, spesso il più semplice da misurare (ad es. aumento della copertura dell’area protetta) (Buchanan et al., 2020). Inoltre, secondo Thilakarathna et al. (2021), le Parti duplicano gli sforzi di altre convenzioni relative alla biodiversità (ad esempio convenzione di Ramsar, CITES o la Convenzione sulla conservazione delle specie migratorie), eseguendo le stesse azioni ripetute senza migliorare adeguatamente i territori. Per non parlare della plausibile possibilità di discussione di una questione in una COP, passare ad un altro argomento l’anno successivo, senza mai guardare indietro alle decisioni precedenti e alle loro attuazioni.

È poi importante sottolineare come le minacce alla biodiversità sono complesse e varie, e richiedono azioni separate e diversificate per ogni paese, come accade per esempio con il commercio illegale di fauna selvatica (con azioni relative a rilevamento, tracciamento e domanda dei consumatori). Purtroppo, però, tali azioni differenziate non sono attualmente supportate dalla convenzione (‘t Sas-Rolfes et al., 2019).

A questo si aggiunge la mancanza di una corretta comprensione dei servizi ecosistemici a lungo termine legati alla biodiversità al di fuori delle agenzie di conservazione e del mondo accademico. Vengono infatti considerati prevalentemente i benefici finanziari a breve e medio termine, probabilmente in mancanza di una corretta valutazione della totalità dei diversi ambienti naturali in modo olistico.

Per citare anche le aree protette, bisogna notare come vengano troppo spesso misurate solo in relazione alla loro estensione senza valutarne lo status, rendicontando per esempio l’occupazione pari al 15,0% della superficie terrestre globale e il 7,4% degli oceani del mondo (Rodrigues e Cazalis, 2020). In ogni caso, lato positivo, l’estensione è aumentata nel tempo e probabilmente continuerà a farlo in risposta a obiettivi politici sempre più ambiziosi. È però necessario che ci si concentri sulla valutazione dell’efficacia delle Aree Protette in termini di risultati sulla biodiversità, nonché sui collegamenti tra i mezzi e i risultati della protezione, al fine di guidare meglio le politiche e le pratiche di conservazione future (Gray, 2016).

ALCUNI SUGGERIMENTI

Come per gli indicatori discussi in precedenza, un trampolino di lancio per affrontare alcune problematiche citate ,è stata l’istituzione del Biodiversity Indicators Partnership (BIP). L’iniziativa globale mira ad aumentare lo sviluppo di indicatori di biodiversità, che saranno utilizzati dalla CBD (e altri accordi multilaterali relativi alla biodiversità) per monitorare meglio i loro progressi e obiettivi (BIP Secretariat, 2017; Rounsevell et al., 2020). Gli obiettivi dovrebbero essere facilmente quantificati e percepibili, creando indicatori specifici, misurabili, ambiziosi, realistici e limitati nel tempo (SMART) (Butchart et al., 2016). Esempi di indicatori da sviluppare meglio includono quelli relativi al ripristino dell’ecosistema (Ferrier et al., 2020), alla diversità genetica (Hoban et al., 2020) e soprattutto al valore intrinseco degli animali (soprattutto etico) (Scholtz, 2020). Altri suggerimenti riguardano un maggiore coinvolgimento del settore imprenditoriale, per mostrare meglio come più settori aziendali siano responsabili per la perdita di biodiversità (Smith et al., 2018; 2020).

La direzione primaria dovrebbe anche includere, tra i molti, alcuni modelli concettuali e quantitativi simili a quelli delle politiche globali climatiche (IPCC, 2014; Nicholson et al., 2019). Analogamente all’accordo di Parigi, dove è stato fissato un obiettivo climatico internazionale (dei 2° C) e le parti sono tenute a presentare contributi determinati a livello nazionale (NDC), nel contesto della CBD si raccomanda l’applicazione dello stesso framework (sia bottom-up che top-down) (OCSE, 2019). In questo contesto si inserisce l’applicazione dell’approccio “Theory of Change” (SCBD, 2020; Burgass, 2020) (Fig. 1), che fornisce un utile quadro su scala globale, per collegare in modo trasparente risultati e obiettivi, aiutando quindi le parti a implementare i loro NBSAP. Inoltre, i rapporti nazionali dovrebbero anche tenere conto delle potenziali sinergie e compromessi tra gli obiettivi esistenti (ad esempio gli SDG) e quelli futuri sulla biodiversità (Di Marco et al., 2016; Stafford-Smith, 2014; Weatherdon et al., 2017).

Per quanto riguarda le aree protette, andrebbero modificate come concetto. Attualmente, infatti, si fa solo riferimento ad aree gestite a fini di conservazione, e secondo alcuni bisognerebbe includere e adottare una rendicontazione della sostenibilità del loro utilizzo (OCSE, 2019), soprattutto per i territori ad uso agricolo (Xue et al., 2012). In questo modo, dovrebbero essere creati incentivi politici e di mercato, per premiare per esempio un’agricoltura rispettosa della fauna selvatica, o compensare eventuali perdite nei primi anni di produzione degli agricoltori che adottano sistemi di agricoltura sostenibili.

CONCLUSIONI

L’analisi ha discusso brevemente la struttura, alcuni punti di forza e di debolezza del CDP, insieme a raccomandazioni per i futuri sviluppi del post-2020 global biodiversity framework. Alcuni paesi come la Cina dovranno essere monitorati da vicino a causa del crescente status di leader globale (QIN, 2020). Altri dovranno migliorare la propria rendicontazione, ma soprattutto si rende necessaria la creazione di nuovi di indicatori validi a livello internazionale.

Con la COP n° 15 di quest’anno, sarà così possibile sviluppare una strategia che tenga conto delle lezioni imparate dal passato. Questo, si traduce nell’opportunità di impostare un piano più ambizioso, con obiettivi sia a breve che a lungo termine per il recupero della biodiversità e che tengano in considerazione lo sviluppo di indicatori SMART (Mace et al., 2018; Rounsevell et al., 2020). Ciò avrà forti implicazioni per la loro misurabilità a livello sia globale che nazionale, valutando i progressi e i contributi che le singole nazioni stanno apportando verso gli obiettivi internazionali e i target.

Fig. 1: Theory of Change of the Framework. Fonte: SCBD (2020).

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